mercoledì 21 maggio 2014

Il detenuto più "pericoloso"? E' quello che conosce e sa far valere i suoi diritti.

Un mio articolo pubblicato la settimana scorsa su "Gli Altri" e citato dalla rassegna stampa di Radio Radicale.

                        

Ce lo chiede l'Europa", il mantra che i tutti i Governi che sono succeduti usano per giustificare le politiche di "lacrime e sangue". Questa è l'Europa del mercato unico, dei tecnocrati e dell'esautorazione del potere politico al quale gli rimane esclusivamente la gestione repressiva dello Stato.
La crisi democratica è evidente, e per questo come reazione aumentano i nazionalismi e populismi di matrice xenofoba e securitaria.

Ma c'è anche l'altro volto dell'Europa che mira però a difendere la concezione del diritto, e per questo, attraverso la Corte di Strasburgo, ci bacchetta e condanna in continuazione. In questo caso i nostri governanti, per questioni vigliaccamente elettorali, fanno orecchie da mercante o, nel caso migliore, prendono provvedimenti insufficienti.

Adriano Sofri , in un suo prezioso scritto, cita un'intervista apparsa su Le Monde nei confronti di Jean-Marie Delarue, "Controllore generale dei luoghi di privazione della libertà", carica istituita in Francia nel 2008 (in Italia ancora stiamo aspettando l'istituzione del garante nazionale dei detenuti).
Illustrandone il sesto rapporto, all'ultimo anno del suo mandato, Delarue spiega che il detenuto che oggi "bisogna far tacere a tutti i costi" è il "procedurista", quello deciso a far uso di tutte le procedure, consentite dalla legge, quello che presenta esposti e denunce contro tutto ciò che nella condizione del carcere viola i suoi diritti.

In Italia, grazie soprattutto agli interventi dei Radicali, alcuni detenuti hanno imparato ad utilizzare l'arma non violenta: quella di rivendicare i propri diritti attraverso le vie legali. Sono loro i più pericolosi per il sistema visto che riescono a colpire la parte più sensibile dello Stato: i soldi dei contribuenti. E grazie alle loro denunce, il problema vergognoso delle nostre carceri è diventato una questione europea.

In questo mese c'è una scadenza importante perché il 28 maggio termina l'anno concesso all'Italia dalla stessa Corte di Strasburgo per cancellare la condizione "inumana" delle sue 205 carceri. Nel maggio 2013 la Cedu aveva condannato l'Italia a risarcire con 100 mila euro ben sette detenuti a Busto Arsizio e a Piacenza, sottoposti a "condizioni inumane e degradanti, e assimilabili alla tortura": i reclusi disponevano di soli 3 metri quadrati a testa.

L'allora governo italiano riuscì ad ottenere una proroga ottenendo la sospensione di altri 8mila ricorsi pendenti contro il sovraffollamento. Ora il tempo è scaduto e i dati sono sconfortanti visto che i decreti contro il sovraffollamento sono stati insufficienti (altro che svuota carceri come paventavano i giustizialisti creando allarmismo in cattiva fede) e recentemente il Consiglio d'Europa ha denunciato che l'Italia, quanto a sovraffollamento, è seconda solo alla Serbia.

Questa è la nostra situazione vergognosa del sistema carcerario, e se vogliamo evitare l'ulteriore condanna (che ci andrà a costare dai 100 ai 300 milioni di euro) l'unica strada immediata è quella di varare l'amnistia e l'indulto, accompagnandoli con riforme strutturali: quando una situazione è in stato comatoso, prima si pensa a salvare la vita (amnistia) e subito dopo la terapia (riforme). Ma il Governo Renzi non lo farà mai, soprattutto quando c'è un'altra imminente scadenza: quella elettorale. E si sa, difendere le condizioni inumane delle persone confinate nelle celle, non porta voti.

giovedì 15 maggio 2014

La trattativa Stato-mafia, l'altra verità.

Pubblico il mio articolo sulla trattativa uscito la settimana scorsa su "Gli Altri". Un atto dovuto visto la mistificazione dell'informazione e la pseudo contro - informazione della solita cricca legalitaria "di sinistra". Nei tempi della paranoia e del complottismo dove si è ridotta drasticamente la capacità critica e di analisi, forse sarebbe meglio diffidare dai nuovi guru dell'informazione e utilizzare la propria testa, magari studiando e approfondendo (capisco che sia faticoso, meglio recepire passivamente le notizie). Bisogna diffidare da coloro che seminano certezze, e mai nessun dubbio. Diffidiamo anche dal nuovo film (furbo) della Guzzanti che ha presentato a Cannes. Povera sinistra, ma come sei diventata?


Strage di Capaci
In questi giorni c’è una polemica in atto tra il giornalista Travaglio e il giurista Fiandaca in merito alla vicenda giudiziaria relativa alla cosiddetta trattativa mafia – stato; polemica nata dopo la pubblicazione del libro “La mafia non ha vinto” scritto a quattro mani dallo stesso Fiandaca e lo storico Lupo. Un libro che stigmatizza i rapporti tra  potere giudiziario e potere esecutivo, evidenziandone, a dispetto dell’indipendenza tra i poteri voluta dal Costituente, le vistose interferenze:  compete al potere esecutivo ricercare le strategie di intervento necessarie a prevenire la commissione di atti criminosi (come furono le stragi mafiose del terribile biennio 92-93)e senza che ci siano ingerenze dell’autorità  giudiziaria. La magistratura ha il solo compito di intervenire in caso di violazioni del codice penale, invece di fatto si insinua nello stabilire cosa competa al Governo per salvaguardare l’ordine pubblico: quando i tre poteri dello stato interferiscono tra di loro, è il principio di una svolta autoritaria e della sepoltura definitiva del diritto.

La presunta trattativa (per Travaglio, invece, dimenticando che ancora c’è un processo in corso, è un fatto acclarato,) sarebbe nata in un contesto ben preciso. Dopo la conferma in Cassazione del 30 gennaio 1992 delle pesanti condanne inflitte dai giudici del maxiprocesso, Cosa nostra avrebbe reagito realizzando un programma stragista avente come fine ultimo la ricostruzione di un rapporto di pacifica convivenza tra il mondo mafioso e quello politico-istituzionale: le stragi costituivano uno strumento necessario per piegare psicologicamente il ceto politico di governo e ottenere dei favori. Il piano stragista è iniziato con l’omicidio del parlamentare Salvo Lima nel marzo del 1992 e prevedeva anche l’uccisione di Giulio Andreotti, Claudio Martelli, Calogero Mannino e altri: tutti colpevoli di aver voltato le spalle a Cosa nostra, di averla tradita e di non aver mantenuto le promesse di aggiustamento del maxiprocesso presso la Corte di Cassazione. Così sarebbe nata l’iniziativa dei Ros - sollecitata, secondo i pm, da Calogero Mannino- di contattare l’ex sindaco di Palermo Vito Ciancimino come possibile tramite di comunicazione con il vertice mafioso corleonese. Questa presa di contatto, ammessa dagli stessi ufficiali dei carabinieri (Mori e De Donno) che ne sono stati protagonisti, avrebbe avuto la finalità di tentare qualche strada per far desistere la mafia dal portare a termine le azioni criminali programmate: è in questo momento che Ciancimino avrebbe consegnato il famoso papello contenente richieste specifiche per trattare con lo Stato.

Secondo Travaglio (e i Pm) è questa la prova incontrovertibile della trattativa visto che l’allora Ministro Conso avrebbe agito in conformità delle direttive. Cosa non assolutamente vera. Il papello prevedeva l’abolizione del 41 Bis (mentre sappiamo che purtroppo questa tortura di Stato, in barba al diritto internazionale, è vigente più che mai), carcerazione vicina ai familiari (sappiamo che non è così), nessuna censura della posta, abolizione del 416 bis (il reato di associazione mafiosa), chiusura delle supercarceri, riforma della giustizia all’americana e revisione del maxi processo a Casa Nostra. Nessun punto è stato mai applicato, tranne la chiusura delle super carceri di Pianosa e Asinara: atto necessario visto che erano la vergogna di un Paese che ha il coraggio di definirsi civile. Che trattativa ci sarebbe stata se, di fatto, la mafia non ha ricevuto nessun beneficio? I soldi di Cosa Nostra sono stati sequestrati, i boss dell’epoca sono tutti in galera, ininterrottamente sottoposti ai rigori del 41 bis. Altra provache ci sarebbe stata la trattativa è la mancata cattura di Provenzano  da parte dei Ros : il generale Mori è stato assolto in quanto non favorì in alcun modo Provenzano e comunque, giusto per ricordare, l’operazione era guidata dal magistrato Caselli.

La terza prova, che poi sarebbe l’architrave di tutto il processo in corso sulla presunta trattativa, è la testimonianza di Massimo Ciancimino, figlio dell’ex sindaco Vito, definito dai giudici che assolsero Mori, una persona inattendibile (in soldoni un falso testimone) ed è tuttora indagato per calunnia: perché invece dai Pm di Palermo è ritenuto attendibile (attendibile come Scarantino, il falso pentito della strage di via D’Amelio?) e addirittura, nei suoi confronti, Travaglio si scopre “garantista”? Dubbi legittimi e domande da porsi per il conseguimento della verità, soprattutto quando in ballo ci sono stragi, gli omicidi “spettacolari” nei confronti di Falcone e Borsellino (perché i loro colleghi, tra i quali il magistrato intellettuale Scarpinato, hanno richiesto e ottenuto l’archiviazione dell’inchiesta “mafia appalti”?). E, questione delicata, quando si prova a rendere umane le carceri e mettere in discussione lo strapotere giudiziario, subito rispunta il fantasma della “trattativa”. Una spada di Damocle davvero insostenibile.

sabato 10 maggio 2014

Diminuisce il welfare, aumenta la sorveglianza.

Un mio articolo pubblicato la settimana scorsa sul settimanale "Gli Altri", mentre oggi in edicola troverete un mio articolo dove smonto la tesi processuale sulla trattativa stato- mafia.

Il Panopticon
                                 

Essere di sinistra, per definizione, vuol dire mirare alla riduzione della strafottenza del potere, ai suoi abusi , alle disuguaglianze prodotte dal capitalismo e in particolare l’abuso del potere giudiziario e poliziesco. La sinistra da molti anni , grazie all’antiberlusconismo a senso unico, ha ridotto all’osso la sua cultura giuridica egualitaria perché ha difeso la magistratura dagli attacchi, molto spesso strumentali, riducendone di conseguenza la critica. 

Per questo motivo , durante questi anni, la cultura progressista ha perso la sua componente libertaria, quella che negli anni ’70 incorporò  alla propria lotta i movimenti  delle prigioni, e la cooptazione portò ad eccessi talmente romantici che si arrivò a considerare i carcerati come l'avanguardia della rivoluzione.  Le lotte operaie e studentesche esplosero all’interno del carcere e , come scrisse lo studioso Brossat ,“militanti politici, colpiti dalla  repressione hanno scoperto l’ universo penitenziario, si sono avvicinati ai detenuti comuni e hanno provocato l’apparizione fuori dal carcere di uno spazio pubblico nel quale in primo piano è posto all’attenzione proprio l’ordine penitenziario”:   misero in difficoltà perfino le gerarchie mafiose all’interno del carcere che garantivano ordine e disciplina. Sì, quell’ordine e disciplina che i legalitari di sinistra ( ossimoro oramai diventato realtà) odierni pretendono in nome di una certa antimafia.

Il carcere, per la sinistra, rappresentava un luogo da combattere perché era (e lo è tuttora) l’esatta rappresentazione del potere che si basa sul controllo sociale. Sempre in quegli anni scoppiarono numerose rivolte in qualsiasi latitudine del globo: è il caso della rivolta carceraria del ’69 alle “Nuove” di Torino, città operaia in cui qualche mese prima era avvenuta la prima occupazione universitaria, di quella nel penitenziario di Attica (Stato di New York) che fu repressa con la morte di decine di detenuti, o della rivolta a Toul come non se ne vedevano dal diciannovesimo secolo: un’intera prigione si ribellò. In quegli anni il filosofo Michael Foucault si trasferì a Tunisi dove ottenne una cattedra all’ Università, e lì iniziò a coltivare un particolare interesse per l’istituzione-carcere che ispirerà molti suoi libri come il celebre “Sorvegliare e punire”.

Oggi la realtà è completamente diversa, la base di sinistra ha messo da parte le sue battaglie per riformare il carcere e ha come portavoce uomini che sono contro ogni principio libertario come un Flores D’Arcais o Travaglio. Una sinistra che si oppone all’indulto, amnistia e con il passar del tempo ha inserito nel suo lessico parole che non rientravano nella sua cultura; al posto di parole come “giustizia sociale” sono entrati termini brutti e opachi come”pregiudicato”, “fedina penale”, “prescritto”; e invece di “certezza del  pane”, ora usa termini come “certezza della pena”. La spiegazione sta nel fatto che le politiche neoliberiste degli ultimi decenni hanno distrutto il Welfare State, destinando le sue risorse economiche alla sicurezza e quindi agli strumenti per preservarla. Mentre si consuma lo smantellamento dei sistemi Welfare, parallelamente o con uno scarto di pochi anni, i sistemi penali manifestano un movimento inverso e di espansione continua.  Tra i segnali più evidenti c’è lo spaventoso squilibrio tra le risorse destinate all’ azione repressiva e quelle destinate alle politiche di inclusione sociale. Emergenzialismo, proibizionismo,stato di eccezione sono i paradigmi in base ai quali gli Stati danno risposte securitarie alle domande, alle pulsioni, alle insicurezze sociali: la sicurezza sociale è stata fagocitata dal penale, dall’onnivora riduzione ad ordine pubblico permanente.


Il carcere moderno, come sempre, rappresenta l’attuale società “esterna” con tutte le sue frammentazioni e, in mancanza di lotte organizzate(esattamente come “fuori”) , i detenuti hanno come unica “arma” quella dell’autolesionismo, di bruciarsi e , spesso, di impiccarsi. Un tempo il carcere aveva bisogno di un’architettura carceraria simile al famoso Panopticon di Bentham ove i detenuti si sentivano sorvegliati 24 ore su 24 da un secondino che non potevano vedere, oggi invece il potere carcerario si basa all’auto distruzione come forma di visibilità: la stessa visibilità  che la società “esterna” rincorre e che porta a dire “intercettateci tutti” come quel famoso slogan populista figlio dell’antiberlusconismo.  

In pratica il potere si rafforza  grazie alla servitù volontaria, poi poco importa che in questa maniera si alimenta lo Stato “paternalistico” penale che porta a rinchiudere nelle carceri gli individui resi superflui dall’attuale assetto economico e sociale. Tutto questo accade, perché il populismo penale ha tratto in inganno tutti:  quello di far credere che le leggi carcerocentriche e repressive servissero per far condannare i potenti (e non sarebbe comunque giusto sostituire la lotta politica a quella giudiziaria), mentre in realtà non fanno altro che schiacciare i più deboli. Per  tutti questi motivi la sinistra deve riscoprire il garantismo come atto di resistenza.