lunedì 31 marzo 2014

Perchè il carcere non serve a niente.

Questo è il mio articolo per l'abolizione del carcere apparso sul giornale Gli Altri.


Il più bel gioco di gruppo che tutti noi abbiamo fatto da bambini è stato quello del “nascondino”, bello perché confidavamo che alla fine arrivasse un amico che dicesse “Tana libera tutti!” per liberarci dallo stato di restrizione dei nostri più impensabili nascondigli: per capire la necessità dell’abolizione dell’istituzione carceraria bisogna ritornare un po’ bambini e percepire  che qualsiasi tipo di restrizione è innaturale e soprattutto inconcludente. Se pensiamo di risolvere il problema (perché è chiaramente un problema) carcerario attraverso la costruzione di altri penitenziari più moderni, oppure semplicemente predicare il rispetto della legalità al loro interno, vuol dire non aver capito quasi nulla: in tutti questi discorsi, davanti c’è sempre la menzogna comprensibile, e dietro l’incomprensibile verità.  Il carcere è paragonabile, nel senso letterario del termine, ad un campo di concentramento: per definizione è l'eliminazione della vita privata, la crudeltà e la violenza sono soltanto un aspetto secondario (e per nulla necessario).

Il sistema penitenziario è un luogo, di concentramento appunto, dove vengono stipate le persone e 24 ore su 24 non hanno nessuna sfera privata, nessuna intimità, ci si spersonalizza e "infantilizza" (devono compilare le domandine per ogni cosa: una matita, un quaderno, etc..); devono comportarsi bene, e per bene vuol dire che non devono lamentarsi, devono essere costretti ad ubbidire agli umori del direttore di turno o a quello del secondino, non devono fare perfino lo sciopero della fame (c'è chi lo fa e viene punito, oppure c'è chi ha continuato ed è stato lasciato morire senza che nessun magistrato di "sorveglianza" intervenisse per farlo liberare e curare in ospedale). Ho per caso elencato reati contemplati dal codice penale ? No, questa è l'Istituzione ed è del tutto legale. Se un domani i secondini violenti smettessero di riempire di botte un detenuto, il problema rimarrebbe esattamente come prima: l'istituzione carceraria è l'essenza della tortura (soprattutto psicologica) e del "sorvegliare e punire" come ci ha spiegato Foucault. In definitiva l’obiettivo non dovrebbe essere rendere le carceri luoghi migliori in cui vivere, ma  mettere in discussione la loro esistenza.

Parlare, oggi che prevale l’ideologia carcerocentrica che vorrebbe trasformare l’intera società in un’aula di tribunale, dell’abolizione del carcere è una sfida importante e per questo cerchiamo di rispondere alle principali obiezioni che giustamente vengono poste.

                          



Il carcere è inevitabile che ci sia, soprattutto per una civiltà complessa e piena di pericoli come la nostra!

Partiamo dal fatto incontestabile che qualsiasi tipo di Istituzione è parsa inevitabile agli occhi della maggior parte delle persone, così come era apparso inevitabile l’Istituto del manicomio e qualche secolo prima l’istituzione della schiavitù. Dal punto di vista sociologico queste sono delle sovrastrutture che mascherano le classi dominanti  che attuano un controllo sociale sulle classi subalterne. Il carcere per questo ci pare inevitabile perché siamo nati con la sua esistenza e quindi come unica soluzione per punire chi ha commesso un reato. In realtà il carcere ha come utilità quella di darci l’illusione di giustizia e nello stesso tempo sentirci al sicuro perché sappiamo che esiste un luogo dove vengono confinate le persone asociali e pericolose.  In parole povere crediamo a questa truffa istituzionalizzata: il mito che il carcere ci renda sicuri e sia una parte essenziale dello scenario sociale.

E’ giusto che il carcere esista per come è stato concepito, se non ci fosse le persone non avrebbero paura di commettere reati!

In realtà è stato dimostrato che non è così. Il carcere, compreso quello duro e incostituzionale come il 41bis, non funge da deterrente. Una persona decisa a commettere un reato  di certo non si fa condizionare dall’esistenza del carcere e non parliamo di chi per un raptus di follia commette un omicidio: figuriamoci se in quel momento pensa alla carcerazione a vita.  L’istituzione carceraria non è  assolutamente sinonimo di prevenzione.  


Sì d’accordo, ma almeno quando una persona ci finisce dentro poi ci ripenserà due volte a delinquere!

Anche in questo caso è del tutto falso. I dati parlano chiaro: la recidiva ordinaria dei detenuti è al 70%, ovvero sette su dieci continuano a delinquere. Già questo dato dimostra chiaramente il fallimento del Sistema Carcerario.  La recidiva scende vertiginosamente quando come “punizione” c’è meno carcerazione possibile; l’indulto ha avuto come effetto il 30 per cento delle persone che è tornata a delinquere: meno della metà rispetto a quella ordinaria. Per quelli che usufruiscono delle pene alternative, la recidiva diminuisce ancora di più. Come viene tradotto tutto ciò? Il carcere non garantisce la sicurezza, invece l’alternativa ad esso sì! In realtà l’idea dell’alternativa alla pena carceraria è già contemplata dalla nostra legislazione ed è un percorso che non deve assolutamente esaurirsi. L’abbandono della concezione carcerocentrica del sistema delle pene dovrebbe costituire la grande svolta culturale nella concezione della pena del XXI secolo.  La prima grande svolta in materie di pene si è avuta alla fine del ‘700 con l’illuminismo, che ha  cancellato le pene-tortura, le pene degradanti e le pene infamanti, e ponendo la sanzione detentiva (il carcere) al centro del sistema delle pene.  Tale funzione è stata concepita come educativa e di reinserimento alla società attraverso la Costituzione: ora sappiamo che anche questo passaggio andrebbe superato visto il suo fallimento e quindi contemplare l’idea di una vera e propria alternativa al Sistema Penitenziario.


Sinceramente sembra pura utopia credere al superamento del carcere. Che alternativa concreta esiste?

Chiaro che la de-carcerazione  non può avvenire all’improvviso, ma in maniera graduale. Il movimento abolizionista del carcere dovrebbe raggruppare più realtà possibili per  approdare in un progetto politico su larga scala. Innanzitutto esistono due realtà contrapposte e poco produttive: c’è l’area più radicale che vorrebbe chiudere all’istante le galere, infischiandosene dell’indulto e amnistia perché ritenute una concessione dello Stato e quindi sempre funzionali al carcere, e quella riformista che vorrebbe arrivare alla chiusura delle carceri attraverso l’umanizzazione delle stesse. Credo che le due realtà dovrebbero trovare un compromesso per marciare unite.  Si può benissimo combattere per l’amnistia, l’alternative alle pene, alla denuncia delle vessazioni all’interno del carcere, alla malagiustizia e nello stesso tempo chiedere di destrutturare l’istituzione carceraria proponendo  di dirottare i soldi dell’edilizia carceraria nelle comunità sociali, l’istruzione, la sanità e tutte quelle condizioni che permettono davvero di prevenire la delinquenza. Attraverso questi interventi, si può cominciare a creare la pena non detentiva ma “aperta”: esattamente come avvenne inizialmente con la de-istituzionalizzazione dei manicomi. La pena “aperta” può essere indirizzata proprio in quelle comunità che operano nel sociale dove sono stati dirottati i soldi. Solo attraverso questo progressivo superamento si potrà sperare che un domani, gli Istituti Penitenziari, diventeranno pezzi da museo destinati agli studi dei sociologi.


Ma non ci sono i soldi, con questa crisi figuriamoci se abbiamo milioni di euro da spendere per  le comunità sociali e similari!

E’ vero, siamo in piena crisi e non ci possiamo permettere di sperperare i soldi. Questa crisi crea maggiori diseguaglianze sociali e di conseguenza la delinquenza è destinata ad aumentare: Il punto è che se continuano a persistere le condizioni che creano l’incarcerazione come soluzione  ai conflitti sociali e alle disuguaglianze economiche ogni sforzo di decarcerizzazione verrà alla fine  eroso e saranno costruite ancora più carceri. Ma proprio la spesa carceraria è quella che andrebbe totalmente abolita visto che abbiamo appurato la sua inutilità. Quanto spendiamo per il carcere? Nel 2013 abbiamo speso quasi tremila miliardi di euro per mantenere in vita l’insostenibile sistema penitenziario: basterebbero meno della metà di quei soldi per mettere in moto il servizio sociale e forme di cooperazione che oltre  all’incarcerazione non  oppressiva basata sulla comunità, abbatterebbe il disagio sociale e favorirebbero nuovi posti di lavoro. Cambiare si può, basta volerlo per davvero.

mercoledì 26 marzo 2014

Sul giornale, prossimamente, un articolo sull'abolizione del carcere.

Venerdì prossimo, in edicola,  uscirà su "Gli Altri Settimanale" uno speciale sulle carceri e ci sarà un mio lungo articolo sulla necessità del loro superamento. Argomenterò per ribadire l' inutilità dell'Istituzione carceraria e perché conviene, per la nostra sicurezza stessa, abolirlo. Una convenienza persino economica visto l'enorme sperpero pubblico e del tutto fallimentare. 

                                     

Che dire? Ai tempi dell'ideologia carcerocentrica della società che va di moda anche a sinistra, credo che sia un argomento dirompente e, per certi versi, coraggioso. Ringrazio la redazione del giornale per aver sposato questa battaglia impopolare.

Ps I risultati elettorali francesi che portano nuovamente all'ascesa il partito di estrema destra della Le Pen è un campanello d'allarme che non dovrebbe destare stupore: nei tempi dell'incertezza economica e della sfiducia nelle istituzioni (la colpa principale è la loro) è naturale che le persone trovino conforto nei vari populismi. Trovo del tutto innaturale invece quando anche i partiti o alcuni movimenti antagonisti tentano di scopiazzare il populismo (e il giustizialismo), invece di creare un'alternativa attraverso una nuova alfabetizzazione culturale che si è completamente persa dagli anni 80 in poi.

domenica 23 marzo 2014

Lotta Continua: come la verità storica non coincide con quella giudiziaria.

Ogni qual volta si legge qualcosa su Adriano Sofri e Lotta Continua, subito si nota l'ignoranza del tema e immediatamente c'è chi ci sguazza come fa il solito Travaglio. 

Chi ne sa poco, subito associa Lotta Continua al terrorismo e Adriano Sofri ad un omicida. Pensate quanto sia davvero relativa la condanna di un Tribunale: senza entrare nello specifico delle incongruenze del giudizio, proprio a livello procedurale, se il processo fosse stato celebrato negli Stati Uniti – dove vige l’inappellabilità dell’innocenza – Sofri, Bonpressi e Pietrostefani sarebbero stati dichiarati innocenti. 

Da noi, solo grazie all'unica parola di un pentito (si chiama Marino) c'è stata la condanna; belle le parole di Leonardo Sciascia a tal proposito: "Chi conosce Sofri e lo stima, si sente in diritto di avere l'opinione, fino a contraria e netta prova, che Marino sia un personaggio che ha trovato il suo autore nella legge sui pentiti."


Sofri, Bonpressi e Pietrostefani
                                 

Lotta Continua è stato il gruppo più spontaneista della sinistra extraparlamentare, decisamente il meno marxista leninista e sicuramente il più aperto a numerose istanze con una buona dose di idee libertarie. Si occupava dello sfruttamento operaio, entrava nell'esercito per cambiarlo dall'interno (i famosi proletari in divisa), si occupava della situazione carceraria pensando ai detenuti comuni. E faceva contro-inchieste giornalistiche molto fastidiose: un giornalismo che ha fatto scuola. Si occupò infatti della Strage di Stato, della morte di Pinelli e riuscirono a portare alla luce determinate verità.

Ma raccontiamo qualche episodio per capire quanto Lotta Continua fosse bersagliata.

 Lo stesso anno dell’omicidio Calabresi fu tentata una strage con delle bombe al tribunale di Trento, proprio durante una manifestazione degli studenti. Di questa tentata strage fu accusata Lotta continua e naturalmente ci finirono dentro i dirigenti: quelli di Lotta Continua a quel punto cominciarono a fare delle inchieste per conto proprio e scoprirono che quella tentata strage era stata organizzata da una piccola fetta dei servizi segreti e da una piccola fetta dell’Arma dei carabinieri. Ad anni di distanza finirono arrestati ed accusati il colonnello Santoro dell’Arma dei carabinieri, il colonnello Pignatelli dell’Arma dei carabinieri ed altri.

Non era la prima volta che Lotta Continua fu messa , di proposito, in mezzo a fatti terribili.

Sempre nello stesso anno dell'omicidio Calabresi, ed esattamente il 7 Aprile, la politica della strage fa sfiorare la carneficina. Nella toilette del treno Torino-Roma una bomba esplode tra le mani di Nico Azzi, un giovane estremista di destra legato al gruppo La Fenice: stava collocando l'ordigno con ben in vista il giornale Lotta Continua, proprio con lo scopo di coinvolgerla.

Praticamente l'anno del 1972 fu contornato di eventi finalizzati al coinvolgimento di Lotta Continua: solo con l'omicidio Calabresi, e sopratutto con le "rivelazioni" di Marino,  l'operazione riuscì. Il resto della storia, compresa l'idiozia di definirla una lobby, è puro chiacchiericcio.

venerdì 21 marzo 2014

Amnistia ed eutanasia: ma quale "re Giorgio" !

Al  Presidente della Repubblica Napolitano gli va dato atto che ha avuto il coraggio di far entrare (meglio ancora: ha tentato di far entrare) nel dibattito parlamentare due temi importanti e impopolari: amnistia ed eutanasia. 

Sulla prima sappiamo come è andata a finire: dopo ennesimi rinvii si è approdata alla discussione parlamentare in quattro gatti e, grazie al "nuovo" governo Renzi, l'ipotesi di amnistia è stata definitivamente accantonata. Travaglio scrisse pure un editoriale dove festeggiava questa decisione e credo che abbia raggiunto una sorta di godimento orgasmico.

Sull'eutanasia solamente i soliti radicali (che non sono in parlamento) hanno rilanciato il tema. In parole  povere le raccomandazioni di Napolitano sono state respinte con indifferenza da parte della politica: ma non era stato definito il "re Giorgio"? 


giovedì 20 marzo 2014

Lode del dubbio.

Sia lode al dubbio! Vi consiglio, salutate 
serenamente e con rispetto chi 
come moneta infida pesa la vostra parola! 
Vorrei che foste accorti, che non deste 
con troppa fiducia la vostra parola.

Leggete la storia e guardate 
in fuga furiosa invincibili eserciti. 
In ogni luogo 
fortezze indistruttibili rovinano e 
anche se innumerabile era l'armata salpando, 
le navi che tornarono 
le si poté contare.

Fu così un giorno un uomo sulla inaccessibile vetta 
e giunse una nave alla fine 
dell'infinito mare.

Oh bello lo scuoter del capo 
su verità incontestabili! 
Oh il coraggioso medico che cura 
l'ammalato senza speranza!

Ma d'ogni dubbio il più bello 
è quando coloro che sono 
senza fede, senza forza, levano il capo e 
alla forza dei loro oppressori 
non credono più!

Oh quanta fatica ci volle per conquistare il principio! 
Quante vittime costò! 
Com’era difficile accorgersi 
che fosse così e non diverso! 
Con un respiro di sollievo un giorno 
un uomo nel libro del sapere lo scrisse.

Forse a lungo là dentro starà e più generazioni 
ne vivranno e in quello vedranno un'eterna sapienza 
e spezzeranno i sapienti chi non lo conosce. 
Ma può avvenire che spunti un sospetto, di nuove esperienze, 
che quella tesi scuotano. Il dubbio si desta. 
E un altro giorno un uomo dal libro del sapere 
gravemente cancella quella tesi.

Intronato dagli ordini, passato alla visita 
d'idoneità da barbuti medici, ispezionato 
da esseri raggianti di fregi d'oro, edificato 
da solennissimi preti, che gli sbattono alle orecchie 
un libro redatto da Iddio in persona, 
erudito da impazienti pedagoghi, sta il povero e ode 
che questo mondo è il migliore dei mondi possibili e che il buco 
nel tetto della sua stanza è stato proprio previsto da Dio. 
Veramente gli è difficile 
dubitare di questo mondo. 
Madido di sudore si curva l'uomo 
che costruisce la casa dove non lui dovrà abitare.

Ma sgobba madido di sudore anche l'uomo 
che la propria casa si costruisce. 
Sono coloro che non riflettono, a non 
dubitare mai. Splendida è la loro digestione, 
infallibile il loro giudizio. 
Non credono ai fatti, credono solo a se stessi. 
Se occorre, tanto peggio per i fatti. 
La pazienza che han con se stessi 
è sconfinata. Gli argomenti 
li odono con gli orecchi della spia.

Con coloro che non riflettono e mai dubitano 
si incontrano coloro che riflettono e mai agiscono. 
Non dubitano per giungere alla decisione, bensì 
per schivare la decisione. Le teste 
le usano solo per scuoterle. Con aria grave 
mettono in guardia dall'acqua i passeggeri dl navi che affondano. 
Sotto l'ascia dell'assassino 
si chiedono se anch'egli non sia un uomo.

Dopo aver rilevato, mormorando, 
che la questione non è ancora sviscerata vanno a letto. 
La loro attività consiste nell'oscillare. 
Il loro motto preferito è: l'istruttoria continua.

Certo, se il dubbio lodate 
non lodate però 
quel dubbio che è disperazione! 
Che giova poter dubitare, a colui 
che non riesce a decidersi! 
Può sbagliare ad agire 
chi di motivi troppo scarsi si contenta! 
ma inattivo rimane nel pericolo 
chi di troppi ha bisogno.

Tu, tu che sei una guida, non dimenticare 
che tale sei, perché hai dubitato 
delle guide! E dunque a chi è guidato 
permetti il dubbio!

Bertolt Brech


t

martedì 18 marzo 2014

Scontro ai vertici della procura di Milano: il sistema giustizia in mano alle correnti.

Mio articolo pubblicato su "Gli Altri".

Tramite la denuncia al Csm del procuratore aggiunto Alfredo Robledo di Milano nei confronti del procuratore Edmondo Bruti Liberati, si è scoperto che all’interno della procura di Milano è in corso da tempo una vera e propria guerra interna tra fazioni, o meglio tra correnti. In realtà è il segreto di Pulcinella e, chi conosce bene l’ambiente togato , queste divisioni e assegnazioni a seconda la convenienza e “fratellanze”, sono guerre permanenti che avvengono in molte procure importanti.

Scontro ai vertici della procura di Milano <br/> Il sistema giustizia in mano alle correnti
A sinistra il procuratore aggiunto Alfredo Robledo; a destra il procuratore Edmondo Bruti Liberati. 

Il magistrato Robledo, che appartiene alla corrente di Magistratura indipendente, si è sentito espropriato dalle sue indagini che venivano sistematicamente assegnate ai suoi colleghi che appartengono alla corrente di Magistratura democratica: esisterebbe una sorta di “cerchio magico” composto dagli esponenti della Md come Bruti Liberati stesso, il capo del pool reati finanziari Francesco Greco, la Boccassini, il vice capo dell’ufficio gip Claudio Castelli e molti dei presidenti di sezione del tribunale civile e penale.

Tramite questa denuncia si mette in evidenza anche un altro aspetto importantissimo e grave. Robledo, tramite la lettera indirizzata al Csm, denuncia il fatto che aveva intenzione di far partire il prima possibile un indagine relativa ad un ipotesi di reato (scaturita da un’inchiesta giornalistica) nei confronti della gestione dell’ospedale milanese San Raffaele, e che Bruti Liberati gli avrebbe mandato una comunicazione: “In ragione della estrema delicatezza della complessiva vicenda San Raffaele” ordinava che “nel frattempo” non venisse “disposta alcuna nuova iscrizione, né, ovviamente, presa alcuna iniziativa d’indagine”. Quindi in questo caso l’obbligatorietà dell’azione penale non è stata rispettata: un motivo in più per abolirla visto che l’azione penale viene in realtà condotta a seconda la convenienza del momento.

In questa storia viene insomma a galla quel segreto di Pulcinella che riguarda l’intero apparato giudiziario. A causa di una sottocultura giustizialista e legalitaria che ha divinizzato l’Istituzione giudiziaria si è perso di vista che la magistratura è un potere dello Stato: e in barba della Costituzione stessa, è un organismo politico (iper lottizzato) potentissimo e che, come ogni potere, vige una lotta interna tra fazioni. Il problema è che, questa guerra corporativa, crea malagiustizia e stritola vite umane che sfortunatamente incappano in quel meccanismo dove è difficile uscirne fuori indenne fisicamente e mentalmente.

Ma in tutta questa storia c’è una questione a parer mio ridicola: ovvero la denuncia portata al Csm. E’ come se, per denunciare un dirigente industriale, uno si rivolgesse al manager che egli stesso ha voluto. Mi spiego meglio. La nomina dei capi delle procure (come Liberati) la fa il Csm stesso che decide forte di una maggioranza di due terzi eletta dagli stessi magistrati: nomine che avvengono in base agli equilibri all’interno del sindacato delle toghe, l’Anm, e delle correnti “politiche” come Magistratura democratica, Unicost, Area e Magistratura indipendente. Quindi è un cane che si morde la coda.

Senza una riforma seria dell’intero apparato giudiziario (e il Governo Renzi si tiene ben lontano dal farlo) e penitenziario non cambierà mai nulla. Nessuna denuncia né scandalo potrà portare qualche beneficio: la magistratura non si autoriformerà mai.


Niki Aprile Gatti: nuova interrogazione parlamentare del M5S

Mio articolo pubblicato su  "Agoravox" e "Osservatorio sulla repressione"

Ieri (il 17 marzo, ndr) l'onorevole Alessandro Di Battista del Movimento Cinque Stelle ha depositato una interrogazione parlamentare per chiedere un intervento del Ministro della Giustizia Orlando affinché faccia luce sulla morte di Niki Aprile Gatti. È una notizia importante visto che, con questa nuova iniziativa, siamo arrivati esattamente alla quarta interrogazione. Quelle precedenti, più due solleciti per avere la risposta, sono rimaste inevase: silenzio più totale dal parte degli scorsi Governi. Ci auguriamo che finalmente ci sia una risposta chiara, non di circostanza e soprattutto propositiva.

                              


Il parlamentare Di Battista così ha scritto sulla sua bacheca di Facebook:
"Qualche giorno fa ho parlato con la mamma di Niki Gatti. Niki il 22 giugno 2008 fu ritrovato morto nella sua cella. Il reato a lui contestato: frode informatica. Fu arrestato insieme ad altre 17 persone, solo Niki ha risposto ai magistrati durante l’interrogatorio di garanzia, tutti gli altri si sono avvalsi della facoltà di non rispondere. Tanti misteri: un livido a forma di cerchietto sul braccio, testimonianze dei compagni di cella divergenti, un furto nell’azienda dove lavorava e uno nella sua abitazione e tutti gli indagati sono tornati liberi. Niki ha collaborato con la giustizia, ma per lui giustizia ancora non c’e’ stata: la sua morte archiviata come suicidio. La madre Ornella Gemini chiede verità e giustizia da quasi 6 anni, il Ministro della Giustizia ha il dovere di intervenire per rispondere agli interrogativi. 
Io ho appena depositato un’interrogazione al riguardo. Mi auguro che il Ministro Orlando risponda rapidamente e che vi siano giornalisti e blogger interessati ad approfondire la vicenda e riaccendere dei riflettori su uno dei migliaia di casi italiani ancora troppo oscuri. Un abbraccio a Ornella e alla sua famiglia."

 La mattina di quel maledetto 24 giugno del 2008, Niki Aprile Gatti è stato ritrovato morto dentro la sua cella. Si sarebbe impiccato con un laccio che non avrebbe dovuto avere. Un laccio che, secondo la Magistratura , sarebbe bastato per sorreggere un peso di oltre 90 Kg. Sono passati, sei maledetti anni e la verità ufficiale è il suicidio: la Magistratura aveva definitivamente archiviato tutto. 

Ma la verità che si può intravvedere è un'altra e il contesto l'ho definito qui
Nel frattempo è accaduto un fatto strano ed inquietante: Ornella Gemini, la madre di Niki, aveva un blog che è stato cancellato recentemente da "qualcuno" che è riuscito ad acquisire la sua password. Non si è scoraggiata e ha aperto un altro blog (http://nikiaprilegatti.com/) e quello della sua neonata associazione (http://associazionenikiaprilegatti.com/niki-aprile-gatti/).

Niki non si è suicidato, secondo me: troppe anomalie e contraddizioni mai chiarite. Penso che Niki sia stato ucciso, forse perché, da innocente, poteva rivelare alcune cose che potevano recare fastidio. È stato l’unico tra i diciotto arrestati (inchiesta Premium) a non avvalersi della facoltà di non rispondere e a differenza degli altri diciassette, cui verranno concessi gli arresti domiciliari, sarà trasferito, stranamente, nel carcere di Sollicciano, a Firenze, e non in quello di Rimini. 

 L’Inchiesta Premium si andava ad intrecciare ad altre indagini che approdano ad un’altra inchiesta, a Perugia: gente mafiosa, broker che viaggiavano tra Londra e l’Italia, business di compagnie telefoniche, odor di riciclaggio di denaro sporco tramite società finanziarie, omicidi, conoscenze importanti come un esponente della Guardia di Finanza: inchieste giudiziarie mai unite e, forse, mai approfondite fino in fondo. Perché?

All'interno del carcere è possibile ammazzare su commissione le persone scomode e spacciarle per suicidio: il carcere, proprio per la sua aberrante condizione, è soprattutto una trappola. Rinchiudere, preventivamente, le persone con facilità è da irresponsabili: ma i magistrati se ne infischiano.

lunedì 17 marzo 2014

Niki Aprile Gatti: "Ma è arrivata la Morte, inaspettata, alle spalle…traditrice"

La mattina del 24 Giugno del 2008, Niki Aprile Gatti , è stato ritrovato morto dentro la sua cella. Si sarebbe impiccato con un laccio che non avrebbe dovuto avere. Un laccio che, secondo la Magistratura , sarebbe bastato per sorreggere un peso di oltre 90 Kg. Sono passati  sei maledetti anni e la verità ufficiale è il suicidio: la Magistratura aveva definitivamente archiviato tutto. Sono state fatte addirittura ben tre interrogazioni parlamentari e sono rimaste inevase, senza alcuna risposta.

Ma la verità che si può intravvedere è un'altra e il contesto l'ho definito in questo mio dossier:  http://incarcerato.blogspot.it/2012/06/dossier-dalla-ndrangheta-massoneria.html 
Nel frattempo è accaduto anche un altro fatto strano ed inquietante: Ornella Gemini, la madre di Niki, aveva un blog che è stato cancellato recentemente da "qualcuno" che è riuscito ad acquisire la sua password. Non si è scoraggiata e ha aperto un altro blog (http://nikiaprilegatti.com/) e quello della sua associazione (http://associazionenikiaprilegatti.com/niki-aprile-gatti/)

Per ricordalo ripropongo questo mio straziante scritto: si tratta di  un racconto ipotetico di Niki per far capire come avvenne l’omicidio. Ebbene, dopo qualche tempo arrivò la notizia dell’omicidio-suicidio di un carcerato: stessa modalità come il racconto ipotizzato. Questo per far capire che è possibile all'interno del carcere ammazzare su commissione le persone scomode e spacciarle per suicidio: il carcere, proprio per la sua aberrante condizione, è soprattutto una trappola. Rinchiudere, preventivamente, le persone con facilità è da irresponsabili: ma i magistrati se ne infischiano.

                              


Ecco mi trovo catapultato qui, e chi se lo immaginava? Ma pazienza probabilmente sarà un'esperienza che mi renderà ancor più forte nell'affrontare la vita, ne sono sicuro. Ma quanto è triste questo carcere! I miei compagni di cella sono molto simpatici ma distrutti, si vede che non hanno avuto vita facile. Non so ma penso che non sia il carcere la soluzione per loro, credo che valga la stessa cosa per tante altre persone. Mamma, non oso immaginare come stai ora! Per fortuna c’è il grande Roberto che con la sua calma ti starà tranquillizzando. Mi dispiace solo che non ti abbiano fatto parlare con me. Ma perchè si comportano così?
Ha ragione la mia cuginetta Sara, l’ho sempre detto che faceva bene a ribellarsi e cercare di cambiare qualcosa. Ecco tra poco il Magistrato mi riceverà: non vedo l’ora di dire tutto quello che facevo nel mio lavoro e sicuramente mi faranno uscire. Non vedo l’ora di riabbracciarti, mamma! Poi c’è il mio fratellino Nathan, immagino già le domande che mi farà. Gli racconterò la mia esperienza, lui sembra me da piccolo: così curioso del mondo…

L’ora d’aria! La sezione del carcere quasi deserta. Ci sono nel corridoio due uomini che sembrano detenuti in compagnia di un’ altra persona e che detenuto non lo era affatto. Si sentono dei passi metallici che pian piano pare che si avvicinino verso la cella dove c’era Niki. L’altro compagno era appena uscito per farsi il metadone. L’altro era a letto forse a dormire. Niki stava pensando se fosse il caso di cambiarsi il pigiama per uscire un po’ visto che era l’ora per i passeggi.

Certo è incredibile, tutto avrei immaginato che finire in prigione. Eppure amo così tanto il lavoro: ho ancora tanti progetti da fare! Ma uscito da qui ricomincerò tutto da capo. Già sto immaginando la gioia di mamma quando mi rivedrà. Sono sicuro che sta facendo di tutto per vedermi e farmi uscire. Ma non servirà, chi è nel giusto come me, uscirà no?

Ecco che entrano i tre uomini, uno ha una faccia particolarmente brutta. Non sembra affatto gente buona. Quello che sta al letto apre un attimo gli occhi. “Tu stronzo chiudi gli occhi e dormi, stai muto sennò ti rimandiamo in Africa. Drogato di merda!” Tremando richiuse gli occhi e si paralizzò nel letto.

Niki ebbe un brivido fastidioso lungo la schiena, c’era una situazione che non gli piaceva affatto. Una sensazione indescrivibile, come se fosse un presagio di qualcosa non proprio bella.
“Dai ragazzo vieni qui dentro al bagno con noi, ti dobbiamo parlare. Tranquillo, tutto ok!”

Ho paura, si ho paura! Mi sta battendo il cuore forte, sto sudando, cosa vogliono da me questi qui? Spero di sbagliarmi,ho una strana sensazione. Non posso credere a quello che penso. No, non posso…e poi perchè? Perchèèè?

I due si misero di fianco a Niki, e gli bloccarono braccia e spalle. Il terzo era dietro di lui e lo prese per la testa. “Dai ragazzo fermo e zitto, sarà un attimo, quasi indolore…”
Niki urlò a squarciagola, chiese un aiuto disperato che si propagò per tutta la sezione. Forse c’era qualche altro detenuto nelle celle limitrofe che lo sentì….

Si dice che quando si sta per morire, in un attimo, ti passa tutta la tua vita davanti. A me ora quello che sta passando è la paura fottuta della morte, della sofferenza,di quello che ci sarà dopo e non so nemmeno il perchè di tutto questo. Ho paura mamma, ho tanto paura! 
Ma durante questo mio urlo di aiuto e di paura sto vedendo te,mia dolce mamma! Quanto mi hai amato, ed è solo grazie a te che ho vissuto questa mia breve ma intensa vita piena di felicità. Se sono stato sempre un ragazzo sicuro di se è per l’amore della mia famiglia: loro hanno sempre creduto in me. 
Ma io so che da ora in poi tu sarai perennemente triste e straziata dal dolore. Non voglio questo mamma, non lo voglio! Oddio mamma, quanto vorrei essere ora vicino a te almeno per stringerti la mano durante il trapasso. Il mio ultimo pensiero a te, a Nathan e ai miei cari…
Voglio tanto abbracciarvi per l’ultima volta e dirvi che questi qui non valgono nulla e non la passeranno liscia: i vermi vivono sottoterra, ma alla fine affiorano sempre.  Ma è arrivata la Morte, inaspettata, alle spalle…traditrice.

La persona che era dietro cacciò fuori un laccio preso dalla scarpa di Niki, lo tenne ben teso e lo avvolse intorno al collo. Poi il buio… 


domenica 16 marzo 2014

La scrittura come atto di resistenza.

Senza la memoria siamo il nulla e narrare è una grande forma di Resistenza. La morte sarebbe vana per tutti quelli che hanno subito ingiustizie e orrori di Stato se non si potesse lasciare almeno una traccia, una narrazione dell'accaduto, qualcosa che rimanga scolpita per sempre e a disposizione dei posteri.

                      

Se anche dopo l'Olocausto gli esseri umani sono stati ancora capaci di scrivere una poesia, un romanzo, vuol dire che la voglia di riscatto c'è nonostante le tragedie più indicibili. Ma è anche vero che gli orrori si ripetono come i desparecidos dell'America Latina e dei neonati strappati alle partorienti con la benedizione della Chiesa e allevati da altre persone. Gli orrori si ripetono come i genocidi in Africa, il popolo Palestinese, l'etnia curda in Turchia, gli aborigeni in Australia, e tante tanti assassinii e torture di Stato come avvengono nel nostro "bel Paese".

La scrittura è pericolosa perchè oltre a descrivere il marcio, descrive anche il bello. In Cile esistono dei bellissimi fiori , sono le rose di Atacama che sono color sangue. Sbocciano nel deserto cileno per un solo giorno all'anno e subito vengono bruciate dal Sole calcinante. Queste rose sono un simbolo di una natura che non si arrende nemmeno a se stessa, e durante il periodo terribile di Pinochet, c'era uno scrittore di nome Fredy Taberna che fu massacrato dai militari perchè colpevole di annotare la bellezza di quei fiori. Narrare la bellezza e la forza simbolica di un fiore in tempo di dittatura è un pericolo: può risvegliare le coscienze.

Narrare è una grande forma di resistenza e se è vero che le parole non fanno una rivoluzione, è anche vero che esse la preparano. Per questo sono tanto temute dal Potere.

Poi certamente , dipende anche quali parole utilizzare. La parola a volte è anche servita per creare un unico gregge e può anche preparare azioni reazionarie. La parola non deve adulare. Non deve compiacere né il potente di turno, né il popolo per farlo sentire migliore di chi si siede sul trono. In questa epoca di marketing del linguaggio si usano le parole per deresponsabilizzare le persone e aizzarle contro il capro espiatorio di turno.

Saper narrare è quindi Resistenza, ma anche recepire con spirito critico è un esercizio altrettanto resistente.


venerdì 14 marzo 2014

Telenovela Riina: le intercettazioni non aiutano a scoprire la verità

Mio articolo pubblicato su "Gli Altri".


Le confessioni di Totò Riina, direttamente dal  41 bis, continuano ad essere trasmesse a puntate via Tv: ora sappiamo che è stato Borsellino stesso ad azionare il telecomando con il suo citofono.

Si pone un bel problema con la tesi “trattativista”: non era stato azionato dal famoso castello Utveggio controllato dai servizi segreti? Sappiamo che quell’ipotesi in realtà era già stata esclusa da tempo, anche se alcuni celebri Pm e giornalisti moralizzatori ancora continuano a dare la percezione che sia stato così. C’è anche quell’altra ipotesi ventilata dal giornalista dell’Espresso Fulvio Abbate in cui, attraverso le confessioni di Spatuzza, si ipotizzò che fu Graviano, boss di Cosa Nostra, ad azionare il telecomando: sì, ma quell’articolo dell’Espresso era stato scritto per inserire nel discorso (eravamo in piena epoca antiberlusconiana a senso unico) l’allora Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi visto che, sempre secondo Spatuzza , “Graviano è il boss di Brancaccio che dopo l’attentato di via d’Amelio avrebbe trattato direttamente con Silvio Berlusconi e Marcello Dell’Utri”. Quindi nulla di serio e credibile.

                                 

Insomma la confusione regna sovrana, ma con una certezza: l’intercettazione ambientale su Riina è stata istituita dalla Procura di Palermo. Intercettazioni che dovrebbero in teoria rimanere segrete per la stessa sicurezza dei titolari dell’indagine sulla “Trattativa”.  Se è vera l’ipotesi di Violante che il confidente di Riina sia istruito dai Servizi Segreti (leggasi le mie due inchieste http://incarcerato.blogspot.it/2014/02/servizi-segreti-magistratura-ed.html  e http://incarcerato.blogspot.it/2014/02/lettera-di-minaccia-riina-la-vera.html), qualche domanda ce la dovremmo pure porre, o no?

Ma porre domande pare che sia rischioso: il giudice Di Matteo ha querelato i giornali che ponevano dubbi sulla veridicità dello “sfogo” di Riina; Travaglio con i suoi editoriali  ha messo all’indice tutti i giornalisti e opinionisti i quali ipotizzavano il fatto che Riina sapesse di essere intercettato e che le sue minacce, di conseguenza , non fossero del tutto credibili. A quanto pare seminare dubbi è reato, perfino amorale.

Ma c’è un colpo di scena! Il giornalista  “trattativista” Saverio Lodato,  vedendo l’istanza di remissione dell’ex generale Mori (uno degli imputati del processo sulla trattativa)  per  chiedere legittimamente il trasferimento del Processo (dopo le minacce di Riina) ad un’altra località che non sia Palermo, dice che ora è tutto chiaro: lo sfogo di Riina è tutta una sceneggiata e che va “ripetendo lo spartito di Grandi Suggeritori”   per  distruggere il Processo sulla Trattativa. Ora che accade? E’ valida all’improvviso la teoria della messinscena di Riina? Prendere sul serio tutti questi ragionamenti opportunisti ( per rafforzare la tesi debolissima della trattativa) dicendo una cosa e poi l’esatto contrario rischia di farsi trascinare nella spirale schizofrenica del pensiero.

Che la mafia sia legata alla politica è scontato, che pezzi dello Stato (compresa la Magistratura, anche se viene omesso questo particolare) siano contigui alla criminalità organizzata è anche questo assodato da anni. Non è chiaro però perché si continui a intraprendere una strada che con la verità , a parer mio, non ci si avvicina nemmeno di poco: è chiaro solamente che ci sono alcuni Pm che  si dilettano a riscrivere la storia attraverso l’aula del tribunale.

martedì 11 marzo 2014

Nel nome della cinica legalità: storia di una donna condannata.

"Dov'è un tribunale è l'iniquità". 
Lev Tolstoj.

Come promesso ho deciso di narrarvi una storia vera, ed integra il mio discorso dell'articolo precedente (clicca qui). Ho adottato un nome di fantasia per rispettare la sua persona. Auspico che sarà motivo di riflessione e confido nelle giovani menti, affinché possano cambiare in meglio questa società senza inseguire la moda giornalistica del momento e il pensiero giustizialista che in nome della "legalità" sta rendendo sempre più spietata la nostra società.

                             
                              

Lucia era (e lo è tuttora) una ragazza in gamba, intelligente e determinata a realizzare la sua vita. Era circondata da un ambiente famigliare genuino che nei periodi di difficoltà le infondeva coraggio per attraversare la quotidianità, spesso tortuosa, della vita. 

Lucia decise di voler subito essere indipendente e partecipò ad un concorso per vigili urbani, un posto fisso che almeno le poteva garantire una sicurezza che il capitalismo moderno non riesce a dare più; il posto era riservato solamente a due persone: arrivò prima senza alcuna raccomandazione e fu motivo di orgoglio. Ma lei è una persona umilissima e non ne faceva un vanto.  Non era vanitosa, non rientrava nella classica civetteria di molte sue coetanee: era una ragazza sensibile, di grande umanità. E in questo mondo sempre più liquido dove abbonda la quantità e l’apparenza più spietata, possedere queste qualità portano inevitabilmente a produrre delle crepe: le debolezze dell’anima che si legano al proprio corpo, esattamente alla propria fisicità. 

D'altronde , come scrisse Kundera,  è l' epoca in cui l' «io» comincia dovunque a essere sfuggente, dove tutti i volti appaiono «penosamente simili», e l' epoca in cui abbiamo imparato a capire che gli uomini agiscono imitandosi l'un con l'altro, come in un gregge, per cui «i loro atteggiamenti sono statisticamente calcolabili, le loro opinioni manipolabili». Ed è proprio con la questione del corpo (la parte esteriore della nostra identità) che Lucia dovette fare i conti: è bella, ma ciò non ha importanza quando subentrano dei fattori che determinano dei conflitti e intaccano la propria identità.

Cartesio ci spiegava che la caratteristica principale dell’identità è il proprio pensiero, ma è troppo riduttivo e per nulla veritiero: il corpo non è mai separato dall'anima (che poi sarebbe la propria coscienza, il proprio io), ma è strettamente legato e ne risponde sempre. Forse ci si avvicinò di più Aristotele, il quale sosteneva che le due entità (anima – corpo) non sono separate ma costituiscono elementi separabili da un'unica sostanza: il corpo è la materia intesa come potenzialità, quella che offre possibilità di sviluppo, l'anima è la forma. In parole più chiare egli intendeva dire che il corpo è un semplice strumento dell'anima: ma non uno strumento inerte e senza alcun coinvolgimento.

Qual è stato l’elemento scatenante quando Lucia ad un certo punto della sua vita si guardava allo specchio e non riusciva più a conciliare il suo corpo con la sua anima? L’amore. O meglio ancora, quello che immaginava fosse tale. Il suo corpo non lo riconosceva più e sprofondò nell'anoressia. 

Lucia si era innamorata di un ragazzo più giovane, e da quel momento la sua identità andò in subbuglio: era un amore malato, illusorio, non veritiero. Come accade a molte donne, ci si innamora dell’uomo forte (ma che nasconde immense debolezze) e si finisce con il diventarne succube. Lucia si era “innamorata troppo” di un ragazzo che tra l’altro aveva già una relazione e le si era innescato quel meccanismo che porta a non amare affatto perché in realtà aveva paura: paura di restare sola, paura di non essere degna d’amore, paura di essere abbandonata o ignorata.  E amare con paura significa soprattutto che lei si sia attaccata morbosamente a lui perché lo ritiene indispensabile per la sua esistenza: amare con paura comporta la messa in atto di tutta una serie di meccanismi di controllo per tenere l’altro nell'area del proprio possesso.

Quando accade questo, nulla valgono i consigli dei propri cari, di chi le vuole bene: i famigliari di Lucia si sentirono impotenti perché lei non dava ascolto a nessuno. Sono relazioni pericolose perché ci si sente tormentati, infelici e si possono commettere stupidaggini senza rendersene conto.

Il ragazzo di Lucia le chiese un favore e lei, ottenebrata dalla sua condizione di sudditanza non rifiutò. Doveva fungere da basista per rubare le pistole d’ordinanza dei vigili urbani, suoi colleghi, all'interno della sua caserma: Lucia per questo verrà inquisita e condannata in Cassazione per più di cinque anni di galera, il suo ragazzo (per fortuna ex) un po’ di più e nell'interrogatorio avrebbe dichiarato anche il falso e quindi mettendo in difficoltà ancor di più Lucia. 

Contro di lei si costituì parte civile il suo Comune e la caserma dei vigili urbani: la legge non ammette ignoranza si dice spesso, ma si dimentica di aggiungere che non ammette nemmeno la pietas umana. Il Pm si accanì spietatamente contro Lucia, chiedendo perfino otto anni e aggiungendo , come fanno di solito, reati mai commessi come un burocrate che non vede la persona, ma un numero da far condannare.

La sua prima detenzione fu uno shock  sia per lei che per la famiglia, ed è soprattutto per quest’ultima che le deve la sua sopravvivenza: aveva pensato al suicidio (la detenzione porta a questo) mentre era rinchiusa nel carcere, ma pensando al dolore della famiglia si convinse di lottare e resistere.

Oggi ha quasi finito di scontare gli anni, le manca poco per riottenere la libertà e attualmente lavora, come alternativa alla pena, in una cooperativa di servizi ed è stimata per il suo lavoro che svolge in maniera diligente (lei è così di carattere, da sempre) ed è una donna in rinascita. Lucia non doveva essere condannata ( i cinici giustizialisti e legalitari che dicono “Chi sbaglia deve pagare” non lo comprenderebbero mai)  e nemmeno rieducata (da cosa poi?) : lei doveva essere salvata.


Lucia ha vinto, l’affetto dalla quale è circondata le ha dato forza: altre persone che hanno avuto una storia simile, abbandonate a se stesse e condannate perché hanno commesso atti illegali, non ce l’hanno fatta.





domenica 9 marzo 2014

Il carcere e la questione dell'insostenibile legalità.

Questo mio scritto è rivolto a quelle giovanissime persone che iniziarono a seguirmi da quando io aprii questo blog. Alcuni di loro, e per me è una grande soddisfazione, si appassionarono ai problemi carcerari, alla sua inaudita violenza e alle tanti morti che prima non facevano notizia. Alcune tremende e senza immagini da vendere al pubblico (da sempre ammaestrato) come quella di Niki Aprile Gatt(clicca qui per l'articolo).

                               
   


Alcuni di coloro che mi seguirono si sono dedicati al giornalismo e gli auguro di farcela, anche se per esperienza personale posso dirvi che è difficile. A meno che non ci si adegui ai target del momento, l'indignazione funzionale al Sistema affinché nulla cambi per ritornare tra dieci anni a ripetere le stesse cose, stesse denunce, identiche indignazioni a comando: il fardello dell'eterno ritorno.

Il mio consiglio spassionato è quello di non sentirsi portatori della morale verso gli altri, mai infondere certezze ma seminare tanti dubbi. Il punto interrogativo fa muovere il mondo e aiuta la coscienza critica. Mai, dico mai, giudicare chi non rispetta la legge e , lo dico con forza, mai giudicare nemmeno coloro che fanno da manovalanza per le spietate organizzazioni mafiose. Tenetevi lontani dalla savianizzazione del pensiero, e ancor di più dal linguaggio povero di un Travaglio e i suoi infiniti replicanti.

Ma ho premura di porre una questione fondamentale a proposito dell'Istituzione carceraria : parlare del rispetto della legalità all'interno di questa infima istituzione è davvero disarmante. E' chiaramente facile fare questi mediocri discorsi: davanti c’è sempre la menzogna comprensibile, e dietro l’incomprensibile verità.  Il carcere è paragonabile, nel senso letterario del termine, ad un campo di concentramento: per definizione è l'eliminazione della vita privata, la crudeltà e la violenza sono soltanto un aspetto secondario (e per nulla necessario).

Il sistema penitenziario è un luogo, di concentramento appunto, dove vengono stipate le persone e 24 ore su 24 non hanno nessuna sfera privata, nessuna intimità, ci si spersonalizza e "infantilizza" (devono compilare le domandine per ogni cosa: una matita, un quaderno, etc..); devono comportarsi bene, e per bene vuol dire che non devono lamentarsi, devono essere costretti ad ubbidire agli umori del direttore di turno o a quello del secondino, non devono fare perfino lo sciopero della fame (c'è chi lo fa e viene punito, oppure c'è chi ha continuato ed è stato lasciato morire senza che nessun magistrato di "sorveglianza" intervenisse per farlo liberare e curare in ospedale).

Ho per caso elencato reati contemplati dal codice penale ? No, questa è l'Istituzione ed è del tutto legale. Se un domani i secondini violenti smettessero di riempire di botte un detenuto, il problema rimarrebbe esattamente come prima: l'istituzione carceraria è l'essenza della tortura (soprattutto psicologica) e del "sorvegliare e punire" come ci ha spiegato Foucault.                                                                                     

Quando, qualche paragrafo sopra, ho scritto di non giudicare chi commette dei reati e quindi di non fare la ramanzina a chi non rispetta la "legalità", ha un senso ben preciso. Facile predicare quando si ha una posizione in sicurezza, senza aver trovato difficoltà materiali nella vita, senza aver avuto mancanza di sicurezza familiare, necessità di lavoro, senza essere vissuti in un ambiente ostile. Io, come molti di voi, sono stato fortunato: nonostante le difficoltà non sono cresciuto nelle periferie come Secondigliano o di un quartiere periferico romano come San Basilio e quindi , nonostante i periodi difficili, non sono caduto nel vortice della delinquenza : ma quanti, plasmati dall'ambiente povero e dalla criminalità pronta ad attingere manovalanza, sono caduti in questa spirale? Ricordiamocelo sempre: se noi siamo come siamo è semplicemente una casualità.Quindi con quale coraggio possiamo parlare di legalità erigendoci in moralizzatori ? Ma soprattutto, in un Sistema capitalista dove il benessere è per pochi, producendo tanto sottoproletariato e quindi fasce immense di povertà, è assolutamente ridicolo (e soprattutto superficiale) parlare del rispetto della legge. Capisco che va di moda, sopratutto a sinistra (sic), parlare di giustizia penale: ma è quella sociale che andrebbe presa in considerazione prima di ogni altra cosa!

Ma ci sono anche casi di condanne verso persone in gamba, intelligenti e dotati di grandi umanità che hanno commesso dei reati nonostante provenissero da ambienti e condizioni famigliari genuini. La prossima volta narrerò una storia particolare di una ragazza, una storia vera dove non specificherò il luogo e adotterò un nome di fantasia per il rispetto della sua persona. E' la storia di Lucia,  una vigilessa (ora ovviamente ex) condannata per essere stata complice di un furto d'armi nella sua caserma.Così capirete quanto sia da mediocri giudicare e fare il "moral-chic" e quanto sia vera quella frase di Lev Tolstoj: "Dov'è un tribunale è l'iniquità".

Aggiornamento: la storia di Lucia è  qui.