venerdì 31 gennaio 2014

L'utilizzo fascista dell'antimafia.

Dopo tutto quello che è accaduto, l'arresto di Scarantino (usato ancora un'altra volta) dopo l'intervista "scoop" a Servizio Pubblico, le intercettazioni su Riina che è una completa (a parer mio) messinscena e istruito a dovere, voglio proporre la risposta di #Sciascia nei confronti di coloro che l'accusarono per il suo famoso articolo "I professionisti dell'antimafia". E' un dovere leggerlo. E che se lo ripassassero anche coloro che pensano di difenderlo, ma accusandolo nuovamente di aver sbagliato. Un dovere visto che ancora una volta viene infangato tramite le parole di quell'analfabeta di Riina. Siamo un Paese che non merita persone per bene e sensibili alla dignità umana. Siamo un Paese antropologicamente fascista, senza speranza e senza volontà si approfondire. Siamo un Paese ove la "controinformazione" è falsata, utile al Sistema stesso. E somari che citate Orwell a caso: prima , magari, leggetelo.


Ecco il grande articolo di Sciascia in risposta alle accuse:

«A differenza del fascismo, la democrazia ha fra le mani l'unico strumento idoneo a combattere la criminalità: il diritto - Il rischio di sostituire al simbolo della bilancia della giustizia la cosiddetta "cultura delle manette" - I comitati di vigilanza o di salute pubblica sono simili alle folle che nei film "western" chiedono la giustizia sommaria a cui si oppone il buon sceriffo - Cortei e tavole rotonde danno solo l'illusione di far qualcosa»

SOMMARIO: Lungo, polemico articolo in cui l'a. si difende dagli attacchi portatigli, su "La Repubblica", da Giampaolo Pansa, e più in generale dagli attacchi portatigli dal Coordinamento Antimafia per aver egli criticato "un certo modo di intendere e praticare la lotta alla mafia" e le modalità con cui il giudice Borsellino era stato nominato procuratore della repubblica a Marsala. Inizia ricordando il suicidio di Rosario Nicoletti, che è quasi "motivazione psicologica" del suo comportamento; ribadisce poi che "l'intendere e praticare la lotta alla mafia nel modo in cui il Coordinamento antimafia di Palermo e Giampaolo Pansa" l'hanno intesa, finisce per essere un vantaggio per la mafia. Il fascismo poté usare certi metodi spicci, con la "cultura del sospetto" e la "cultura delle manette", la democrazia non può farlo. Purtroppo, invece, si fa ancora largo uso di certi metodi "addirittura repugnanti", e anche della "cultura dell'indiscrezione" che infrange il vincolo del "segreto istruttorio".
Ma intorno al suo articolo si è scatenata l'ira dei "professionisti dell'antimafia" e specialmente del Coordinamento, che ha chiesto per Sciascia l'allontanamento ai margini della "società civile". Ma, si chiede l'a., quale autorità e legittimità ha quel Comitato, pur avallato dal partito comunista e dai "cattolici del rinnovamento"? E quale autorità ha Pansa di dare certi giudizi: negativo su Sciascia ed estremamente positivo sul sindaco di Palermo? Eppure, al di là delle tavole rotonde e dei cortei studenteschi, le uniche iniziative serie a livello amministrativo contro la mafia, a Palermo, le hanno prese altri, e non il sindaco. Riferisce infine della "dicotomia" venutasi a creare per la disparità di giudizi tra il giudice Borsellino e una sentenza della Corte d'Assise di Palermo che lo ha criticato: nei processi di mafia fatti come questi vanno a danno della giustizia.
(CORRIERE DELLA SERA, 26 gennaio 1987)

Diceva Pirandello: "Beato paese, il nostro, dove certe parole vanno tronfie per via, gorgogliando e sparando a ventaglio la coda, come tanti tacchini." Ma lasciando da canto l'ironia (il cui linguaggio non sempre riesce decifrabile ai più), si può dire e posso ben dirlo dopo trent'anni di polemiche che il nostro è un tremendo paese, dove basta ci si attenti a toccare il picchiotto, per bussare alla porta della verità, che si viene proclamati untori anche da chi sa che le unzioni non esistono e che chi bussa non ha niente a che fare con la peste. E il guaio è che ciò avviene a livello di chi propriamente ha "voce in capitolo", espressione che viene dal fatto che quel passo della Sacra scrittura detto "capitolo" soltanto i canonici avevano il privilegio, in cattedrale, di cantarlo: privilegio da cui altri ne discendevano, ovviamente. Ma mi accorgo di star ricascando nell'ironia, da cui dovrei invece guardarmi come da un vizio (ma è come il fumare: che tante volte si fa il proposito di abbandonarlo: e invece a nostro danno lo manteniamo).

Tenterò dunque, senza ironia, di tenermi ai fatti. Che son questi: il 10 di questo mese il “Corriere” pubblicava un mio articolo in cui, muovendo dall'interessante libro di Christopher Duggan su "La mafia durante il fascismo", brevemente svolgevo delle considerazioni, su un certo modo di intendere e praticare la lotta alla mafia che mi pare sbagliato e controproducente. A monte di tali considerazioni c'era (e c'è) un fatto doloroso e, lo ammetto, traumatico: e offro così una motivazione psicologica a chi nel mio comportamento la cerca: il suicidio di Rosario Nicoletti. Ho conosciuto Nicoletti nei giorni in cui Moro stava nella "prigione del popolo", e come me Nicoletti era penosamente convinto che, nell'intramarsi dell'inefficienza alla stoltezza e agli interessi, non ne sarebbe uscito vivo. E direi che, da democristiano, ancor più drammaticamente di me si dibatteva, nel problema. Da quel primo incontro si stabilì tra noi un rapporto d'amicizia. Mi pareva, come Pasolini diceva appunto per Moro, che fosse "il meno implicato di tutti". E mi resta come un punto oscuro, come una domanda, come un rovello, il fatto che l'ultimo appuntamento che ci eravamo dati non si sia realizzato: quando io, con un po' di ritardo, sono arrivato, ho trovato che lui aveva avvertito di non poter venire.

Ma lasciando i fatti di ieri, e rientrando in quelli di oggi su cui quelli di ieri si riverberano, a me pareva e pare che l'intendere e praticare la lotta alla mafia nel modo in cui il Coordinamento antimafia di Palermo e Giampaolo Pansa ed altri hanno dato perfetta e ampia dimostrazione in questi giorni, reagendo a quel mio articolo, finisce con l'essere, negli effetti, un vantaggio per la mafia com'è. Respingere quello che con disprezzo viene chiamato "garantismo" e che è poi un richiamo alle regole, al diritto, alla Costituzione come elemento debilitante nella lotta alla mafia, è un errore di incalcolate conseguenze. Non c'è dubbio che il fascismo poteva nell'immediato (e si può anche riconoscere che c'è riuscito) condurre una lotta alla mafia molto più efficace di quella che può condurre la democrazia: ma era appunto il fascismo, al cui potere se messi alla stretta alcuni italiani avrebbero preferito che la mafia continuasse a vivere.

Dico alcuni: poiché non soltanto per aver letto De Felice so del consenso dei più, ma per preciso e indelebile ricordo. Da ciò è venuta, in certe pagine di Brancati, la rappresentazione del mafioso buono, del mafioso di ragione e cioè del mafioso antifascista. E oggi si sta verificando appunto questo: che nel credere la democrazia impotente nella lotta alla mafia, c'è chi crede di supplirvi con la retorica, con gli urli, coi cortei e, soprattutto, con quella che è stata denominata "la cultura del sospetto": quel sospetto da cui ad un certo punto Rosario Nicoletti si è sentito assediato e che lo ha reso "ingiusto contro sé giusto" (nella misura in cui si può sentire giusto, in Italia, un uomo che nel partito di maggioranza ha avuto per anni parte di un certo rilievo: personalmente giusto, voglio dire, ma riconoscendo ingiusto il contesto in cui si è mosso). Ma la democrazia non è impotente a combattere la mafia. O meglio: non c'è nulla nel suo sistema, nei suoi principi, che necessariamente la porti a non poter combattere la mafia, a imporle una convivenza con la mafia. Ha anzi tra le mani lo strumento che la tirannia non ha: il diritto, la legge uguale per tutti, la bilancia della giustizia. Se al simbolo della bilancia si sostituisse quello delle manette, come alcuni fanatici dell'antimafia in cuor loro desiderano, saremmo perduti irrimediabilmente, come nemmeno il fascismo c'è riuscito. E si parla tanto di manette oggi, tante se ne vedono sui giornali e sui teleschermi: oggetti che magari saranno necessari, ma ciò non toglie che siano sgradevoli a vedersi e, quando simbolicamente agitate, addirittura repugnanti. E perché non cominciano i giornali a scrivere nei titoli, invece che "manette al tizio", che il tizio è stato semplicemente, ed è già tutto, arrestato? Siamo di fronte, secondo l'invalso uso di chiamare cultura l'incultura, a una "cultura delle manette"? E non c'è da temere che tale "cultura" si sia già insinuata nei luoghi che più decisamente dovrebbero respingerla: nella magistratura, nel giornalismo? E’ evidente che la "cultura delle manette" è promossa dalla preesistente "cultura dell'indiscrezione" stabilitasi tra certi uffici giudiziari e i giornalisti: con l'effetto di fare intravedere prossimo o lontano, ma comunque dovuto, lo scatto delle manette ai polsi di chiunque che abbia una certa notorietà venga chiamato o spontaneamente si presenti in un ufficio giudiziario anche per fare una irrisoria testimonianza. "Cultura" che è forse da annodare a quella, più deleteria ed antica, che considerava vergognoso il testimoniare. E della "cultura dell'indiscrezione" è stato prolifero, come tutti ricorderanno, il caso Tortora particolarmente.

A questo punto, nel moltiplicarsi delle "indiscrezioni" viene da domandarsi se, ad evitare il danno dei singoli, non sia da preferire un processo istruttorio aperto, palese, pubblico. Ma l'obiezione preclusiva e sensatissima è che soltanto le prove di flagranza sopravviverebbero a una simile procedura: e specialmente nei processi di mafia. Non resta, dunque, che auspicare il pieno e assoluto "segreto istruttorio", la rescissione di ogni legame a parte le eventuali e pubbliche conferenzestampa tra i giudici e i giornalisti: e di ciò dovrebbe prendersi cura il Consiglio superiore della magistratura.

Sono fatti anche questi, ma mi hanno portato a divagare dai fatti che più particolarmente mi riguardano. E dunque: sulle considerazioni che in quel mio articolo facevo intorno ai pericoli di una mal condotta antimafia, si è subito scatenata l'ira dei "professionisti dell'antimafia" (il titolo dell'articolo, come nei giornali quasi sempre accade, non era mio: ma dalle reazioni si può dedurre che giustamente scopriva una categoria), e specialmente del Coordinamento antimafia di Palermo, che emetteva un comunicato che decretava di collocarmi ai margini della "società civile" e mi gratificava di un insulto che, per i mafiosi, vale come l'estrema e definitiva condanna rispetto alla loro società. Singolare e sintomatica "voce dal sen fuggita": migliore insulto non hanno trovato di quello tipicamente mafioso. Inutile dire che più pronta e perfetta risposta, a dimostrare la fondatezza delle mie preoccupazioni, il Coordinamento antimafia non poteva darmi.

Il qual Coordinamento, nelle intenzioni, vuol essere una specie di comitato di salute pubblica, di vigilanza a che la lotta alla mafia non abbia cedimenti. E non so quanta e quale legittimità abbia, in uno stato di diritto, un simile comitato: che ha tutta l'aria di somigliare, nei fatti, a quelle aggregazioni istintive o manovrate e facilmente manovrate quanto più sono istintive, che in certi film western reclamano contro il lento procedere di uno sceriffo o di un giudice una giustizia sbrigativa e sommaria. Di solito, nei western, alle richieste di giustizia sommaria si oppongono il buon sceriffo, il buon giudice: ma nel Coordinamento di Palermo sceriffi e giudici pare ci sian dentro, insieme a giuristi e uomini rappresentativi della politica e delle istituzioni, il che poteva lasciar sperare che si trattasse di un'associazione, per così dire, non collerica, non incline all'istanza e alla pratica di giustizie sommarie. Peraltro il partito comunista e i cattolici del "rinnovamento" vi partecipano: e non si poteva credere che il partito comunista desse il suo apporto a una organizzazione incontrollabile, capace di folli e autolesionistiche iniziative. Ed è curioso come tra i trecento e più soci che il Coordinamento annovera, nemmeno i più qualificati e qualificanti si siano allarmati delle lettere che, ad ogni affacciarsi di giudizi "garantisti" l'associazione sparava sui giornali. Lettere a firma del Coordinamento, senza i nomi dei pochi che in realtà le decidevano e mandavano. E che fossero pochi, e anzi pochissimi, lo si è saputo ora, grazie al comunicato diffuso contro di me. Avvenimento provvidenziale, se è servito a far prendere le distanze alla maggior parte dei soci. E al partito comunista.

Ora a me lo confesso piacerebbe non credere a questo prendere distanza, a questo defilarsi e smentire. Ragionevolmente, e non visceralmente: poiché ha dell'incredibile. Ma il guaio è che per quanto possa apparire incredibile, è credibile: per quanto possa apparire inverosimile, è vero. E se ne deve dunque dedurre che un'associazione cosi numerosa, ospitata dall'ARCI e avallata dal partito comunista, con dentro tante persone ragguardevoli per ingegno, cariche pubbliche e ruolo politico, è stata abbandonata a una sparutissima minoranza fanatica e, in definitiva, autolesionista. Fatto molto più preoccupante che se dietro ci fosse stata la metà più uno degli iscritti.

Si capisce che, oltre a coloro che l'hanno scritto, c'è qualche socio che quel comunicato lo condivide e sostiene. E ci sono anche quelli che lo condividono ad honorem, come Giampaolo Pansa. Con grande sforzo fantastico creatore di una zoologia politica a base di elefanti bianchi e pantere rosa, un certo zoomorfismo Pansa ha finito col versarselo addosso: e gli è venuta la coda giudicante. "Giudica e manda secondo che avvinghia": e ha destinato me allo scantinato, il sindaco di Palermo alla terrazza. Perché, oltre alla coda giudicante, dispone di un ascensore. Ma spero che il sindaco di Palermo che, come ho già detto, mi è simpatico ne scenda al più presto e si metta a camminare per la città. Vedrà le stesse cose che io vedo e, se saprà ascoltare la gente, sentirà le stesse cose che io sento. Dentro questo tipo di ascensori, si perde il senso della realtà, come capita a Pansa, che ci sta troppo a lungo e spesso gli capita di cadere in una specie di dada: Milano, via Solferino, il numero 28, e cioè questo giornale. Invece di ascendere con Pansa, scenda il sindaco a sentire quel che hanno da dire i rappresentanti della CISL, della UIL, della CGIL: io li ho incontrati in questi giorni, e mi sento straordinariamente confortato, e direi più sicuro, nell'apprendere che queste cose loro le avevano dette prima di me. E il mio rammarico che più dovrebbe essere della stampa siciliana e nazionale è appunto quello di non averli incontrati prima.

I cortei, le tavole rotonde, i dibattiti sulla mafia, in un paese in cui retorica e falsificazione stanno dietro ogni angolo, servono a dare l'illusione e l'acquietamento di far qualcosa: e specialmente quando nulla di concreto si fa.

I ragazzi bisogna lasciarli a scuola, che bene o male ancora serve. Se qualcosa di serio si vuol fare, perché non dar loro quella trentina di illuminanti pagine sulla mafia che si trovano nel libro “I ribelli” di Hobsbawm? Se ne può fare un opuscolo da distribuire largamente, e impegnando gli insegnanti a spiegarlo nel contesto della storia siciliana e nazionale. Costerebbe meno di quanto costano, in denaro pubblico, certe manifestazioni "culturali" contro la mafia. E qui tocchiamo un altro punto di un discorso che si deve pur fare sullo sperpero enorme del denaro pubblico per manifestazioni "culturali". Ma tornando al sindaco di Palermo: spero non mi si dirà che lo sto attaccando, se ricordo agli immemori (e un po' se ne è smemorato anche lui) che il comune di Palermo si è costituito per la prima volta parte civile in un processo di mafia nell'ottobre del 1983, sindaco Elda Pucci: e che la deliberazione di conferire per asta pubblica l'appalto di manutenzione delle strade della città porta la firma, settembre 1985, del commissario straordinario al comune, Gianfranco Vitocolonna: il ricordo della cui morte, in un incidente dovuto alle occlusioni stradali operate nella sedizione contro il condono edilizio, porta a considerare la nessuna attenzione che i "professionisti dell'antimafia" hanno avuto per essa sedizione, in cui più di una vena mafiosa era ravvisabile. Ma quali proposte concrete sono mai venute da un'antimafia siffattamente professata? Tanto per dirne una (che posso anche sbagliare, ma mi sembra importante): è stato mai sollecitato un censimento, e una conseguente azione, riguardo alle usurpazioni di beni appartenenti ai demani statali e comunali: acque, fabbricati, aree urbane e suburbane?
Reo, secondo i "professionisti dell'antimafia", per avere attaccato il sindaco di Palermo, di più grave reità mi si carica per avere attaccato come "carrierista" il dottor Borsellino, procuratore della repubblica a Marsala, cosa per niente vera ed evidentissima in quel mio articolo. Ho attaccato invece il modo, e il principio che su quel modo veniva a stabilirsi, con cui il Consiglio superiore della magistratura ha proceduto alla sua nomina. E citavo appena due brani ameni ma preoccupanti di quel che si legge nel Notiziario straordinario del CSM (n. 17, 10 settembre) che sarebbe da definire "straordinario" davvero, per quant'altro vi si trova. I lettori lo cerchino, ne avranno spero quanto me amenità e preoccupazione.

Nel momento in cui ho scritto l'articolo per cui tanto reo tempo si volse e si volge, io nulla sapevo del dottor Borsellino. Apparso l'articolo sul “Corriere”, mi è stata portata la sentenza della corte d'assise di Palermo, seconda sezione, che contiene gravi critiche a una sua istruttoria. Sentenza che mi persuade appieno, ma non sento di farne ragione di un attacco al dottor Borsellino. Sono serenamente convinto che, se leggessi la sua sentenza istruttoria, darei ragione a lui su un piano, diciamo così, narrativo. Voglio dire: le sue intuizioni, il loro concatenarsi e rispondersi, il loro "far racconto", sono sicuro mi persuaderebbero quanto sul piano del diritto, sul piano giuridico mi persuade la sentenza della corte d'assise. Questa è la dicotomia che spesso insorge tra processo istruttorio e processo dibattimentale: e generalmente è movimento dialettico proficuo al realizzarsi della giustizia, ma nei processi di mafia è destinato a ripetersi come contrasto insanabile e, in certi casi, a vantaggio dei colpevoli e a danno della giustizia. Ma io, finché non si troverà una soluzione tecnica che non contravvenga all'idea del diritto, preferirò sempre che la giustizia venga danneggiata piuttosto che negata. Questa è la mia eresia: gli inquisitori mi diano la condanna che vogliono. Ma ci sono tanti eretici, per fortuna, in questo nostro paese; benché non sembri.

E in conclusione, che in Italia l'amministrazione della giustizia e non soltanto in ordine alla mafia riesca, come spero, ad uscire dalla impasse in cui si è cacciata o che vi resti con accresciuti mali, che insomma si vada al meglio o al peggio, quello che io ho scritto e scrivo, apparirà nel più breve giro del tempo, ed è anzi cominciato ad apparire, come una verità incontrovertibile, persino ovvia e banale. L'onorevole Alinovi, presidente della commissione parlamentare antimafia, ha detto le stesse, identiche cose che io ho detto e dico. Ma nessuno, credo, oserà collocarlo ai margini della "società civile" (che è poi, per come nei miei riguardi ha reagito, quanto di più incivile si possa immaginare). Mi domando perché. E mi dò questa risposta: perché mi si crede solo; e perché sono siciliano. Risposta alquanto sconfortante. Ma veda il lettore di trovarne altra.

giovedì 30 gennaio 2014

L'insostenibile fardello del Movimento Cinque Stelle.

Noto con curiosità che il Movimento 5 Stelle abbia nuovamente incantato la base di sinistra. Ne prendo atto. Dal canto mio trovo il loro comportamento inutile e soprattutto dannoso visto il risultato ottenuto(rischia di saltare il decreto "svuotacarceri", l'unica proposta sensata di questo Governo). Per coerenza però vorrei che lo stesso "incanto" sia corrisposto anche verso i leghisti che adottano da sempre questo comportamento squadrista.



E come se non bastasse i grillini chiedono l'impeachment nei confronti di Napolitano per due motivazioni ridicole e non veritiere. Una sull'ipotetico abuso della Grazia: ma cosa stanno blaterando visto che Napolitano è l'unico (purtroppo) Presidente ad aver eseguito meno Grazie rispetto ai suoi precedessori? Pertini le aveva fatte più del doppio. L'altra motivazione è quella sull'interferenza nei confronti del Processo sulla "Trattativa Mafia-Stato". Cosa diavolo dicono? Il Processo sta continuando senza intoppi: nonostante sia assodato dai migliori giuristi che faccia acqua da tutte le parti.

Detto questo è chiaro che l'attuale Governo sia indifendibile sotto quasi ogni aspetto, a partire dalle politiche economiche. Poteva esserci altra soluzione? Sì, credo di sì. Ad esempio sarebbe stato diverso se il M5S fosse sceso a compromessi con il PD per formare un Governo. Se si vuole intraprendere la via parlamentare, allora ci si sporca le mani: piaccia o non piaccia, così funziona il regime democratico parlamentare. Ad esempio a me non piace, e quindi non mi sognerei mai di entrare in Parlamento.

Esistono due vie: una quella parlamentare e si deve praticare l'arte del compromesso; l'altra è quella di fare pressioni esterne tramite un movimento. Possibilmente progressista e libertario. E non nazional populista con sfumature fascisteggianti e con l'assurda (e pericolosa) pretesa di raggiungere il 51 per cento dei voti. Ma scherziamo?

lunedì 27 gennaio 2014

La giornata della memoria: orrori passati?



Ci si chiede come mai sia possibile che l'uomo sia arrivato a fare così tanta atrocità. Deportazioni di massa, lavori forzati, treni ammassati di persone e ciminiere dove usciva fumo umano. Con l'indifferenza spietata della gente. No -si dice- non è possibile! E non più riproponibile.

E' possibile rinchiudere gli stranieri nei CIE, ammassati come bestiame e subire torture. Ed è la normalità.

E' possibile sgomberare i campi rom, con donne e bambini , e sono costretti a fuggire in continuazione. Ed è la normalità.

E' possibile stare nelle carceri italiane; contrarre malattie come l'epatite e l'Aids; convivere con i ratti; senza acqua calda; impiccarsi ed essere ammazzati di botte; vivere in isolamento completo per tutta la vita come il 41Bis. Ed è la normalità.

E' possibile morire di freddo negli angoli bui delle strade. Ed è la normalità.

E' possibile viaggiare di nascosto all'interno di un Tir e ritrovare il corpo senza vita , stare su un barcone che affonda, e tutto questo per non rischiare di essere preso e rispedito nelle proprie terre di origine. Ed è la normalità.

E' possibile morire di tumore perchè uno si ritrova costretto a lavorare tante ore al giorno in contatto con l'amianto, con i gas tossici, e deve pure dire grazie. Ed è la normalità.

"Le azioni erano mostruose, ma chi le fece era pressoché normale, né demoniaco né mostruoso " Pensiero tratto dal libro di Hannah Arendt, la "Banalità del male".

domenica 26 gennaio 2014

La telefonata della Cancellieri

La Cancellieri sensibile solo al caso Ligresti? Non è così. E ai cento casi portati ad esempio dallo stesso ministro della Giustizia per dimostrare il suo interesse nei confronti di tutti i carcerati, da qualche giorno se ne aggiunge un altro. Il caso di Alessio Ricco.
Emilio Quintieri, un giovane e combattivo esponente dei Radicali italiani, aveva inoltrato un appello al ministro della Giustizia Annamaria Cancellieri per segnalarle la preoccupante condizione di salute di un giovane detenuto ammalato, allegando anche la lettera che Francesca Scornaienchi , moglie del recluso, aveva mandato al direttore del carcere. Le condizioni del detenuto (29 anni) sono incompatibili con il regime carcerario avendo l’artrite reumatoide, una malattia del sistema immunitario, invalidante e degenerativa: rischia di non poter camminare più. Dopo l’appello, il radicale e la deputata del Pd Enza Bruno Bossio si sono recati nel carcere “Ugo Caridi” di Catanzaro, esattamente dove “vegeta” il detenuto Ricco. E hanno potuto denunciare le condizioni vergognose e incivili della struttura; nel loro comunicato stampa congiunto, così l’hanno descritto: “A Catanzaro, i detenuti sono costretti a sopravvivere in una struttura fatiscente, in delle celle piccolissime, piene di muffa ed umidità e prive di riscaldamento. Inoltre, come se non bastasse, la struttura è invasa dai topi e non funzionano nemmeno le docce i cui locali sono completamente malridotti ed insalubri. Anche il personale di polizia penitenziaria che ha accompagnato la delegazione durante l’ispezione ha confermato le lamentele dei reclusi specialmente per quanto attiene la presenza numerosa dei roditori nell’istituto”.
Qualche giorno fa, il segretario del guardasigilli Edoardo Sottile, per conto della Cancellieri stessa, ha contattato telefonicamente sia la parlamentare democratica Enza Bruno Bossio che all’attivista radicale Emilio Quintieri per portarli a conoscenza dell’interessamento della ministra per la vicenda del detenuto Ricco. In particolare, Cancellieri, ha chiesto alla direzione del carcere di Catanzaro di avere ampie ed esaustive delucidazioni in ordine alle problematiche di salute del detenuto cetrarese ed ha dato incarico al dottor Francesco Cascini, vice capo del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria di seguire con attenzione il caso e di tenerla aggiornata.
Eppure – vi ricordate? – Cancellieri è stata attaccata duramente per i suoi presunti  favoritismi nei confronti degli amici potenti. Aveva appena finito di pronunciarsi a favore dell’amnistia, indulto e “umanizzazione” delle carceri, compreso l’abuso della custodia cautelare , che immediatamente sono spuntate le intercettazioni “fuoriuscite” dalla Procura di Torino riguardanti proprio lei: la “lady di Ferro”. Stesso temperamento di Thatcher, ma per fortuna con sensibilità differente a proposito della condizione disastrosa delle carceri, in virtù della quale siamo pluricondannati dalla Corte Europea.
Quella storia brucia ancora, anche perché spesso evocata quando si parla di rimpasto e si chiede la testa del ministro della Giustizia.
Al telefono, il ministro Cancellieri a metà luglio dice alla compagna di Ligresti, Gabriella Fragni, un generico “qualsiasi cosa io possa fare – anche se davvero non saprei cosa – conta su di me”. Un mese dopo, appreso del peggioramento delle condizioni di salute di Giulia Maria Ligresti, che era in custodia cautelare (meglio definito “carcere preventivo), si attiva e parla con i due vice capi del Dap, per sensibilizzarli sul fatto che la donna soffre di anoressia. Pochi giorni dopo Ligresti esce dal carcere e viene messa ai domiciliari.
I giustizialisti di prim’ordine, ovvero Flores D’Arcais, Travaglio, Barbara Spinelli tramite il loro giornali come Micromega e il Fatto Quotidiano, hanno subito dopo sparato una serie di articoli velenosi per stimolare quell’indignazione a comando che serve a mantenere lo status quo.
Chissà allora se questi fabbricanti dell’indignazione reazionaria avranno la decenza di raccontare anche questa telefonata della Cancellieri per aiutare un detenuto comune e in condizioni degenerative come Alessio Ricco.

Mio articolo pubblicato su "Gli Altri Settimanale"

giovedì 23 gennaio 2014

Una certa antimafia: un clima che non mi piace.

Adesso basta. In questo Paese c'è un clima che non mi piace. Non puoi permetterti di criticare l'operato di alcuni Magistrati (ed ex nel frattempo prestati alla politica e diventati avvocati) che subito ti azzittiscono facendo paragoni inaccettabili con Falcone e Borsellino. Non puoi esprimere perplessità sulle "minacce" di Totò Riina che subito arriva Ingroia e fa l'esempio di #Falcone e il mancato attentato all'Addauria. Inaccettabile perchè le cose erano totalmente diverse. Dimentichiamo che Falcone, quel giorno, si era visto con l'allora magistrato Svizzero Carla Del Ponte, grande esperta di riciclaggio internazionale. E Falcone stava capendo che la mafia faceva un salto di qualità con il mondo sporco della finanza internazionale e mondo politico degli appalti: era quando capì che le società in mano alla mafia si rifugiavano "alla Borsa di Milano". Stava per scoprire un enorme vaso di Pandora che forse poteva avere qualche collegamento con Tangentopoli. Ma chissà come mai, le due inchieste non furono mai collegate. Per volere di chi? Ed io qualche idea ce l'avrei.

Adesso basta. Se utilizzassimo un minimo di raziocinio capiremmo che Riina, sepolto vivo da 20 anni nel regime del 41 Bis, e senza nessun contatto esterno, si era sfogato con un altro detenuto durante i passeggi. La "minaccia" sarebbe rimasta confinata tra quelle quattro mura se la stessa Procura non l'avesse riferito alla Stampa. Bene, complimenti: ora il "messaggio" è arrivato a tutti.

Il Processo sulla trattativa , impantanato su ridicoli papelli (tra l'altro mai rispettati, altro che "trattativa") e collaboratori della Giustizia discutibili, ora è tornato alla ribalta.

C'era stato un'altro vecchio "sfogo" dello stesso Riina, nel 2009, davanti alla Corte d'assise di Firenze che lo stava processando per la fallita strage del novembre 1993 allo stadio Olimpico di Roma. Uno sfogo che non dobbiamo dimenticare.Nella sua deposizione 'il capo dei capi' parla anche di Massimo Ciancimino, figlio dell'ex sindaco mafioso di Palermo Vito , notando che:

"Non è stato mai citato, mai sentito. Eppure era in contatto con il colonnello dei carabinieri e l'allievo di quelli che mi hanno arrestato... Perché questo Ciancimino che collaborava con 'sto colonnello non ci viene a dire il perché cinque, sei giorni prima l'onorevole Mancino (allora ministro dell'Interno, ndr) ci dice "Riina in questi giorni viene arrestato": ma a Mancino chi ce lo disse, cinque giorni prima che io venissi arrestato? E allora ci sono dei signori che mi ha venduto? Allora cercare la verità non è che significa commettere delitti, la verità sta bene a tutti, Signor Presidente, può stare pure bene a me, ma perché mi si deve condannare per le cose che io non so, che io non ho commesso e che io non ho fatto?"

Ebbene il Processo sulla Trattativa sta dando ragione a Totò Riina: ha ascoltato Ciancimino (diventando il pilastro principale del Processo. Sic!) e accusato Mancino. Altro che minaccia di Riina. Siamo al teatro dell'assurdo.
Un teatro su misura per Riina.

martedì 14 gennaio 2014

I “Travagli Spezzati”.

travaglioNon è bastata l’operazione mediatica e revisionista del famoso film di Marco Tullio Giordana “Romanzo di una strage”,tratto dal libro “inchiesta” del giornalista Paolo Cucchiarelli dove ripropose la vecchia teoria , già ampiamente scartata e archiviata nuovamente tempo fa, sulla doppia bomba (una degli anarchici, l’altra dei fascisti) che provocò la Strage di Piazza Fontana. Ipotesi che ha messo nuovamente in cattiva luce sia Pinelli che Valpreda. Anarchici che la pagarono cara all’epoca per essere stati i primi sospettati della strage: Pinelli la pagò cara con la vita, Valpreda con tre anni di carcere “preventivo”.

A distanza di poco tempo la Rai mette in onda la fiction su Calabresi, primo film della trilogia “Gli Anni Spezzati” dove viene fatta una pessima ricostruzione storica di quegli anni, stravolgendo i personaggi come il protagonista stesso e inventando dialoghi di sana pianta. E , come se non bastasse, dedicando pochi attimi alla “caduta” di Pinelli, dando così l’impressione che la sua fu solamente una terribile fatalità. Non importa sapere che l’anarchico ferroviere, durante quella maledetta notte tra il 15 e il 16 dicembre, subiva l’ennesimo interrogatorio al limite della tortura. Non importa sapere che si trovava in quella maledetta stanza assieme al commissario Calabresi, i brigadieri Panessa, Mainardi, Mucilli, Carcuta e anche un ufficiale dei Carabinieri, il tenente Sabino Lograno. Non importa sapere che quando “accidentalmente” Pinelli morì, la moglie Licia non fu nemmeno avvertita dalla questura e lo aveva saputo tramite dei giornalisti. E non importa sapere che allora chiamò Calabresi direttamente in questura, il quale le rispose: ” ‘Signora, abbiamo molto da fare”!

Per fortuna, tranne i giornali di destra, c’è stata una grande polemica contro questa fiction. Ma , puntuale come l’orologio, il vicedirettore del Fatto Quotidiano , pieno di livore e “travagli” interiori, scrive un editoriale disgustoso e velenoso intitolato “Il suicidio Calabresi”. Ancora una volta approfitta per attaccare l’ex movimento di Lotta Continua, suo punto fisso, e finalmente si lascia apertamente scappare la sua vera natura di una persona che odia i valori di sinistra. Scrive: “Ma, a leggere la stampa di sinistra di questi giorni, pare che un panorama tutto rose e fiori sia stato improvvisamente e improvvidamente guastato da una fiction brutta e abboracciata, piena di errori storici e scene menzognere..”

Finalmente Travaglio lo ha ammesso: il Fatto Quotidiano appartiene alla stampa non di sinistra (ma lo hanno capito quasi tutti), ma reazionaria.

Poi continua a dire che la fiction era incompleta perché non hanno fatto vedere i quattro assassini di Calabresi. Scrive che dovevano mettere ben in mostra Adriano Sofri e Ovidio Bompressi per far vedere chi fossero gli assassini, e aggiunge che sono tutti liberi: in realtà dopo anni Bompressi ricevette la grazia (da Napolitano nel 2006, e non da Ciampi come ha scritto stupidamente Travaglio) e Sofri ha scontato la galera ben nove dentro, e poi ai domiciliari per il tumore. Oggi è un uomo libero perché ha scontato tutti gli anni, ma per Travaglio “il manettaro” una persona dovrebbe marcire per tutta la vita nelle Patrie Galere. Inoltre tengo a precisare che la verità giudiziaria non è esattamente quella storica: Pinelli per i tribunali è stato colto da un “malore attivo”, anziché buttato dalla finestra; Adriano Sofri, Bompressi e Giorgio Pietrostefani per i tribunali sono stati i responsabili dell’uccisione di Calabresi ,ma senza alcuna prova se non la parola del pentito Marino.

Insomma Travaglio ce l’ha con la fiction perché non ha mostrato gli assassini di Calabresi. A parer mio è solo arrabbiato perchè non hanno raccontato di un piccolo, e allora sconosciuto omino, che si dilettava a scrivere al Borghese trascrivendo le intercettazioni di Lotta Continua e senza alcuna rilevanza penale.

Si inizia da piccoli a servire con dovizia gli uomini e donne di Tribunale: al loro posto, lui ci sa stare.

Articolo pubblicato anche su "Osservatorio sulla Repressione" e "Contropiano"

sabato 11 gennaio 2014

La sofferenza.

Le grandi domande sulla nostra esistenza , molto spesso, ce le poniamo quando ci troviamo in uno stato di sofferenza. Anche perchè quando abbiamo momenti di grande felicità, noi queste domande non ce le facciamo e le riponiamo nel cassetto remoto della nostra coscienza. 

La sofferenza fa parte della nostra vita, del nostro corpo. Gli antichi greci nemmeno la consideravano importante: la ritenevano una normalità come esattamente la gioia. Poi è arrivato il cristianesimo e le abbiamo dato una valenza importante, caricata di valore. Forse dobbiamo un po' tutti noi ritornare indietro e non caricare di significato il dolore. E' estremamente più banale di quanto pensassimo: la vita è fatta di gioia e di dolori e appartiene alla natura dell’uomo soffrire e gioire. 


Lo so, è drammatico: facciamocene una ragione.