lunedì 31 marzo 2014

Perchè il carcere non serve a niente.

Questo è il mio articolo per l'abolizione del carcere apparso sul giornale Gli Altri.


Il più bel gioco di gruppo che tutti noi abbiamo fatto da bambini è stato quello del “nascondino”, bello perché confidavamo che alla fine arrivasse un amico che dicesse “Tana libera tutti!” per liberarci dallo stato di restrizione dei nostri più impensabili nascondigli: per capire la necessità dell’abolizione dell’istituzione carceraria bisogna ritornare un po’ bambini e percepire  che qualsiasi tipo di restrizione è innaturale e soprattutto inconcludente. Se pensiamo di risolvere il problema (perché è chiaramente un problema) carcerario attraverso la costruzione di altri penitenziari più moderni, oppure semplicemente predicare il rispetto della legalità al loro interno, vuol dire non aver capito quasi nulla: in tutti questi discorsi, davanti c’è sempre la menzogna comprensibile, e dietro l’incomprensibile verità.  Il carcere è paragonabile, nel senso letterario del termine, ad un campo di concentramento: per definizione è l'eliminazione della vita privata, la crudeltà e la violenza sono soltanto un aspetto secondario (e per nulla necessario).

Il sistema penitenziario è un luogo, di concentramento appunto, dove vengono stipate le persone e 24 ore su 24 non hanno nessuna sfera privata, nessuna intimità, ci si spersonalizza e "infantilizza" (devono compilare le domandine per ogni cosa: una matita, un quaderno, etc..); devono comportarsi bene, e per bene vuol dire che non devono lamentarsi, devono essere costretti ad ubbidire agli umori del direttore di turno o a quello del secondino, non devono fare perfino lo sciopero della fame (c'è chi lo fa e viene punito, oppure c'è chi ha continuato ed è stato lasciato morire senza che nessun magistrato di "sorveglianza" intervenisse per farlo liberare e curare in ospedale). Ho per caso elencato reati contemplati dal codice penale ? No, questa è l'Istituzione ed è del tutto legale. Se un domani i secondini violenti smettessero di riempire di botte un detenuto, il problema rimarrebbe esattamente come prima: l'istituzione carceraria è l'essenza della tortura (soprattutto psicologica) e del "sorvegliare e punire" come ci ha spiegato Foucault. In definitiva l’obiettivo non dovrebbe essere rendere le carceri luoghi migliori in cui vivere, ma  mettere in discussione la loro esistenza.

Parlare, oggi che prevale l’ideologia carcerocentrica che vorrebbe trasformare l’intera società in un’aula di tribunale, dell’abolizione del carcere è una sfida importante e per questo cerchiamo di rispondere alle principali obiezioni che giustamente vengono poste.

                          



Il carcere è inevitabile che ci sia, soprattutto per una civiltà complessa e piena di pericoli come la nostra!

Partiamo dal fatto incontestabile che qualsiasi tipo di Istituzione è parsa inevitabile agli occhi della maggior parte delle persone, così come era apparso inevitabile l’Istituto del manicomio e qualche secolo prima l’istituzione della schiavitù. Dal punto di vista sociologico queste sono delle sovrastrutture che mascherano le classi dominanti  che attuano un controllo sociale sulle classi subalterne. Il carcere per questo ci pare inevitabile perché siamo nati con la sua esistenza e quindi come unica soluzione per punire chi ha commesso un reato. In realtà il carcere ha come utilità quella di darci l’illusione di giustizia e nello stesso tempo sentirci al sicuro perché sappiamo che esiste un luogo dove vengono confinate le persone asociali e pericolose.  In parole povere crediamo a questa truffa istituzionalizzata: il mito che il carcere ci renda sicuri e sia una parte essenziale dello scenario sociale.

E’ giusto che il carcere esista per come è stato concepito, se non ci fosse le persone non avrebbero paura di commettere reati!

In realtà è stato dimostrato che non è così. Il carcere, compreso quello duro e incostituzionale come il 41bis, non funge da deterrente. Una persona decisa a commettere un reato  di certo non si fa condizionare dall’esistenza del carcere e non parliamo di chi per un raptus di follia commette un omicidio: figuriamoci se in quel momento pensa alla carcerazione a vita.  L’istituzione carceraria non è  assolutamente sinonimo di prevenzione.  


Sì d’accordo, ma almeno quando una persona ci finisce dentro poi ci ripenserà due volte a delinquere!

Anche in questo caso è del tutto falso. I dati parlano chiaro: la recidiva ordinaria dei detenuti è al 70%, ovvero sette su dieci continuano a delinquere. Già questo dato dimostra chiaramente il fallimento del Sistema Carcerario.  La recidiva scende vertiginosamente quando come “punizione” c’è meno carcerazione possibile; l’indulto ha avuto come effetto il 30 per cento delle persone che è tornata a delinquere: meno della metà rispetto a quella ordinaria. Per quelli che usufruiscono delle pene alternative, la recidiva diminuisce ancora di più. Come viene tradotto tutto ciò? Il carcere non garantisce la sicurezza, invece l’alternativa ad esso sì! In realtà l’idea dell’alternativa alla pena carceraria è già contemplata dalla nostra legislazione ed è un percorso che non deve assolutamente esaurirsi. L’abbandono della concezione carcerocentrica del sistema delle pene dovrebbe costituire la grande svolta culturale nella concezione della pena del XXI secolo.  La prima grande svolta in materie di pene si è avuta alla fine del ‘700 con l’illuminismo, che ha  cancellato le pene-tortura, le pene degradanti e le pene infamanti, e ponendo la sanzione detentiva (il carcere) al centro del sistema delle pene.  Tale funzione è stata concepita come educativa e di reinserimento alla società attraverso la Costituzione: ora sappiamo che anche questo passaggio andrebbe superato visto il suo fallimento e quindi contemplare l’idea di una vera e propria alternativa al Sistema Penitenziario.


Sinceramente sembra pura utopia credere al superamento del carcere. Che alternativa concreta esiste?

Chiaro che la de-carcerazione  non può avvenire all’improvviso, ma in maniera graduale. Il movimento abolizionista del carcere dovrebbe raggruppare più realtà possibili per  approdare in un progetto politico su larga scala. Innanzitutto esistono due realtà contrapposte e poco produttive: c’è l’area più radicale che vorrebbe chiudere all’istante le galere, infischiandosene dell’indulto e amnistia perché ritenute una concessione dello Stato e quindi sempre funzionali al carcere, e quella riformista che vorrebbe arrivare alla chiusura delle carceri attraverso l’umanizzazione delle stesse. Credo che le due realtà dovrebbero trovare un compromesso per marciare unite.  Si può benissimo combattere per l’amnistia, l’alternative alle pene, alla denuncia delle vessazioni all’interno del carcere, alla malagiustizia e nello stesso tempo chiedere di destrutturare l’istituzione carceraria proponendo  di dirottare i soldi dell’edilizia carceraria nelle comunità sociali, l’istruzione, la sanità e tutte quelle condizioni che permettono davvero di prevenire la delinquenza. Attraverso questi interventi, si può cominciare a creare la pena non detentiva ma “aperta”: esattamente come avvenne inizialmente con la de-istituzionalizzazione dei manicomi. La pena “aperta” può essere indirizzata proprio in quelle comunità che operano nel sociale dove sono stati dirottati i soldi. Solo attraverso questo progressivo superamento si potrà sperare che un domani, gli Istituti Penitenziari, diventeranno pezzi da museo destinati agli studi dei sociologi.


Ma non ci sono i soldi, con questa crisi figuriamoci se abbiamo milioni di euro da spendere per  le comunità sociali e similari!

E’ vero, siamo in piena crisi e non ci possiamo permettere di sperperare i soldi. Questa crisi crea maggiori diseguaglianze sociali e di conseguenza la delinquenza è destinata ad aumentare: Il punto è che se continuano a persistere le condizioni che creano l’incarcerazione come soluzione  ai conflitti sociali e alle disuguaglianze economiche ogni sforzo di decarcerizzazione verrà alla fine  eroso e saranno costruite ancora più carceri. Ma proprio la spesa carceraria è quella che andrebbe totalmente abolita visto che abbiamo appurato la sua inutilità. Quanto spendiamo per il carcere? Nel 2013 abbiamo speso quasi tremila miliardi di euro per mantenere in vita l’insostenibile sistema penitenziario: basterebbero meno della metà di quei soldi per mettere in moto il servizio sociale e forme di cooperazione che oltre  all’incarcerazione non  oppressiva basata sulla comunità, abbatterebbe il disagio sociale e favorirebbero nuovi posti di lavoro. Cambiare si può, basta volerlo per davvero.

4 commenti:

Salvatore Maio ha detto...

Sono riuscito a leggere solo adesso. Ancora complimenti, ottimi contenuti e ottima la scelta della forma del "botta e risposta". Faccio girare.

Andrea ha detto...

Letto anche io, concordo, ma ovviamente tutto cio' deve muoversi parallelamente/insieme/dentro a un sovvertimento completo dell'ordine generale. Per questo, personalmente, ritengo che attendersi qualcosa dalla classe politica tutta (presente e futura), da cio' che accade in un parlamento sia del tutto inutile e fuorviante.
ciao

Riccardo Bartoli ha detto...

Leggo questo articolo ma francamente non trovo le concrete risposte che mi sarei aspettato. Quando da piccolo giocavo a nascondino e non facevo i compiti mia mamma mi puniva, perché non avevo rispettato delle regole, a volte anche dicendomi di stare in camera mia per alcune ore, sorvegliato e con l'obbligo di mantenere un comportamento adeguato. Ora forse potreste anche raccontarmi che questo è stato un meccanismo di controllo che mia madre ha attuato su me piccolo bambino vivace e che questo io l'ho erroneamente considerato giusto perché lei era la mamma! ma nell'articolo nessuno mi da una reale spiegazione sul perché io non debba sentirmi più sicuro sapendo che ladri, rapitori, stupratori, assassini, mafiosi, e violenti in generale siano chiusi e non abbiano la possibilità di avere contatti con me. Escludendo l'aspetto economico delle varie soluzioni prospettate, escludendo l'aspetto della deterrenza psicologica probabilmente assente del "sistema punitivo" tanto quello di un "sistema riabilitativo", davvero non riesco a capire quale sia la concreta forma di pena non detentiva aperta che potreste prospettare ad un assassino o stupratore? lo mandereste a lavorare in qualche associazione che opera sul sociale? anche se si tratta di un delinquente recidivo? uno stupratore o pedofilo seriale che magari lavora in una casa famiglia? Lo so che parliamo di paradossi, ma davvero di risposte concrete e costruttive io non ne trovo in quanto è stato scritto, tanto più che se è vero che i manicomi sono stati de-istituzionalizzati è tanto vero che gli ospedali psichiatrici sono perfettamente funzionanti!! Signori al di là delle ragioni sociali, culturali, politiche e religiose, bisogna fare i conti con la realtà, le famiglie spesso non riescono a gestire un anziano malato e lo "parcheggiano" in ospizi tristi e malsani e voi mi volete convincere che una società sia in grado di gestire in maniera "libera ed aperta" persone violente e pericolose....e che lo debba fare così perché come società è dimostrato che non è in grado di farlo in luogo chiuso dove inevitabilmente scatta il sopruso della dignità personale.....beh insomma più che una risposta a me sembra un bel paradosso!

Diego Ionta ha detto...

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