martedì 11 marzo 2014

Nel nome della cinica legalità: storia di una donna condannata.

"Dov'è un tribunale è l'iniquità". 
Lev Tolstoj.

Come promesso ho deciso di narrarvi una storia vera, ed integra il mio discorso dell'articolo precedente (clicca qui). Ho adottato un nome di fantasia per rispettare la sua persona. Auspico che sarà motivo di riflessione e confido nelle giovani menti, affinché possano cambiare in meglio questa società senza inseguire la moda giornalistica del momento e il pensiero giustizialista che in nome della "legalità" sta rendendo sempre più spietata la nostra società.

                             
                              

Lucia era (e lo è tuttora) una ragazza in gamba, intelligente e determinata a realizzare la sua vita. Era circondata da un ambiente famigliare genuino che nei periodi di difficoltà le infondeva coraggio per attraversare la quotidianità, spesso tortuosa, della vita. 

Lucia decise di voler subito essere indipendente e partecipò ad un concorso per vigili urbani, un posto fisso che almeno le poteva garantire una sicurezza che il capitalismo moderno non riesce a dare più; il posto era riservato solamente a due persone: arrivò prima senza alcuna raccomandazione e fu motivo di orgoglio. Ma lei è una persona umilissima e non ne faceva un vanto.  Non era vanitosa, non rientrava nella classica civetteria di molte sue coetanee: era una ragazza sensibile, di grande umanità. E in questo mondo sempre più liquido dove abbonda la quantità e l’apparenza più spietata, possedere queste qualità portano inevitabilmente a produrre delle crepe: le debolezze dell’anima che si legano al proprio corpo, esattamente alla propria fisicità. 

D'altronde , come scrisse Kundera,  è l' epoca in cui l' «io» comincia dovunque a essere sfuggente, dove tutti i volti appaiono «penosamente simili», e l' epoca in cui abbiamo imparato a capire che gli uomini agiscono imitandosi l'un con l'altro, come in un gregge, per cui «i loro atteggiamenti sono statisticamente calcolabili, le loro opinioni manipolabili». Ed è proprio con la questione del corpo (la parte esteriore della nostra identità) che Lucia dovette fare i conti: è bella, ma ciò non ha importanza quando subentrano dei fattori che determinano dei conflitti e intaccano la propria identità.

Cartesio ci spiegava che la caratteristica principale dell’identità è il proprio pensiero, ma è troppo riduttivo e per nulla veritiero: il corpo non è mai separato dall'anima (che poi sarebbe la propria coscienza, il proprio io), ma è strettamente legato e ne risponde sempre. Forse ci si avvicinò di più Aristotele, il quale sosteneva che le due entità (anima – corpo) non sono separate ma costituiscono elementi separabili da un'unica sostanza: il corpo è la materia intesa come potenzialità, quella che offre possibilità di sviluppo, l'anima è la forma. In parole più chiare egli intendeva dire che il corpo è un semplice strumento dell'anima: ma non uno strumento inerte e senza alcun coinvolgimento.

Qual è stato l’elemento scatenante quando Lucia ad un certo punto della sua vita si guardava allo specchio e non riusciva più a conciliare il suo corpo con la sua anima? L’amore. O meglio ancora, quello che immaginava fosse tale. Il suo corpo non lo riconosceva più e sprofondò nell'anoressia. 

Lucia si era innamorata di un ragazzo più giovane, e da quel momento la sua identità andò in subbuglio: era un amore malato, illusorio, non veritiero. Come accade a molte donne, ci si innamora dell’uomo forte (ma che nasconde immense debolezze) e si finisce con il diventarne succube. Lucia si era “innamorata troppo” di un ragazzo che tra l’altro aveva già una relazione e le si era innescato quel meccanismo che porta a non amare affatto perché in realtà aveva paura: paura di restare sola, paura di non essere degna d’amore, paura di essere abbandonata o ignorata.  E amare con paura significa soprattutto che lei si sia attaccata morbosamente a lui perché lo ritiene indispensabile per la sua esistenza: amare con paura comporta la messa in atto di tutta una serie di meccanismi di controllo per tenere l’altro nell'area del proprio possesso.

Quando accade questo, nulla valgono i consigli dei propri cari, di chi le vuole bene: i famigliari di Lucia si sentirono impotenti perché lei non dava ascolto a nessuno. Sono relazioni pericolose perché ci si sente tormentati, infelici e si possono commettere stupidaggini senza rendersene conto.

Il ragazzo di Lucia le chiese un favore e lei, ottenebrata dalla sua condizione di sudditanza non rifiutò. Doveva fungere da basista per rubare le pistole d’ordinanza dei vigili urbani, suoi colleghi, all'interno della sua caserma: Lucia per questo verrà inquisita e condannata in Cassazione per più di cinque anni di galera, il suo ragazzo (per fortuna ex) un po’ di più e nell'interrogatorio avrebbe dichiarato anche il falso e quindi mettendo in difficoltà ancor di più Lucia. 

Contro di lei si costituì parte civile il suo Comune e la caserma dei vigili urbani: la legge non ammette ignoranza si dice spesso, ma si dimentica di aggiungere che non ammette nemmeno la pietas umana. Il Pm si accanì spietatamente contro Lucia, chiedendo perfino otto anni e aggiungendo , come fanno di solito, reati mai commessi come un burocrate che non vede la persona, ma un numero da far condannare.

La sua prima detenzione fu uno shock  sia per lei che per la famiglia, ed è soprattutto per quest’ultima che le deve la sua sopravvivenza: aveva pensato al suicidio (la detenzione porta a questo) mentre era rinchiusa nel carcere, ma pensando al dolore della famiglia si convinse di lottare e resistere.

Oggi ha quasi finito di scontare gli anni, le manca poco per riottenere la libertà e attualmente lavora, come alternativa alla pena, in una cooperativa di servizi ed è stimata per il suo lavoro che svolge in maniera diligente (lei è così di carattere, da sempre) ed è una donna in rinascita. Lucia non doveva essere condannata ( i cinici giustizialisti e legalitari che dicono “Chi sbaglia deve pagare” non lo comprenderebbero mai)  e nemmeno rieducata (da cosa poi?) : lei doveva essere salvata.


Lucia ha vinto, l’affetto dalla quale è circondata le ha dato forza: altre persone che hanno avuto una storia simile, abbandonate a se stesse e condannate perché hanno commesso atti illegali, non ce l’hanno fatta.





7 commenti:

incarcerato ha detto...

Non me ne vogliate, ma c'è un commento che ho deciso di censurare anche se educato. Anche perchè questo post sarà letto anche da Lucia e siccome la conosco non voglio rovinarle la giornata con i classici commenti legalitari (anche se non giustizialisti: sono due cose diverse anche se molto spesso corrono insieme) del "chi sbaglia, paga". Tra l'altro l'ho già scritto nel testo:

Lucia non doveva essere condannata ( i cinici giustizialisti e legalitari che dicono “Chi sbaglia deve pagare” non lo comprenderebbero mai) e nemmeno rieducata (da cosa poi?) :lei doveva essere salvata.

zefirina ha detto...

sono d'accordo con te, magari potevano "condannarla" a svolgere quei lavori socialmente utili come sta facendo, ma con la possibilità di rimanere a casa, e mandarla da uno psicoterapeuta per aiutarla a capire come mai si era affidata e fidata di un fidanzato del genere, per far sì che potesse un domani avere una relazione più "sana"

incarcerato ha detto...

Esatto Zefirina, si parla tanto di carcere come estrema ratio ma poi nei fatti ancora abbiamo l'idea "carcerocentrica" della società. Poi però ci si indigna quando si parla delle morti nelle carceri. Ci si indigna ma guai a parlare di alternativa alle pene. Guai perchè i sepolcri imbiancati si stracciano le vesti...

Murr ha detto...

Grazie per aver raccontato questa storia. Al posto di Lucia,con i suoi sentimenti, il suo campo esperenziale, il suo contesto del momento, poteva trovarsi chiunque. Potrebbero trovarsi a vivere la sua storia e quella di altri anche coloro che ignorano con cinismo. Bisogna conoscere le storie delle persone, prima di puntare il dito. Bisogna cambiare il nostro modo di pensare, spogliarlo di pregiudizio del bianco e nero,di giusto e sbagliato. Il nostro Paese muore. Muore soprattutto il senso di umanità e civiltà. E la legge diventa soltanto strumento di difesa dei forti.

Il diritto lo creiamo noi. E' fenomeno storico collegato allo sviluppo della coscienza sociale. E difatti, bisogna spostare l'attenzione sulla nostra coscienza sociale. E' nella sua assenza che uccidiamo noi stessi

Salvatore Maio ha detto...

Grazie, solo grazie. Faccio girare questa storia perchè altri possano leggerla.

incarcerato ha detto...

Grazie a voi, davvero...

Andrea ha detto...

storia che faro' girare anche io.
tra l'altro a me sta sullo stomaco la questione del carcere rieducativo. rieducativo per cosa? per ritrovarsi nuovamente "produttivo", "servo", in questa società?

bah.