domenica 16 marzo 2014

La scrittura come atto di resistenza.

Senza la memoria siamo il nulla e narrare è una grande forma di Resistenza. La morte sarebbe vana per tutti quelli che hanno subito ingiustizie e orrori di Stato se non si potesse lasciare almeno una traccia, una narrazione dell'accaduto, qualcosa che rimanga scolpita per sempre e a disposizione dei posteri.

                      

Se anche dopo l'Olocausto gli esseri umani sono stati ancora capaci di scrivere una poesia, un romanzo, vuol dire che la voglia di riscatto c'è nonostante le tragedie più indicibili. Ma è anche vero che gli orrori si ripetono come i desparecidos dell'America Latina e dei neonati strappati alle partorienti con la benedizione della Chiesa e allevati da altre persone. Gli orrori si ripetono come i genocidi in Africa, il popolo Palestinese, l'etnia curda in Turchia, gli aborigeni in Australia, e tante tanti assassinii e torture di Stato come avvengono nel nostro "bel Paese".

La scrittura è pericolosa perchè oltre a descrivere il marcio, descrive anche il bello. In Cile esistono dei bellissimi fiori , sono le rose di Atacama che sono color sangue. Sbocciano nel deserto cileno per un solo giorno all'anno e subito vengono bruciate dal Sole calcinante. Queste rose sono un simbolo di una natura che non si arrende nemmeno a se stessa, e durante il periodo terribile di Pinochet, c'era uno scrittore di nome Fredy Taberna che fu massacrato dai militari perchè colpevole di annotare la bellezza di quei fiori. Narrare la bellezza e la forza simbolica di un fiore in tempo di dittatura è un pericolo: può risvegliare le coscienze.

Narrare è una grande forma di resistenza e se è vero che le parole non fanno una rivoluzione, è anche vero che esse la preparano. Per questo sono tanto temute dal Potere.

Poi certamente , dipende anche quali parole utilizzare. La parola a volte è anche servita per creare un unico gregge e può anche preparare azioni reazionarie. La parola non deve adulare. Non deve compiacere né il potente di turno, né il popolo per farlo sentire migliore di chi si siede sul trono. In questa epoca di marketing del linguaggio si usano le parole per deresponsabilizzare le persone e aizzarle contro il capro espiatorio di turno.

Saper narrare è quindi Resistenza, ma anche recepire con spirito critico è un esercizio altrettanto resistente.


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