lunedì 17 febbraio 2014

Sogno della realtà.

"Ho studiato in qualche università di questo paese, non a Oxford, all'estero, anche se adesso è molto di moda studiare da quelle parti. Ho studiato in un'università messicana, sono arrivato in fondo, il che è già molto, mi sono laureato, ho fatto un corso di specializzazione e sono stato felice per qualche tempo, finchè non mi sono ubriacato, ho preso l'autobus sbagliato e sono finito nella Selva Lacandona. Quando me ne sono reso conto, ormai ero lì, e non ne potevo uscire; questo è successo undici anni fa."

Subcomandante Marcos, in un' intervista.




Avevo fatto un sogno. Mi trovavo in Messico ed un mio vecchio amico di nome Pedro mi aveva portato in uno di quegli ostelli della periferia di Città del Messico; inutile dire che per socializzare con tutti loro ho dovuto bere litri e litri di Tequila: i messicani sono così e io per farmi accettare non ho dovuto fare altrimenti, e non me ne dispiacque. Avevo esagerato, ero riuscito a superare perfino Pedro che veramente era una belva nel fatto di bere. Inutile dirvi che cominciai a vomitare, mi girava la testa da morire e mi addormentai.

Mi svegliai a causa dei sussulti della "Camioneta" e Pedro con quel sombrero esagerato mi aveva appena annunciato che mi stava portando nella regione del Chapas. Un sussulto di gioia improvvisa mi scosse il corpo, ma poi l'imbarazzo mi persuase. Pensai che io ero un latitante (nel sogno probabilmente rappresentavo un evaso), un fuggitivo e per di più uno straniero. E se aggiungiamo un ubriaco, la frittata è fatta! Chi accetterebbe una persona così? Gli abitanti della comunità zapatista mi avrebbero accolto ugualmente?

L'autista era un indios, mi sorrise e mi raccontò un po' la sua storia dicendomi di appartenere all' EZLN fin dalla famosa rivolta del 1994 a San Cristobal. Mi disse con tono animato: "Se nella tua casa entra qualcuno e comincia a dare gli ordini e a prendersi le tue cose migliori, come puoi restare a guardare senza reagire? Stanno regalando tutte le ricchezze della nostra terra agli speculatori stranieri, hanno svenduto il Messico ai nordamericani, ma adesso anche noi abbiamo un esercito che ci difende, e non saremo così vili da rimanere passivi. Da venti, trent'anni, ciascuno di quelli che si trovano qui, ha tentato ogni via pacifica, abbiamo protestato nelle piazze, fatto scioperi della fame, presentato denunce: quando ci è andata bene la risposta è stata l'indifferenza. Più spesso la repressione. Adesso basta. La sovranità nazionale la difendiamo da soli, e non siamo né pochi né soli. Certo, sappiamo che ci aspetteranno altre sofferenze. Per molti ci sarà il carcere, e perfino il cimitero. Ma il seme che non muore non dà il frutto: il seme secca e poi germoglia: con la sua morte, dà la vita!"

Sentendo le parole di questo uomo già non mi sentii più imbarazzato , capì che sarei stato ben accolto: anche loro erano incarcerati come me!
Raggiungemmo la capitale politica dei zapatisti : La Realidad! Essa è la porta della Selva Lacandona della Sierra dalle Montagne blu, l'inizio del territorio sconosciuto, la foresta impenetrabile attorno al cuore pulsante della rivolta.

Arrivammo che era notte. Non c'era luce elettrica, a La Realidad : miliardi di lucciole sciamano nella vallata e ci ritrovavamo a nuotare in un mare di lumicini che invadono ogni spazio. Inutile descrivervi la mia commozione. Il giorno è un' altra scoperta: di colpo la vista si apriva su una vallata piatta, con un fiume e una gigantesca ceiba secolare al centro, e tante case, capanne, brulicare di vita, andirivieni di Jeep e camionette , cavalli a branchi , bambini ovunque, donne che lavano i panni sui massi. Questa era La Realidad,che tradotto vuol dire "La realtà": gli stranieri non sono per niente accolti come estranei, mi avevano tutti abbracciato,  tutti dato il benvenuto e parlavano anche lo spagnolo nonostante che la loro lingua madre fosse il tojolabal, oppure il tzotzil che sono le lingue Maya.

Ad un certo punto Pedro mi indicò un uomo con il passamontagna sopra ad un cavallo. Io quasi urlando gli dissi se fosse Marcos, lui si mise a ridere e mi disse che era il Comandate Tacho. 
Il comandante mi accolse con un sorriso e mi porse la sua pipa, ed io accettai la sua offerta. Era un simpaticone, tenero ma duro nello stesso tempo e non volle sapere nulla di me. Al contrario io gli chiesi chi fosse, che grado avesse. Lui con garbo e un perfetto spagnolo mi rispose : "Chi è Tacho? Tacho è un indigeno, un contadino analfabeta. Non ho avuto la fortuna di nascere in una comunità dove ci fosse un maestro. Perciò non ho né la quarta, né la quinta. Però ho imparato a lavorare da molto piccolo. Vivo con la mia famiglia e, da alcuni anni a questa parte, sono diventato il 'Comandante Tacho'. Sono membro del Comitato Clandestino Rivoluzionario Indigeno." Inutile dire che queste persone, questi discendenti dei Maya che difendono la loro terre, possiedono l'umiltà e la semplicità.E nello stesso tempo dei grandi rivoluzionari.

Purtroppo il sogno si interruppe: ma come si può lasciare "La Realidad" per tornare "nell'irrealtà?" Irreale è ciò che non si desidera ma la vivi, ma la realtà e ciò che si desidera e andrebbe pretesa con tutte le forze. E' reale, esiste: va cercata.

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