sabato 8 febbraio 2014

La trappola.



A breve continuerò a parlare del 41Bis sotto un altro aspetto delicato.

Dopo aver scritto un articolo su questa tortura di Stato che oltre ad essere un inutile deterrente è anche fabbricante della criminalità, con il prossimo affronterò un tema  legato ad un altro utilizzo ancor più inquietante e "coerente" con l'intero apparato giudiziario-poliziesco (e molto spesso eversivo) dello Stato. E sfiorerò sia Riina che un caso a me preso a cuore da alcuni anni: un suicidio mascherato da omicidio. Il carcere è anche una "raffinatissima" trappola per perpetuare dei giochi sporchi.

Nell'attesa pubblico una poesia del grande Panagulis, personaggio a me tanto caro:

Cella che i tuoi muri
Sono scritti con le scritte della Lotta
a quanti verranno dopo di me
ricorda
tutti gli istanti che ho vissuto qui dentro
Se i miei pugni adesso non piegano le sbarre
e se il sangue che gocciola è il mio sangue
Non è questo che mi fa vergognare
Non hanno sangue le sbarre
Diglielo tu
Le sbarre erano dure
deboli i miei pugni
E per i giorni che mi hai visto soffrire la fame
Tanti giorni
E per i miei occhi che hai visto piangere
e le mani contratte
E per quanto ho lottato contro la morte
(ospite così subdola nella mia cella)
E per le ore di solitudine infinita
E i giorni gelati dell’Inverno
E per gli scatti d’Ira
e soprusi e il dolore
E per i tanti sforzi
e i bruciori incessanti della febbre
E per il mio disprezzo
Che così evidente dimostro ai tiranni
Ricorda
Non c’è istante che voglio che si dimentichi
E non c’è un istante che mi vergogni.

Alekos Panagulis

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