mercoledì 12 febbraio 2014

Carcere: l'omicidio di Stato "perfetto".


Nell'estate del 1971, un professore americano di nome Zimbardo condusse un importante esperimento nel seminterrato dell’Università di psicologia di Stanford. Scelse 24 studenti maturi, equilibrati e mai dediti alla violenza: li divise in due gruppi affidandogli il ruolo di secondini e detenuti. I prigionieri furono obbligati a indossare ampie divise sulle quali era applicato un numero, sia davanti che dietro, un berretto di plastica, e fu loro posta una catena a una caviglia; dovevano inoltre attenersi a una rigida serie di regole. Le guardie indossavano uniformi, occhiali da sole riflettenti che impedivano ai prigionieri di guardare loro negli occhi, manganello, fischietto e manette, e fu concessa loro ampia discrezionalità circa i metodi da adottare per mantenere l'ordine. Dopo qualche giorno si dovette interrompere l’esperimento perché i secondini cominciarono ad utilizzare metodi di tortura nei confronti dei prigionieri.





L’esperimento narrato è utile per capire che qualsiasi tipo di Istituzione repressiva (e non solo) ha la capacità di depersonalizzare i carcerieri: si forma un gruppo, unito, che induce una perdita di responsabilità personale, riduce la considerazione delle conseguenze delle proprie azioni, indebolisce il senso di colpa  e inibisce l’espressione di comportamenti distruttivi. 

Possiamo quindi dedurre che le vergognose e ingiustificabili violenze di alcune guardie penitenziarie nostrane, siano dovute dall'Istituzione Carceraria stessa. Si fa bene e si devono assolutamente denunciare i  casi di questo tipo di violenza, ma è assolutamente sbagliato nel frattempo non mettere in discussione la necessità dell’attuale sistema penitenziario e anche quello giudiziario: sono due Sistemi in osmosi ed entrambi da riformare completamente. Anche perché se è vero che la guardia penitenziaria rischierebbe di depersonalizzarsi e sfociare nella violenza più inaudita, dall'altro canto è altrettanto vero che  il Magistrato, plasmato dal Sistema di potere giudiziario, si trasformi in un “burocrate del male” protetto da alcune demenziali leggi : in parole semplici c’è un processo di disumanizzazione totale.

Per questo motivo c’è da ritenere che il giornalismo di inchiesta volto a denunciare le morti in carcere, non dovrebbe solo esaurirsi alla sola denuncia : ma deve necessariamente approfondire a 360 gradi l’argomento. Il rischio concreto, e di fatto credo che sia già realtà, è quello di creare indignazione solo grazie alle immagini dei detenuti tumefatti, riempiti di botte dai secondini ed esaurirsi lì. D'altronde anche Grillo, tramite il suo blog, ne ha fatte  di denunce; perfino il Fatto Quotidiano, che ha una visione carcerocentrica  della società, tratta spesso casi del genere: ma nello stesso tempo non mettono in discussione tutto ciò e , anzi, si oppongono a qualsiasi indulto, amnistia o una semplice alternativa alle pene. 

Limitare la soluzione dell’annoso  problema carcerario alla sola condanna dei secondini violenti è inconcludente: è come recidere i rami (quando ci si riesce) che comunque , inesorabilmente, ricresceranno. E , ritornando alle “immagini shock” , bisogna necessariamente dire che quelle tragiche e ingiuste violenze di Stato sono una minuscola percentuale: la maggior parte delle morti in carcere non hanno “immagini” da poter vendere al pubblico; si uccide senza nemmeno fare un graffio perché il sistema penitenziario-giudiziario  induce al suicidio: l’omicidio di Stato “perfetto”.

2 commenti:

Maria ha detto...

Bellissimo. Morti senza immagini, violenze senza tumefazioni e senza denuncia. Ogni voce che si alza é preziosa ma se rimane isolata testimonianza di orrore é insufficiente. Hai ragione, recide alcuni rami quando ci riesce. Ma dall'orrore per le morti nascono altre voci,nuove riflessioni, alcune, raramente,luminose come la tua

zefirina ha detto...

ogni volta che leggo di "orrori" che si perpetrano nei luoghi di detenzione, di qualsiasi tipo o paese, mi tornano in mente questi esperimenti e quanto di poco umano c'è talvolta in noi