venerdì 31 gennaio 2014

L'utilizzo fascista dell'antimafia.

Dopo tutto quello che è accaduto, l'arresto di Scarantino (usato ancora un'altra volta) dopo l'intervista "scoop" a Servizio Pubblico, le intercettazioni su Riina che è una completa (a parer mio) messinscena e istruito a dovere, voglio proporre la risposta di #Sciascia nei confronti di coloro che l'accusarono per il suo famoso articolo "I professionisti dell'antimafia". E' un dovere leggerlo. E che se lo ripassassero anche coloro che pensano di difenderlo, ma accusandolo nuovamente di aver sbagliato. Un dovere visto che ancora una volta viene infangato tramite le parole di quell'analfabeta di Riina. Siamo un Paese che non merita persone per bene e sensibili alla dignità umana. Siamo un Paese antropologicamente fascista, senza speranza e senza volontà si approfondire. Siamo un Paese ove la "controinformazione" è falsata, utile al Sistema stesso. E somari che citate Orwell a caso: prima , magari, leggetelo.


Ecco il grande articolo di Sciascia in risposta alle accuse:

«A differenza del fascismo, la democrazia ha fra le mani l'unico strumento idoneo a combattere la criminalità: il diritto - Il rischio di sostituire al simbolo della bilancia della giustizia la cosiddetta "cultura delle manette" - I comitati di vigilanza o di salute pubblica sono simili alle folle che nei film "western" chiedono la giustizia sommaria a cui si oppone il buon sceriffo - Cortei e tavole rotonde danno solo l'illusione di far qualcosa»

SOMMARIO: Lungo, polemico articolo in cui l'a. si difende dagli attacchi portatigli, su "La Repubblica", da Giampaolo Pansa, e più in generale dagli attacchi portatigli dal Coordinamento Antimafia per aver egli criticato "un certo modo di intendere e praticare la lotta alla mafia" e le modalità con cui il giudice Borsellino era stato nominato procuratore della repubblica a Marsala. Inizia ricordando il suicidio di Rosario Nicoletti, che è quasi "motivazione psicologica" del suo comportamento; ribadisce poi che "l'intendere e praticare la lotta alla mafia nel modo in cui il Coordinamento antimafia di Palermo e Giampaolo Pansa" l'hanno intesa, finisce per essere un vantaggio per la mafia. Il fascismo poté usare certi metodi spicci, con la "cultura del sospetto" e la "cultura delle manette", la democrazia non può farlo. Purtroppo, invece, si fa ancora largo uso di certi metodi "addirittura repugnanti", e anche della "cultura dell'indiscrezione" che infrange il vincolo del "segreto istruttorio".
Ma intorno al suo articolo si è scatenata l'ira dei "professionisti dell'antimafia" e specialmente del Coordinamento, che ha chiesto per Sciascia l'allontanamento ai margini della "società civile". Ma, si chiede l'a., quale autorità e legittimità ha quel Comitato, pur avallato dal partito comunista e dai "cattolici del rinnovamento"? E quale autorità ha Pansa di dare certi giudizi: negativo su Sciascia ed estremamente positivo sul sindaco di Palermo? Eppure, al di là delle tavole rotonde e dei cortei studenteschi, le uniche iniziative serie a livello amministrativo contro la mafia, a Palermo, le hanno prese altri, e non il sindaco. Riferisce infine della "dicotomia" venutasi a creare per la disparità di giudizi tra il giudice Borsellino e una sentenza della Corte d'Assise di Palermo che lo ha criticato: nei processi di mafia fatti come questi vanno a danno della giustizia.
(CORRIERE DELLA SERA, 26 gennaio 1987)

Diceva Pirandello: "Beato paese, il nostro, dove certe parole vanno tronfie per via, gorgogliando e sparando a ventaglio la coda, come tanti tacchini." Ma lasciando da canto l'ironia (il cui linguaggio non sempre riesce decifrabile ai più), si può dire e posso ben dirlo dopo trent'anni di polemiche che il nostro è un tremendo paese, dove basta ci si attenti a toccare il picchiotto, per bussare alla porta della verità, che si viene proclamati untori anche da chi sa che le unzioni non esistono e che chi bussa non ha niente a che fare con la peste. E il guaio è che ciò avviene a livello di chi propriamente ha "voce in capitolo", espressione che viene dal fatto che quel passo della Sacra scrittura detto "capitolo" soltanto i canonici avevano il privilegio, in cattedrale, di cantarlo: privilegio da cui altri ne discendevano, ovviamente. Ma mi accorgo di star ricascando nell'ironia, da cui dovrei invece guardarmi come da un vizio (ma è come il fumare: che tante volte si fa il proposito di abbandonarlo: e invece a nostro danno lo manteniamo).

Tenterò dunque, senza ironia, di tenermi ai fatti. Che son questi: il 10 di questo mese il “Corriere” pubblicava un mio articolo in cui, muovendo dall'interessante libro di Christopher Duggan su "La mafia durante il fascismo", brevemente svolgevo delle considerazioni, su un certo modo di intendere e praticare la lotta alla mafia che mi pare sbagliato e controproducente. A monte di tali considerazioni c'era (e c'è) un fatto doloroso e, lo ammetto, traumatico: e offro così una motivazione psicologica a chi nel mio comportamento la cerca: il suicidio di Rosario Nicoletti. Ho conosciuto Nicoletti nei giorni in cui Moro stava nella "prigione del popolo", e come me Nicoletti era penosamente convinto che, nell'intramarsi dell'inefficienza alla stoltezza e agli interessi, non ne sarebbe uscito vivo. E direi che, da democristiano, ancor più drammaticamente di me si dibatteva, nel problema. Da quel primo incontro si stabilì tra noi un rapporto d'amicizia. Mi pareva, come Pasolini diceva appunto per Moro, che fosse "il meno implicato di tutti". E mi resta come un punto oscuro, come una domanda, come un rovello, il fatto che l'ultimo appuntamento che ci eravamo dati non si sia realizzato: quando io, con un po' di ritardo, sono arrivato, ho trovato che lui aveva avvertito di non poter venire.

Ma lasciando i fatti di ieri, e rientrando in quelli di oggi su cui quelli di ieri si riverberano, a me pareva e pare che l'intendere e praticare la lotta alla mafia nel modo in cui il Coordinamento antimafia di Palermo e Giampaolo Pansa ed altri hanno dato perfetta e ampia dimostrazione in questi giorni, reagendo a quel mio articolo, finisce con l'essere, negli effetti, un vantaggio per la mafia com'è. Respingere quello che con disprezzo viene chiamato "garantismo" e che è poi un richiamo alle regole, al diritto, alla Costituzione come elemento debilitante nella lotta alla mafia, è un errore di incalcolate conseguenze. Non c'è dubbio che il fascismo poteva nell'immediato (e si può anche riconoscere che c'è riuscito) condurre una lotta alla mafia molto più efficace di quella che può condurre la democrazia: ma era appunto il fascismo, al cui potere se messi alla stretta alcuni italiani avrebbero preferito che la mafia continuasse a vivere.

Dico alcuni: poiché non soltanto per aver letto De Felice so del consenso dei più, ma per preciso e indelebile ricordo. Da ciò è venuta, in certe pagine di Brancati, la rappresentazione del mafioso buono, del mafioso di ragione e cioè del mafioso antifascista. E oggi si sta verificando appunto questo: che nel credere la democrazia impotente nella lotta alla mafia, c'è chi crede di supplirvi con la retorica, con gli urli, coi cortei e, soprattutto, con quella che è stata denominata "la cultura del sospetto": quel sospetto da cui ad un certo punto Rosario Nicoletti si è sentito assediato e che lo ha reso "ingiusto contro sé giusto" (nella misura in cui si può sentire giusto, in Italia, un uomo che nel partito di maggioranza ha avuto per anni parte di un certo rilievo: personalmente giusto, voglio dire, ma riconoscendo ingiusto il contesto in cui si è mosso). Ma la democrazia non è impotente a combattere la mafia. O meglio: non c'è nulla nel suo sistema, nei suoi principi, che necessariamente la porti a non poter combattere la mafia, a imporle una convivenza con la mafia. Ha anzi tra le mani lo strumento che la tirannia non ha: il diritto, la legge uguale per tutti, la bilancia della giustizia. Se al simbolo della bilancia si sostituisse quello delle manette, come alcuni fanatici dell'antimafia in cuor loro desiderano, saremmo perduti irrimediabilmente, come nemmeno il fascismo c'è riuscito. E si parla tanto di manette oggi, tante se ne vedono sui giornali e sui teleschermi: oggetti che magari saranno necessari, ma ciò non toglie che siano sgradevoli a vedersi e, quando simbolicamente agitate, addirittura repugnanti. E perché non cominciano i giornali a scrivere nei titoli, invece che "manette al tizio", che il tizio è stato semplicemente, ed è già tutto, arrestato? Siamo di fronte, secondo l'invalso uso di chiamare cultura l'incultura, a una "cultura delle manette"? E non c'è da temere che tale "cultura" si sia già insinuata nei luoghi che più decisamente dovrebbero respingerla: nella magistratura, nel giornalismo? E’ evidente che la "cultura delle manette" è promossa dalla preesistente "cultura dell'indiscrezione" stabilitasi tra certi uffici giudiziari e i giornalisti: con l'effetto di fare intravedere prossimo o lontano, ma comunque dovuto, lo scatto delle manette ai polsi di chiunque che abbia una certa notorietà venga chiamato o spontaneamente si presenti in un ufficio giudiziario anche per fare una irrisoria testimonianza. "Cultura" che è forse da annodare a quella, più deleteria ed antica, che considerava vergognoso il testimoniare. E della "cultura dell'indiscrezione" è stato prolifero, come tutti ricorderanno, il caso Tortora particolarmente.

A questo punto, nel moltiplicarsi delle "indiscrezioni" viene da domandarsi se, ad evitare il danno dei singoli, non sia da preferire un processo istruttorio aperto, palese, pubblico. Ma l'obiezione preclusiva e sensatissima è che soltanto le prove di flagranza sopravviverebbero a una simile procedura: e specialmente nei processi di mafia. Non resta, dunque, che auspicare il pieno e assoluto "segreto istruttorio", la rescissione di ogni legame a parte le eventuali e pubbliche conferenzestampa tra i giudici e i giornalisti: e di ciò dovrebbe prendersi cura il Consiglio superiore della magistratura.

Sono fatti anche questi, ma mi hanno portato a divagare dai fatti che più particolarmente mi riguardano. E dunque: sulle considerazioni che in quel mio articolo facevo intorno ai pericoli di una mal condotta antimafia, si è subito scatenata l'ira dei "professionisti dell'antimafia" (il titolo dell'articolo, come nei giornali quasi sempre accade, non era mio: ma dalle reazioni si può dedurre che giustamente scopriva una categoria), e specialmente del Coordinamento antimafia di Palermo, che emetteva un comunicato che decretava di collocarmi ai margini della "società civile" e mi gratificava di un insulto che, per i mafiosi, vale come l'estrema e definitiva condanna rispetto alla loro società. Singolare e sintomatica "voce dal sen fuggita": migliore insulto non hanno trovato di quello tipicamente mafioso. Inutile dire che più pronta e perfetta risposta, a dimostrare la fondatezza delle mie preoccupazioni, il Coordinamento antimafia non poteva darmi.

Il qual Coordinamento, nelle intenzioni, vuol essere una specie di comitato di salute pubblica, di vigilanza a che la lotta alla mafia non abbia cedimenti. E non so quanta e quale legittimità abbia, in uno stato di diritto, un simile comitato: che ha tutta l'aria di somigliare, nei fatti, a quelle aggregazioni istintive o manovrate e facilmente manovrate quanto più sono istintive, che in certi film western reclamano contro il lento procedere di uno sceriffo o di un giudice una giustizia sbrigativa e sommaria. Di solito, nei western, alle richieste di giustizia sommaria si oppongono il buon sceriffo, il buon giudice: ma nel Coordinamento di Palermo sceriffi e giudici pare ci sian dentro, insieme a giuristi e uomini rappresentativi della politica e delle istituzioni, il che poteva lasciar sperare che si trattasse di un'associazione, per così dire, non collerica, non incline all'istanza e alla pratica di giustizie sommarie. Peraltro il partito comunista e i cattolici del "rinnovamento" vi partecipano: e non si poteva credere che il partito comunista desse il suo apporto a una organizzazione incontrollabile, capace di folli e autolesionistiche iniziative. Ed è curioso come tra i trecento e più soci che il Coordinamento annovera, nemmeno i più qualificati e qualificanti si siano allarmati delle lettere che, ad ogni affacciarsi di giudizi "garantisti" l'associazione sparava sui giornali. Lettere a firma del Coordinamento, senza i nomi dei pochi che in realtà le decidevano e mandavano. E che fossero pochi, e anzi pochissimi, lo si è saputo ora, grazie al comunicato diffuso contro di me. Avvenimento provvidenziale, se è servito a far prendere le distanze alla maggior parte dei soci. E al partito comunista.

Ora a me lo confesso piacerebbe non credere a questo prendere distanza, a questo defilarsi e smentire. Ragionevolmente, e non visceralmente: poiché ha dell'incredibile. Ma il guaio è che per quanto possa apparire incredibile, è credibile: per quanto possa apparire inverosimile, è vero. E se ne deve dunque dedurre che un'associazione cosi numerosa, ospitata dall'ARCI e avallata dal partito comunista, con dentro tante persone ragguardevoli per ingegno, cariche pubbliche e ruolo politico, è stata abbandonata a una sparutissima minoranza fanatica e, in definitiva, autolesionista. Fatto molto più preoccupante che se dietro ci fosse stata la metà più uno degli iscritti.

Si capisce che, oltre a coloro che l'hanno scritto, c'è qualche socio che quel comunicato lo condivide e sostiene. E ci sono anche quelli che lo condividono ad honorem, come Giampaolo Pansa. Con grande sforzo fantastico creatore di una zoologia politica a base di elefanti bianchi e pantere rosa, un certo zoomorfismo Pansa ha finito col versarselo addosso: e gli è venuta la coda giudicante. "Giudica e manda secondo che avvinghia": e ha destinato me allo scantinato, il sindaco di Palermo alla terrazza. Perché, oltre alla coda giudicante, dispone di un ascensore. Ma spero che il sindaco di Palermo che, come ho già detto, mi è simpatico ne scenda al più presto e si metta a camminare per la città. Vedrà le stesse cose che io vedo e, se saprà ascoltare la gente, sentirà le stesse cose che io sento. Dentro questo tipo di ascensori, si perde il senso della realtà, come capita a Pansa, che ci sta troppo a lungo e spesso gli capita di cadere in una specie di dada: Milano, via Solferino, il numero 28, e cioè questo giornale. Invece di ascendere con Pansa, scenda il sindaco a sentire quel che hanno da dire i rappresentanti della CISL, della UIL, della CGIL: io li ho incontrati in questi giorni, e mi sento straordinariamente confortato, e direi più sicuro, nell'apprendere che queste cose loro le avevano dette prima di me. E il mio rammarico che più dovrebbe essere della stampa siciliana e nazionale è appunto quello di non averli incontrati prima.

I cortei, le tavole rotonde, i dibattiti sulla mafia, in un paese in cui retorica e falsificazione stanno dietro ogni angolo, servono a dare l'illusione e l'acquietamento di far qualcosa: e specialmente quando nulla di concreto si fa.

I ragazzi bisogna lasciarli a scuola, che bene o male ancora serve. Se qualcosa di serio si vuol fare, perché non dar loro quella trentina di illuminanti pagine sulla mafia che si trovano nel libro “I ribelli” di Hobsbawm? Se ne può fare un opuscolo da distribuire largamente, e impegnando gli insegnanti a spiegarlo nel contesto della storia siciliana e nazionale. Costerebbe meno di quanto costano, in denaro pubblico, certe manifestazioni "culturali" contro la mafia. E qui tocchiamo un altro punto di un discorso che si deve pur fare sullo sperpero enorme del denaro pubblico per manifestazioni "culturali". Ma tornando al sindaco di Palermo: spero non mi si dirà che lo sto attaccando, se ricordo agli immemori (e un po' se ne è smemorato anche lui) che il comune di Palermo si è costituito per la prima volta parte civile in un processo di mafia nell'ottobre del 1983, sindaco Elda Pucci: e che la deliberazione di conferire per asta pubblica l'appalto di manutenzione delle strade della città porta la firma, settembre 1985, del commissario straordinario al comune, Gianfranco Vitocolonna: il ricordo della cui morte, in un incidente dovuto alle occlusioni stradali operate nella sedizione contro il condono edilizio, porta a considerare la nessuna attenzione che i "professionisti dell'antimafia" hanno avuto per essa sedizione, in cui più di una vena mafiosa era ravvisabile. Ma quali proposte concrete sono mai venute da un'antimafia siffattamente professata? Tanto per dirne una (che posso anche sbagliare, ma mi sembra importante): è stato mai sollecitato un censimento, e una conseguente azione, riguardo alle usurpazioni di beni appartenenti ai demani statali e comunali: acque, fabbricati, aree urbane e suburbane?
Reo, secondo i "professionisti dell'antimafia", per avere attaccato il sindaco di Palermo, di più grave reità mi si carica per avere attaccato come "carrierista" il dottor Borsellino, procuratore della repubblica a Marsala, cosa per niente vera ed evidentissima in quel mio articolo. Ho attaccato invece il modo, e il principio che su quel modo veniva a stabilirsi, con cui il Consiglio superiore della magistratura ha proceduto alla sua nomina. E citavo appena due brani ameni ma preoccupanti di quel che si legge nel Notiziario straordinario del CSM (n. 17, 10 settembre) che sarebbe da definire "straordinario" davvero, per quant'altro vi si trova. I lettori lo cerchino, ne avranno spero quanto me amenità e preoccupazione.

Nel momento in cui ho scritto l'articolo per cui tanto reo tempo si volse e si volge, io nulla sapevo del dottor Borsellino. Apparso l'articolo sul “Corriere”, mi è stata portata la sentenza della corte d'assise di Palermo, seconda sezione, che contiene gravi critiche a una sua istruttoria. Sentenza che mi persuade appieno, ma non sento di farne ragione di un attacco al dottor Borsellino. Sono serenamente convinto che, se leggessi la sua sentenza istruttoria, darei ragione a lui su un piano, diciamo così, narrativo. Voglio dire: le sue intuizioni, il loro concatenarsi e rispondersi, il loro "far racconto", sono sicuro mi persuaderebbero quanto sul piano del diritto, sul piano giuridico mi persuade la sentenza della corte d'assise. Questa è la dicotomia che spesso insorge tra processo istruttorio e processo dibattimentale: e generalmente è movimento dialettico proficuo al realizzarsi della giustizia, ma nei processi di mafia è destinato a ripetersi come contrasto insanabile e, in certi casi, a vantaggio dei colpevoli e a danno della giustizia. Ma io, finché non si troverà una soluzione tecnica che non contravvenga all'idea del diritto, preferirò sempre che la giustizia venga danneggiata piuttosto che negata. Questa è la mia eresia: gli inquisitori mi diano la condanna che vogliono. Ma ci sono tanti eretici, per fortuna, in questo nostro paese; benché non sembri.

E in conclusione, che in Italia l'amministrazione della giustizia e non soltanto in ordine alla mafia riesca, come spero, ad uscire dalla impasse in cui si è cacciata o che vi resti con accresciuti mali, che insomma si vada al meglio o al peggio, quello che io ho scritto e scrivo, apparirà nel più breve giro del tempo, ed è anzi cominciato ad apparire, come una verità incontrovertibile, persino ovvia e banale. L'onorevole Alinovi, presidente della commissione parlamentare antimafia, ha detto le stesse, identiche cose che io ho detto e dico. Ma nessuno, credo, oserà collocarlo ai margini della "società civile" (che è poi, per come nei miei riguardi ha reagito, quanto di più incivile si possa immaginare). Mi domando perché. E mi dò questa risposta: perché mi si crede solo; e perché sono siciliano. Risposta alquanto sconfortante. Ma veda il lettore di trovarne altra.

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