lunedì 31 dicembre 2012

Un brindisi per il nuovo anno



Un brindisi a chi il nuovo anno lo trascorre in solitudine,
perchè non gli è rimasto più nessuno.
Un brindisi a chi ha perduto il lavoro e a chi ancora ce l'ha,
ma non lo ama.

Un brindisi a chi soffre di una brutta malattia, 
di nostalgia o a chi è rimasto prigioniero, 
ma solo di se stesso.

Un brindisi a chi ha paura del proprio orientamento sessuale,
a chi si sente diverso, a chi è emarginato
o a chi è stato troppo maturo 
per la sua giovane età.

Un brindisi a chi lotta, chi non si arrende
oppure a chi si è rassegnato.
Un brindisi a chi ha avuto il coraggio di mettersi in gioco
e lasciare la propria città, il proprio Paese e
vivere da straniero.

Un brindisi a chi è innamorata dell'uomo sbagliato e
quando lo capirà sarà troppo tardi.. 
Ma anche a chi ha paura di
lasciare la propria donna per paura di rimanere 
nuovamente solo. E viceversa.

Un brindisi ai senza fissa dimora che vengono notati
solo una volta l'anno.
Un brindisi a chi prima o poi arriverà il conto,
e poi son dolori.

Un brindisi agli sfruttati, i condannati e i giudicati,
non solo dal Giudice, 
ma dall'intera e ,molto spesso barbara, 
società.

Un brindisi ai detenuti considerati carne da macello,
e come disse Pasolini,
consapevoli o no, 
sono i veri contestatori della società.

Un brindisi a tutta quella gente martoriata dalle bombe,
dai bambini Siriani a quelli Palestinesi.

Un brindisi al Potere che vince sempre,
ci deride e non viene in alcun modo contrastato,
solamente rafforzato.

Un brindisi a tutti noi,
sperando che riscopriamo tutti insieme,
l'unico sentimento che ci salva da tutte le dittature,
da tutte le repressioni, da tutti i tribunali,
da tutto l'autoritarismo di Stato e da tutto il leaderismo pericoloso:

il senso dell'umanità.

venerdì 28 dicembre 2012

Attenti al Gorilla!

Non è ancora finita. 

Ora anche il Procuratore nazionale antimafia Grasso si è messo in aspettativa per candidarsi questa volta con il PD. 

Due Procuratori, Ingroia e Grasso, che sono in guerra tra di loro.

La guerra interna all'ultra casta del Potere Giudiziario si trasferisce all'interno del Potere Politico. Che nessuno provasse a dire che la Costituzione è sacra e nello stesso tempo legittimare questa squallida operazione. 

Il magistrato non può, per motivi anche etici, far politica. 

Qualcuno mi dirà che invece è costituzionale perchè mettendosi in aspettativa,non svolge più la sua funzione di Magistrato. Vero. Come è pur vero che mettersi in aspettativa non è una dimissione, ma un congelamento delle sue funzioni. In soldoni tutto questo può essere sintetizzato in un'unica parola, seppur poco sobria: chiamasi "paraculata".



E allora vorrei dedicare qualche canzone di De Andrè a chi lo ascolta, fa finta di essere un libertario, un alternativo o uno che si sente un ribelle e poi si eccita alle candidature dei vari uomini di Tribunale. 

La prima è "Il gorilla" la quale recita che tra la vecchia e il giudice , senza esitare:


"sdegnando la vecchia
si dirige sul magistrato
lo acchiappa forte per un'orecchia
e lo trascina in mezzo ad un prato
quello che avvenne fra l'erba alta
non posso dirlo per intero
ma lo spettacolo fu avvincente
e lo suspence ci fu davvero
attenti al gorilla ! "

Oppure "Un Giudice" che

"era una carogna di sicuro
perché ha il cuore troppo,
troppo vicino al buco del culo". 

O la canzone "Nella mia ora di libertà" ove De Andrè si rivolge ai benpensanti:

"Certo bisogna farne di strada
da una ginnastica d'obbedienza
fino ad un gesto molto più umano
che ti dia il senso della violenza
però bisogna farne altrettanta
per diventare così coglioni
da non riuscire più a capire
che non ci sono poteri buoni
da non riuscire più a capire
che non ci sono poteri buoni."

E poi dice anche:

" uomini e donne di tribunale
se fossi stato al vostro posto...
ma al vostro posto non ci so stare". 

De Andrè non saprà mai che non solo in molti la pensano diversamente, ma vanno addirittura oltre: vogliono  che gli uomini di Tribunale occupino tutti i posti di Potere.

Ma cari Giudici, attenti al Gorilla! Prima o poi la coscienza potrebbe risvegliarsi e questa malattia neoliderista selvaggia (si con la D, termine coniato da Sofri) potrebbe rivelarsi un boomerang. 


sabato 22 dicembre 2012

"Io ci sto" e la "nuova destra".

Giorgio AlmiranteIo so (ma non ho le prove, quindi non chiedetemele) che in questo momento ci sono tanti nostalgici del vecchio MSI che si staranno commuovendo. Sono 
quelli che si rifacevano ad Almirante. 

Finalmente vedono che il suo ideale basato sul legalitarismo, il primato della Santa Legge , l'idea di un Stato etico fortemente fascista è ritornato in auge. Si stanno commuovendo perchè hanno potuto vedere con gioia che questi ideali sono stati riscoperti "a sinistra". Sono commossi perchè finalmente un Magistrato dell'antimafia (tralascio ovviamente la mia opinione personale sulla sua conduzione, e il pensiero va al figlio di Ciancimino) si presta alla politica. Ebbene si, tutto in barba alla Costituzione che prevede la separazione e l'indipendenza dei poteri. Sono commossi perchè i dieci punti di "Io ci sto"(vi consiglio di leggere questa interessante critica di Cremaschi)  sono una riedizione moderna dei vecchi programmi del vecchio MSI. E sono contenti perchè sono sottoscritti da varie personalità di sinistra. Tranne ovviamente il grande Ascanio Celestini.

Immaginate anche la commozione di Travaglio o Di Pietro. Loro da sempre sono stati orgogliosi di appartenere a quella cultura di destra tanto deturpata da Berlusconi. Lo hanno odiato anche per questo. 

Sono commossi perchè i loro ideali sono acclamati dalla gente di sinistra. 

E secondo me è scappata davvero una lacrimuccia anche a loro. Un po' come la Fornero che pianse perchè dopo tanti anni di studio (e nessuno se la filava) è riuscita a legiferare il suo squallido sistema pensionistico. Così come loro: dopo tanti anni finalmente fanno parte di un grande gruppo. In un secondo hanno cancellato secoli di lotte, scritti di grandi pensatori, martiri. Finalmente al cielo possono urlare: legalità, legalità, legalità! 

Tutto sulla legalità. E di fatto, i burocrati , gli uomini delle Istituzioni, commissari, magistrati, possono far tutto. Anche andare contro i principi della Costituzione. Si, loro lo possono fare: sono loro  la "legalità"!

P.S. nel frattempo  i due partiti gemelli e reazionari , ovvero l'IDV  e la Lega , hanno affossato la legge sulle pene alternative che doveva essere ratificata ! Avrebbe , tra l'altro, riguardato solo 2000 detenuti. Una stupida percentuale.  Provo vergogna profonda per questi imbecilli senza etica e coscienza. Ma soprattutto lo fanno perchè hanno il beneplacito dei cittadini "per bene". Soprattutto vergognatevi voi di "sinistra" (sicuri?) che appoggiate e date il benvenuto a Di Pietro e poi magari nello stesso tempo parlate dei casi come il povero Cucchi. Complimenti. Ah, dimenticavo che oltre ai due Partiti, anche la nuova formazione "Fratelli d'Italia" ha affossato la legge. Che formazione sarebbe? Si quella della Meloni, la destra vera. Magari accogliete anche loro: probabilmente anche loro "ci stanno"!

martedì 18 dicembre 2012

Dalla parte di Marco Pannella

Notizie di questi giorni  è che Marco Pannella ,a causa del suo prolungato sciopero della fame e sete, riversa in un critico stato di salute. 

Lo sta facendo per denunciare la mancata attenzione al dramma del sistema carcerario,e soprattutto verso la mancata volontà politica per l'amnistia. E ovviamente in un clima pre-elettorale, il silenzio è ancora maggiore. E questo è pacifico, perchè volere una amnistia vuol dire perdere consensi in termini di voti. E chi ha il coraggio di opporsi al volere popolare inquinato dalla pseudo informazione? Macchiata anche da un certo giornalismo stile legalitario che scambia la giustizia sociale con quella penale? Solo Pannella e una, purtroppo, parte minoritaria della sinistra si occupa di questo annoso problema.Una sinistra oramai alla deriva giustizialista.  

Già immagino le solite battute e accuse da mentalità chiusa e ossificata: "Sono i soliti scioperi di Pannella".

Inutile che io premetta di  non essere radicale. Come non sono, d'altronde, per nessun partito o movimenti colorati alcuni. Ma credo di avere l'onestà intellettuale di riconoscere che i radicali hanno da sempre intrapreso battaglie per i diritti civili. Negli anni 70, mentre il PC si adeguava(ma forse da sempre) al legalitarismo e promuoveva le torture, i radicali furono gli unici (parlo all'interno del parlamento)che si opposero alla Legge Reale. Furono i promotori dei referendum sull'aborto e il divorzio.  Fu l'unico partito (parlo di partito parlamentare, fuori c'era anche Lotta Continua), ad attivarsi per far luce sulla morte di Pinelli.  E fu l'unico partito a difendere dalle persecuzioni giudiziarie personaggi diversi tra loro: da Tony Negri, Tortora, fino ad Adriano Sofri.  E capisco anche perchè uno Sciascia, deluso dal PC, abbia trovato ospitalità dai radicali per portare avanti le sue battaglie da senatore. 

Ma la mia non è una sponsorizzazione del Partito Radicale, personalmente avrei tanti argomenti per criticarlo, a partire dalla loro visione liberista e filo atlantica. 

Ma da anarchico, e purtroppo vivendo dentro una organizzazione statale a regime parlamentare, io mi auguro che Pannella non muoia e vada avanti con la sua, quasi solitaria, battaglia. Altrimenti, in mancanza di queste battaglie (finora uniche al livello parlamentare), le barbarie sono destinate ad intensificarsi. E il fascismo etico dello Stato, insito purtroppo anche a sinistra, prenderà definitivamente il sopravvento.

Pannella lo considero l'ultimo dei moicani. Auguriamoci (anche se siamo, politicamente parlando, distanti) che ce la faccia anche questa volta. E auspichiamoci anche che i legislatori non arrivino ad attivarsi per una soluzione, solo quando accadrà una strage all'interno delle carceri.

domenica 16 dicembre 2012

L'anziana inglese, paralizzata e senza fissa dimora, della Stazione Termini di Roma.

Esattamente una settimana fa , appena all'entrata di Stazione Termini, a Roma, c'era una vecchietta praticamente paralizzata alle gambe. Era, propriamente detta, una barbona. C'erano i tassisti, quelli abusivi, che stavano vicini a lei per capire come stava. E allora insieme l'abbiamo aiutata a sedersi su una sedia perchè era in pratica addossata, in una posizione precaria, su un suo carrellino. Abbiamo provato a chiamare un numero di assistenza sociale , ma niente, non potevano venire in quel momento perchè avevano a disposizione una solo auto in tutta Roma. L'austerità di Monti si fa sentire anche in questo. Abbiamo chiamato i carabinieri che stavano lì, e avevano detto che dopo se ne sarebbero occupati.

Ed io mi sono sentito davvero inerme. E lei purtroppo parlava tutte le lingue: un misto tra l'inglese, il russo e il tedesco. Una donna anziana che parlava tutte le lingue del mondo che stava lì, abbandonata. L'unica cosa che potevamo fare era accertarsi che almeno potesse stare li dentro. L'ho lasciata lì proprio appena all'entrata principale della Stazione, all'angolo della libreria e seduta(si fa per dire) su una sedia. A distanza di una settimana l'ho rivista esattamente nello stesso posto e nella stessa posizione. 


Allora ho deciso di informarmi meglio su di lei, e se qualche provvedimento per aiutarla sia già in atto. 

La signora in realtà era già seguita e non era stata lasciata sola. Il comune si era già attivato tramite l'assistenza sociale, inoltre si erano attivati anche i volontari del "Binario 95". Si erano attivati tutti. Più volte è anche arrivata l'ambulanza. Ma c'è un ostacolo in tutto questo: ovvero lei stessa. Lei non vuole essere aiutata, vuole rimanere dove sta. Si è pensato anche ad un ricovero coatto come soluzione alternativa per ricoverarla in un ospedale, ma lei è capace perfettamente di intendere e volere. Quindi non si può fare. E pare anche che ci sia stato addirittura un intoppo diplomatico. Lei è inglese, e pare (ma è tutto da capire) che sia proprio andata via dall'Inghilterra per approdare qui in Italia, e vivere (si fa per dire) alla Stazione Termini. E il comune si era attivato anche tramite l'ambasciata che per muoversi: ma ha bisogno comunque dell'assenso della signora.  E che lei ostinatamente non vuole dare.  

E qui si pongono due annosi problemi. 

C'è un problema giustamente etico: si può forzare una persona che sceglie di "vivere" come lei desidera ? Poi però si pone anche quello umanitario: si può lasciare la signora anziana in quello stato, consapevoli del fatto che non è una condizione umana questa sua scelta, soprattutto se non è auto sufficiente e che vive di stenti e freddo?

Qualcuno magari ha già una sua risposta. Personalmente, casi come questi, a me provocano tanti dilemmi e dubbi. Ci sono dilemmi etici, umanitari e anche legali.

La trovate comunque sempre lì, all'entrata della Stazione, all'angolo delle libreria.

In ogni caso, se trovate situazioni simili e non sapete cosa fare, a Roma c'è un numero verde: 800440022



venerdì 14 dicembre 2012

La Strage di Piazza Fontana (quarta parte): il "volo" di Giuseppe Pinelli.


Continua da qui.



Prima di addentrarci nell'interrogatorio di Pinelli, 
dobbiamo aver presente un fattore di non poco contro. Siamo nel 1969, sono passati pochi decenni dalla liberazione. Il nazifascismo fu sconfitto, ma i vertici delle forze militari, di polizia e giudiziarie, erano comunque occupati ancora da fascisti non pentiti. 


Importante saperlo, solo così possiamo capire l'accanimento che c'era stato verso Pinelli prima, e Valpreda poi.

Il capo della questura di Milano era Marcello Guida, il commissario capo era Antonino Allegra e il commissario aggiunto era Luigi Calabresi.





Marcello Guida, durante il fascismo, fu il direttore del carcere per i detenuti politici di Ventotene. Era un uomo feroce, senza scrupoli. E ce lo testimonia proprio Sandro Pertini:


"Per rivedere mia madre accettai di andare a Savona. Rivedevo la mia città dopo tanti anni (era, ricordo, una giornata di sole) di dura separazione. Giunsi al carcere e venni chiuso in una cella. Dopo circa un'ora vennero a prendermi e mi condussero in una stanza dove il capoguardia con alcuni agenti mi aspettava". "Ora" disse "potrete rivedere vostra madre". "Mi sembrò che il cuore cessasse di battere. Essa apparve all'improvviso: piccola vestita di nero, bianchi i capelli e il volto. L'abbracciai. Piangeva, e fra le lacrime andava ripetendo il mio nome. Dovetti fare forza per non dare alle guardie che ci sorvegliavano un segno di debolezza. Ma il cuore mi faceva male, pareva spezzarsi. Parlammo di tutto e di niente, notizie sue e della mia vita di confinato. Il capoguardia interruppe bruscamente il colloquio, vidi mia madre allontanarsi curva. Tornai in cella senza toccare cibo, pensando a mia madre. Al mattino vennero a prendermi, speravo in un nuovo incontro con lei, ma i carabinieri erano venuti a prelevarmi per ricondurmi a Ventotene. Protestai, inutilmente. Alla stazione un gruppo di facchini mi attendeva, si levarono il berretto e, tenendolo in mano, si avvicinarono in silenzio esprimendomi con gli sguardi la loro solidarietà. Il più anziano dei facchini mi prese la valigia "Ci penso io Sandro" disse in dialetto. Il maresciallo lasciava fare. Arriva il treno, due facchini mi aiutano a salire perché ammanettato, mi volto: gli altri sono sempre col berretto in mano, fermi, muti. Il più anziano sistema la valigia, mi mette la mano sulla spalla: "Buona fortuna Sandro, tutti ti salutano". "Si volta bruscamente e si allontana singhiozzando"

E proprio Sandro Pertini,dopo la strage di Piazza Fontana, da Presidente della Camera dei deputati, andò a Milano, incontrò l'allora questore Marcello Guida, ma rifiutò di stringergli la mano. Se lo ricordava benissimo quando, da direttore del carcere, applicava con severità i già duri regolamenti.

Ho voluto raccontare anche questo aneddoto per far comprendere che l'obiettività e l'imparzialità era (e lo è, haimè,ancor oggi) un lusso.

Calabresi,quando invitò Pinelli a seguirlo in questura, aveva già le idee "chiare": erano stati gli anarchici a mettere la bomba e Pinelli era coinvolto.

Ma bisogna anche dire che la convinzione sua ( e dei suoi colleghi) era suffragata dall'allora giudice istruttore Amati. Bisogna dirlo e mai dimenticarlo: tutte le operazioni di polizia sono sempre condotte assieme al Magistrato di turno (vedasi gli arresti odierni dei NO TAV). E quel Magistrato, era colui che indirizzò tutte le indagini verso la pista anarchica anche per le stragi precedenti come le bombe alla Fiera di Milano e alla Stazione Centrale della città.

Il Giudice Amati poi sarà colui che accoglierà senza indugi la conclusione affrettata del PM  Caizzi per la morte di Pinelli: ovvero "suicidio accidentale".

Giuseppe Pinelli fu portato in questura e subì un interrogatorio inumano. Anche all'epoca, come oggi, non esisteva il reato di tortura. Peccato.Se la legge sulla tortura ci fosse stata, sarebbero stati condannati anche per non averlo fatto mangiare e dormire per tre giorni consecutivi. Invece alla fine saranno condannati solo (cosa ovviamente di non poco conto) di aver trattenuto illegalmente Pinelli per tre giorni di fila. 

E probabilmente anche oltre se non fosse "caduto" dalla finestra.

Nella notte fra il 15 e il 16 dicembre, Pinelli subiva l'ennesimo interrogatorio. Si trovava in quella maledetta stanza assieme al commissario Calabresi, i brigadieri Panessa, Mainardi, Mucilli, Carcuta e anche un ufficiale dei Carabinieri, il tenente Sabino Lograno.

Nel corridoio c'era anche un altro anarchico fermato: Pasquale Valitutti.

Quella notte, secondo la testimonianza degli stessi uomini presenti, ad un certo punto Calabresi sarebbe uscito dalla stanza per portare il verbale dell'interrogatorio di Pinelli al suo capo Allegra. Ed un attimo dopo Giuseppe Pinelli volò dalla finestra.

Ma anche a tanti anni di distanza, l'anarchico Valitutti, dice esattamente  il contrario:


"Da questo corridoio passano, portando Pino, Calabresi e gli altri, e vanno nella stanza vicino. Chi dice che Calabresi non era in quella stanza sta mentendo, nel più spudorato dei modi. Calabresi è entrato in quella stanza, è entrato insieme agli altri, nessuno è più uscito. Io ve l'assicuro, era notte fonda, c'era un silenzio incredibile, qualunque passo, qualunque rumore rimbombava, era impossibile sbagliarsi, lui era in quella stanza. Dopo circa un'ora che lui era in quella stanza, che c'era Pino in quella stanza, che non avevo sentito nulla, quindi saranno state le 11 e mezzo, grosso modo, in quella stanza succede qualcosa che io ho sempre descritto nel modo più oggettivo, più serio, scrupoloso, dei rumori, un trambusto, come una rissa, come se si rovesciassero dei mobili, delle sedie, delle voci concitate"

In un'intervista di qualche anno fa, l'ex giudice (ora senatore, e non perdete di vista il suo legame politico perchè sarà un elemento per affrontare il ruolo del Partito Comunista che ebbe in quegli anni) che archiviò la caduta di Pinelli a causa del "malore attivo" , disse : "Poi, ottenni un’altra prova sull'innocenza di Calabresi”. "Quale?" Domanda il giornalista. “La testimonianza di uno degli anarchici fermati, Pasquale Valitutti: aveva visto Calabresi uscire dalla stanza prima che Pinelli cadesse”.

Come sappiamo, Valitutti ha detto l'esatto contrario

E acutamente , Adriano Sofri, nel suo libro "La notte che Pinelli"  scrive : "Se alla sua memoria tradita la testimonianza scagionatrice di Valitutti appare così importante, deve esserlo un po’ anche nella sua versione autentica."

Ma se c'era per davvero o no dentro quella stanza, a parer mio, non fa differenza. Mi spiego meglio. L'interrogatorio era pressante e raggiunse livelli inumani. Cominciarono a provocarlo, addirittura gli dissero falsità come la pseudo confessione di altri suoi compagni anarchici. Tutto documentato nel processo. Tanto è vero che tra le innumerevoli versioni della sua caduta, una fu che si buttò urlando:
"E' la fine dell'anarchia!". 

Tutto falso. 

Come era falso quello che disse Allegra.  Pinelli era spirato da pochi minuti quando il commissario capo disse platealmente ai giornalisti (all'epoca c'era la giornalista Camilla Cederna che trascrisse tutto):


"E' stato nel corso degli interrogatori che abbiamo avuto con lui che sono nati i primi dubbi, Dubbi che si sono tramutati in forti sospetti e in precisi indizi soprattutto quando l'alibi fornito da Pinelli circa le ore del tragico pomeriggio è crollato immediatamente. Il suo alibi era crollato...si è visto perduto"

Tutto falso, visto che raccontò minuziosamente tutta la sua giornata.

La verità è che volevano ciò che desideravano sentire. E Pinelli non si arrese alle torture.

Qualcosa accadde quella notte. Personalmente ho una mia opinione, ovvero che non c'era la volontà di ucciderlo, ma di farlo parlare. E per farlo parlare (ovvero sentirsi dire ciò che volevano loro) l' hanno minacciato di buttarlo dalla finestra. E magari lo avevano pure inscenato e ci fu la parapiglia. Si, quel fracasso di cui testimonia l'anarchico Valitutti. E poi la tragedia.

Non si spiegherebbe altrimenti il continuo cambio di versioni da parte dei funzionari. Almeno tre versioni diverse.


Giuseppe Pinelli, la notte fra il 15 e il 16 Dicembre, precipitò dalla quella maledetta finestra. Finì su un'aiuola che non riuscì ad attutire il colpo. Lo stesso Calbresi e gli altri (e questo lo confermò anche il giudice D'Ambrosio alla sentenza ) nemmeno si preoccuparono di uscire e vedere come stava. Ci pensarono altri poliziotti a soccorrerlo. Venne portato da un'ambulanza della Croce Bianca. Ma nulla da fare: Pinelli muore senza aver ripreso conoscenza, in una stanza piantonata dalla polizia.

La moglie Licia non fu nemmeno avvertita dalla questura, lo aveva saputo tramite dei giornalisti. E allora chiamò Calabresi direttamente in questura, il quale le rispose: " 'Signora, abbiamo molto da fare"! Credo che Calabresi sicuramente sia stato un buon padre di famiglia, istruito, intelligente e anche sensibile. Sappiamo che fu colui che salvò Mario Capanna da un linciaggio. Ma sappiamo anche che la verità non la disse tutta su cosa accadde quel giorno.  

E chissà, forse qualcosa avrebbe anche detto. 

Ma fu ucciso quel tragico giorno del 17 Maggio del 1972. E c'era un processo in corso.

Continua...








mercoledì 12 dicembre 2012

La Strage di Piazza Fontana (terza parte): l'arresto dell'anarchico Pinelli.

Continua da qui.

Il 12 Dicembre del 1969 era (e lo sarebbe stata) una giornata come le altre per Giuseppe Pinelli.  Di professione faceva il ferroviere,esattamente il caposquadra manovratore. 

Ma era qualcosa di più: era anarchico. E all'epoca, come oggi, professare tale idea e metterla in pratica (la figlia Claudia dice di lui "Per lui l'anarchia era un modo di vivere") equivale ad essere il capro espiatorio perfetto per i crimini del Potere.


D'altronde molti suoi compagni anarchici erano indagati sugli attentati sul treno e quello sulla fiera di Milano; e non importa che dopo qualche anno risultarono estranei ai fatti. Non importa tutto questo perchè le persecuzioni giudiziarie e poliziesche, sulle persone coinvolte, rimangono impresse sul corpo e la mente. A volte finiscono anche di vivere.




Vorrei soffermarmi solo un attimo sul presente. Il sottoscritto (ho 30 anni, quindi siate clementi voi che quei tempi l'avete vissuto sulla vostra pelle) che cerca attraverso la narrazione di riportare i fatti di quegli anni, ha un'unica presunzione: quella di far capire che il passato ci riguarda molto da vicino. I dati sono allarmanti: secondo alcune statistiche i giovani studenti, per il 50 per cento, ignora chi sia Pinelli. E vorrei tralasciare quello sulla strage: pare che solo una piccola percentuale sappia bene di che cosa si tratti.
E spero che non abbiano visto il film di Marco Tullio Giordana, ispirato dal libro di Cucchiarelli, perchè avrebbero idee alquanto distorte dalla realtà dei fatti.

Eppure la storia di Pinelli ci riguarda da vicino. Molti giovani (ma anche meno giovani) obietterebbero che sono storie vecchie perchè parliamo di decine e decine di anni fa. Eppure pochi sanno che ancora oggi molti anarchici finiscono in prigione, da innocenti. Basti pensare alle ultime operazioni giudiziarie di quest'estate. E non parliamo delle innumerevoli morti in carcere. Alcuni suicidi, altre invece omicidi mascherati da suicidi. Altri potrebbero obiettare che quindi pericoli del genere accadano solamente agli anarchici o alle persone impegnate: no, non è vero, può capitare a chiunque. Anche alla persona qualunque che capita in situazioni e posti o momenti sbagliati,oppure essere tirati in ballo da altre persone. Accade, e poi sono tragedie umane vere e proprie. 

Ma soprattutto la Strage di Piazza Fontana e la caduta dalla finestra da quella maledetta stanza della questura,  ha modificato la Storia di ognuno di noi, anche se siamo nati dopo, molto dopo.   Quella strage è stato il segnale che nulla può cambiare senza il visto supremo del Potere. 

Leonardo Sciascia ci insegna che "Un Paese senza memoria è un Paese senza futuro". Forse è da qui che dovremmo noi tutti partire. 

Ma ritorniamo a Pinelli.  Lui ad esempio era uno di quegli uomini che contribuiva al miglioramento di questo maledetto Paese.  Frequentava il circolo anarchico Ponte della Ghisolfa e soprattutto era uno che si adoperava per la rete della "Croce Nera Anarchica". Fu  un'organizzazione che si adoperava per abolire il carcere e per dare assistenza ai prigionieri politici e anche detenuti comuni.  Mi viene pensare da dire che forse servirebbe ancor di più oggi, un' organizzazione (se così la si può chiamare) del genere, visto che "a sinistra" si dimenticano i problemi di un Sistema penitenziario e giudiziario che provoca orrore e prepotenza del Potere. Ma questo è un'altro annoso discorso.

Cosa fece, quel maledetto giorno, Pinelli?  Riassumo brevemente tutto quello che ha fatto, ovvero il suo alibi poi (troppo tardi) riconosciuto come vero dalle future inchieste giudiziarie.

Prima del 12 dicembre fa il turno di notte, per poi smontare alle 6 di mattina. Poi a casa a dormire. Dorme ancora quando, prima di mezzogiorno, viene  Sottosanti. 

Lo riceve la moglie di Pinelli, Licia, che poi andrà a fare la spesa e a prendere le bambine (Silvia e Claudia) a scuola.  Pino si alza e prepara il pranzo per tutti. Alle due esce con Sottosanti, prende il motorino e vanno al solito  bar di via Morgantini.

Sottosanti poi va a ritirare un assegno di 15mila lire che Pinelli gli ha dato per ogni occorrenza, tornerà in Sicilia, da dove era venuto per rendere la sua testimonianza in favore di Pulsinelli (anarchico accusato per gli attentati ai treni, e poi ovviamente scagionato) e Pino si ferma a giocare a carte fino alle cinque-cinque e mezza. Ricordiamo che stiamo parlando del giorno della Strage e la bomba era da poco scoppiata.

Poi va a riscuotere la tredicesima alla stazione di Porta Garibaldi, passa dal circolo anarchico del Ponte della Ghisolfa, dove scambia due chiacchiere e scrive una lettera a un giovane anarchico in carcere. 

Pensate gli scherzi del destino. Aveva scritto la lettera al giovane anarchico Paolo Faccioli, accusato dal Magistrato  Amati per l'attentato della fiera di Milano: lo stesso Magistrato che archiviò in fretta e furia la morte di Pinelli come "accidentale". Immaginate l'obiettività.

Ma per capire ancora meglio chi fosse Pinelli, è meglio leggere la lettera in questione:


Caro Paolo,
rispondo con ritardo alla tua, purtroppo tempo a disposizione per scrivere come vorrei ne ho poco: ma da come ti avrà spiegato tua madre ci vediamo molto spesso e ci teniamo al corrente di tutto. Spero che ora la situazione degli avvocati si sia chiarita.
Vorrei che tu continuassi a lavorare, non per il privilegio che si ottiene, ma per occupare la mente nelle interminabili ore; le ore di studio non ti sono certamente sufficienti [sic!] per riempire la giornata.
Ho invitato i compagni di Trento a tenersi in contatto con quelli di Bolzano per evitare eventuali ripetizioni dei fatti. L’anarchismo non è violenza, la rigettiamo, ma non vogliamo nemmeno subirla: essa è ragionamento e responsabilità e questo lo ammette anche la stampa borghese, ora speriamo che lo comprenda anche la magistratura. Nessuno riesce a comprendere il comportamento dei magistrati nei vostri confronti.
Siccome tua madre non vuole che ti invii soldi, vorrei inviarti libri, libri non politici (che me li renderebbero) così sono a chiederti se hai letto Spoon River, è uno dei classici della poesia americana, per altri libri dovresti dirmi tu i titoli.
Qua fuori cerchiamo di fare del nostro meglio, tutti ti salutano e ti abbracciano, un abbraccio in particolare da me ed un presto vederci
tuo Pino.



Dopo aver scritto la lettera, alle 18 e 40 arriva all'altro circolo anarchico di via Scaldasole dove, insieme al suo compagno Sergio Ardau, viene fermato da Calabresi e la sua pattuglia. Pinelli li segue con il motorino e varcò il quarto piano di un edificio mastodontico: la questura  di via Fatebenefratelli. E' da quegli uffici, tra l'altro, che erano concentrate le indagini sulla strage. Ed è da lì che accadde un'altra tragedia.

Da lì che entra un anarchico innocente, per poi uscire dalla finestra.

Continua...



martedì 11 dicembre 2012

La Strage di Piazza Fontana (seconda parte): il "botto".


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Era quasi Natale. Era il 12 dicembre del 1969. E c'era un edificio,un palazzo che si affaccia su piazza Fontana ove  risiedeva  la Banca nazionale dell'agricoltura. 

Piazza Fontana stava (e si trova ovviamente tuttora) a metà strada tra via Festa del Perdono, caposaldo del movimento studentesco e piazza San Babila, ritrovo dei gruppi giovanili fascisti. E poi, in piazza Fontana, nel '68, ci fu l'occupazione dell'albergo Commercio,proprio di fronte alla banca.
Fu occupato dagli studenti ma anche da una miriade di associazioni. Poi fu sgomberato il 16 agosto 1969.

In via Larga,  ci fu l'incidente che provocò la morte di Annarumma; un giovane celerino. E fu preso come simbolo dai fascisti e in qualche modo fu "la miccia" che fece azionare il detonatore. I reazionari reclamavano qualcosa. E quel qualcosa fu a sua volta la "spinta morale" che portò alla "soluzione finale" da parte degli strateghi della tensione. 

Il Potere, quel meccanismo composto da varie dentellatura, si doveva in qualche modo "auto-conservare".

D'altronde qualche giorno prima della strage, i settimanali "The Observer" e "The Guardian" pubblicarono un documento interno del Servizio segreto greco (ricordiamo che in Grecia si era appena instaurato il regime dei colonnelli) nel quale si parla di una rete militare clandestina in Italia pronta a promuovere un colpo di Stato.

Ma ritorniamo a Milano.

La Banca era una di quelle grandi, aveva quasi trecento dipendenti. Era un venerdì quel maledetto giorno. E c'era un giovane funzionario, Fortunato  Zinni (attualmente sindaco di Bresso) che suo malgrado divenne l'unico testimone della strage. 

Quel giorno si trovava dietro lo sportello delle contrattazioni, ed erano passate da poco le 16 e 30 che lascia lo sportello e salì al piano rialzato quando udì il grande botto (uno solo, che qualcuno lo dica al giornalista Cucchiarelli che manda in giro l'ipotesi della doppia bomba per far riaffiorare quella “pista anarchica” sconfitta dalla storia) e si ritrovò disteso almeno cinque metri più avanti, verso la porta della saletta. E all'istante vide solo un gran buio.

Fortunato Zinni in seguito si adopererà nel seguire tutto l'iter del processo per la strage; ma fu rimasto, come tutti i familiari delle vittime, deluso dall'esito.

E scrisse un libro dal titolo eloquente:" "Piazza. Fontana. Nessuno è Stato"


L'Autorità giudiziaria non ha concluso il suo compito anche se c'è stata la sentenza della Cassazione del 2005 : i famigliari delle vittime di piazza Fontana, con nuovi documenti e dichiarazioni spontanee, hanno diretto alla Procura di Milano una motivata richiesta di riapertura delle indagini.
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Eppure la Procura di Milano non ha in alcun modo risposto alla ri­chiesta dei famigliari: è rimasta muta, non ha mandato alcun segnale di impegno anche se sarebbe costato poco.

La verità storica è chiara: la strage del dicembre '69 doveva essere il detonatore che avrebbe consentito a determinate autorità politiche e militari la proclamazione dello Stato d'emergenza. Per fortuna non c'è stato per merito del Presidente Rumor che stranamente (e per fortuna) non la proclamò, ma accadde altro in compenso e lo capiremo nei prossimi capitoli.

Non fu  l'unica bomba: un'altra fu posta (per fortuna inesplosa) alla Banca commerciale di piazza della Scala.  Quello stesso giorno ne scoppiarono altre tre senza per fortuna provocare altre morti, ma a Roma: una alla Banca nazionale del Lavoro in Via Veneto, una vicina al Sacrario del milite ignoto e un'altra, sempre all'Altare della patria, ma sui gradini che portano al Museo del Risorgimento.



Cinque bombe, ma solo una fece il massacro uccidendo diciassette persone (quattordici sul colpo) e ferendone altre ottantotto. 

Ma avrà l'effetto "collaterale" di provocare la diciottesima morte; ovvero quella di un anarchico ignaro, quel giorno maledetto, di tutto: Giuseppe Pinelli. E questa è una storia tutta da raccontare al prossimo capitolo.

Continua...