martedì 13 marzo 2012

Il "Capitano Schettino" che è in noi.

Leggo con ammirazione un articolo della giornalista Francesca Chirico  qui:

"Un giovane geometra, incaricato di alcuni lavori di manutenzione sulla statale 106 Jonica (detta Statale della morte per via dei numerosi incidenti) in Calabria, riceve visite insistenti, richieste di “contributi” da parte di chi dice di controllare il territorio. Ma ha il coraggio di opporsi. L’ipotesi di finire denunciati non era stata ovviamente neppure messa in conto. E, invece, è stata proprio la ferma opposizione dell’impresa finita nel mirino a condurre al fermo di cinque presunti esponenti dei clan “Ficara-Latella” e “Iamonte”, accusati, a vario titolo, di associazione di stampo mafioso e tentata estorsione aggravata"

Il suo gesto è da monito verso tutti noi che anche nel piccolo, molto spesso, siamo complici di questo meccanismo. Quante volte, anche sul lavoro, chiudiamo un occhio e andiamo avanti perchè"tengo famiglia?". Dite di no? Pochi hanno questo coraggio e non parlo solo delle denunce quando scopriamo qualcosa di losco sul lavoro.  Immaginate i lavori nell'ambiente sanitario ad esempio. Quante volte, visto che si è sotto organico per il "risparmio" del proprio datore di lavoro, si eseguono compiti da soli? E rischiando di mettere in pericolo l'assistito? Quando va bene, si ricevono perfino le congratulazioni. Ma quando va male, la responsabilità è personale. 


Durante i campi di concentramento nazisti, quanti operai sapevano di lavorare in aziende che collaboravano per produrre marchingegni di tortura? Potrebbe sembrare, quest'ultimo, un esempio inappropriato, ma se lo analizziamo a fondo rimane quella linea di congiunzione con la cosiddetta complicità consapevole. Sicuramente dovuta dalla necessità di sopravvivenza che si traduce in un ricatto grazie alla necessità del lavoro.


Eppure qui in Italia, fino al 1994, quanti lavoratori lavoravano nelle fabbriche delle mine anti-uomo? Quelle che se non ammazzano, spappolano le gambe e le prime vittime sono i bambini?

Quindi noi siamo tutti uguali? No, perchè come il geometra che si rifiuta di lavorare con società vicine alla 'ndrangheta, c'è l'operaio che anni or sono si rifiutò di lavorare alla produzione delle mine. 


La nostra coscienza dovrebbe fare i conti con questi esempi.


Quante volte critichiamo sempre gli altri, la politica, i governi, le mafie, tutti al di fuori di noi stessi?  Mi viene in mente la nostra rabbia e disgusto verso il capitano Schettino. Si è giusto indignarci, ma come mai non notiamo che il famoso"inchino" è di routine? I "padroni" lo lasciano  fare di proposito perchè fa "scena"; e di conseguenza pubblicità con la consapevolezza che è rischioso?

E quindi amaramente concludo:  sul lavoro, abbiamo mai avuto il coraggio di guardare lo "Schettino" che è in noi?

1 commento:

Tua madre Ornella ha detto...

Bravo Inka!!

Verissimo quello che descrivi....
Prima di guardare la pagliuzza nell'occhio dell'altro...bisognerebbe vedere la trave nel proprio!!!!
Quanti ad esempio hanno seguito il mio Niki???????????????

Sono miliardi gli "Schettino" intorno a NOI!!!

Un bacio
Ornella