venerdì 29 aprile 2011

Lettera di una incarcerata. L'umanità nell'inferno.

Ho deciso di pubblicare questa lettera inviatami. Ne ho parlato a lungo dei problemi del nostro Sistema Carcerario, anche tramite inchieste e battaglie per rendere giustizia alle morti di tanti ragazzi come quella di Niki Aprile Gatti. Io ho un opinione purtroppo non popolare sulla effettiva necessità del carcere.

Purtroppo viviamo in un Sistema che neanche rispetta la Costituzione, perchè se la rispettasse forse le carceri potrebbero avere una loro utilità. Invece le galere sono proprio funzionali al Sistema: sono delle discariche sociali, luoghi che servono a condannare il recluso( anche se più del 40 per cento dei carcerati sono in attesa di giudizio, quindi innocenti fino a prova contraria) per sempre al di fuori della Società e il più delle volte lo rende recidivo: la cosiddetta"fine pena, mai"!

Travaglio in una intervista alla rivista Vanity Fair dice:"
se rubi, devi andare dritto in galera.". Ecco, sta qui la grande differenza di vedute. Io invece dico:"se rubi, io cerco di capirne il motivo e farò in modo che restituirai ciò che hai rubato". Sembra banale, ma in questa frase è racchiuso tutto il mio pensiero.

La lettera è di una ragazza, e scoprirete quante storie ci sono da raccontare dietro queste "delinquenti". Oppure vittime?



Eccomi qui, dalla mia stanza semibuia, di fronte ad un foglio bianco a provare a raccontarti un po’ di quel “lato umano” della vita carceraria di cui mi avevi chiesto. Non è facile ancora riuscire a parlarne..o meglio..a scriverne serenamente, non a caso scelgo di iniziare omettendo i primi cinque mesi della mia detenzione che di umano hanno avuto ben poco; posso solo accennarti, e poi salto a piè pari l’intero periodo, che i primissimi giorni dal mio arresto che alla fine sono diventati in tutto 35, sono stata rinchiusa in una cella asfissiante, senza vedere la luce del sole, buia e umida, con le pareti incrostate dalle peggio cose che tu possa immaginare e anche per qst maleodorante.


Ancora mi capita di svegliarmi nella notte urlando con la paura di aprire gli occhi e ritrovarmi là dentro. E’ un’immagine, quella, che non riesco a cancellare dalla mente e che non so quanto impiegherò a rimuoverla..forse mai del tutto. Per questo arrivo direttamente al 20 gennaio , premettendoti che dal 5 settembre (l’arresto) mi trovavo in isolamento, quindi senza poter avere alcun contatto con le altre detenute e che dal 23 dicembre avevano (= l’autorità giudiziaria) deciso, come si fa con un pacco postale, di spostarmi dal carcere di Livorno a quello di Civitavecchia..in cui l’unico vantaggio rispetto alla condizione precedente era di avere una cella molto spaziosa luminosa e pulita anche se nel reparto infermeria quindi, d fatto, ancora più isolata.

Dopo che un paio di giorni prima avevo avuto(l’unica) reazione di rabbia contro alcune agenti a causa dello stress (ma non solo) dovuto a quella perdurante condizione di innaturale solitudine, vengo chiamata nell’ufficio dell’Ispettrice (la responsabile della Sezione femminile) la quale mi comunicava che il P.M. aveva deciso di spostarmi in sezione con le detenute comuni ma (attenzione attenzione) categoricamente con straniere che non parlassero l’italiano.

Io la guardai un attimo in silenzio pensando che forse avesse fatto una battuta. Tu non sai che nel carcere di Civitavecchia sono stati convogliati tutti gli arresti che avvengono allo scalo di Fiumicino, sia per un discorso di giurisdizione territorialmente competente, ma soprattutto perché le carceri romane non ce la fanno più ad assorbire le centinaia di persone all’anno, fermate tutte per il medesimo reato, tutte provenienti dal Sud America, al massimo dall’Europa dell’Est e solo in minima percentuale dal Medio Oriente.

Quindi quando io mi sono trovata a passare alla sezione, che era posta al primo piano dell’edificio il che significava vedere il cielo più vicino, su 40 detenute solo 8 erano italiane e tutte già divise in coppie, quindi sarebbe stato comunque altamente improbabile stare con una di loro, ma sinceramente io non vedevo dove e quale fosse il problema (boh forse pensavano di farmi subire l’ennesima cattiveria).

Comunque dopo 5 mesi in solitaria mi ritrovo in una cella 3m x 4m con due ragazze sudamericane, di cui ti ho già parlato qualche giorno fa, a cercare di ritagliare degli spazi già minimi per sistemare i miei effetti personali e prendere posizione nel mio nuovo letto che a definirlo tale ci vuole un grande sforzo d fantasia, quindi decisamente “branda”. Superato il primo step, si trattava di cominciare a comunicare con persone (che per la prima volta dopo del tempo) non fossero delle agenti e che parlavano un’altra lingua.

Diciamo che mi è andata abbastanza bene perché lo spagnolo è comprensibilissimo, e infatti quel periodo mi è servito almeno a rendermelo orecchiabile e capire i dialoghi pur mancandomi (ancora) la parte grammaticale che cercherò di recuperare..non s mai!!!.

Le mie nuove inquiline erano entrambe molto giovani, una addirittura appena 18enne, boliviana, aveva portato alcuni ovuli di cocaina tenendolo nascosto ai familiari che non sapevano affatto che fosse in italia e tanto meno in carcere. Mi fece subito molta tenerezza perché credimi era una bambina che per poche migliaia d euro aveva rischiato la vita, prima della galera, ingerendo quella merda. Spero che abbia capito che la sua vita non vale certo quei due soldi.

L’altra ragazza invece era molto più furba..arrestata per il medesimo motivo, insieme ad una masnada d altri amici (tutti maschi) messicani, portandola in una panciera avvolta intorno alla vita con del nastro isolante. Comunque tutto sommato come prime concelline sono state una piacevole compagnia, mi hanno spiegato come funzionavano gli orari della distribuzione dei pasti (che non toccavo), della socialità, delle pulizie che dovevamo fare, i giorni della spesa, quelli per presentare richieste varie, di quali fossero le assistenti meno severe, insomma tutte le cose essenziali per iniziare la vita da detenuta“comune”.

Con loro sono rimasta circa un mese, e ricordo che la sera dopo le 7 quando finiva la socialità, cioè le due ore in cui è consentito ricevere un paio di detenute d altre celle oppure spostarsi ed essere ospitata, rimanevamo di nuovo noi tre e dato che era quello il momento della giornata in cui era più forte la malinconia e più facile avvertire la tristezza soprattutto dopo che serravano il blindo, che sembrava ti strizzassero il cuore ad ogni mandata, allora cercavamo di parlare o guardare insieme la tv…trasmissioni (tipo il G.F sob!!!!) di cui non mi ero mai interessata, ma che almeno anche loro potevano capire e sulle quali potevamo fare qualche risata, oppure parlavamo dei nostri familiari, e a loro chiedevo soprattutto dei luoghi nei quali vivevano e capivo quanto fosse forte la loro sofferenza per l’enorme distanza che le separava da casa.

Questo è un piccolo assaggio dei miei primi contatti umani in quell’ambiente. Posso dirti che in 10 mesi io non ho incontrato nessuna vera criminale, non ho mai subito da parte di nessuna d loro alcun tipo di violenza fisica o psicologica, nessuna minaccia o intimidazione, ho visto invece tante lacrime e percepito tanto dolore, le pareti di quei posti trasudano di sofferenza persino l’aria che respiri è pregna di quel pessimo odore.

Con questa chiudo la prima parte del mio racconto.




ps La lettera l'ho lasciata così come è. Non ho voluto correggere nulla, scriverla per quella ragazza è stata faticoso e straziante. Si evince proprio da quello!

6 commenti:

Anonimo ha detto...

:)

Tua madre Ornella ha detto...

Inka.....

che infinita.....TRISTEZZA....

I N F I N I T A ...........

Un bacio
Ornella

enrica ha detto...

La penso anch'io come te, Inka. Coloro che commettono reati dovrebbero rimediare al danno commesso e non ci può essere un altro modo di risolvere la cosa. Dall'altra parte, però, ritengo anche che sia indispensabile rimuovere dalla società persone particolarmente violente o pericolose per il resto della società, che sono poi i veri criminali. Ma più che in un carcere, io li metterei su un'isola dove sarebbero liberi di circolare ma dovrebbero pescare, cacciare, cucinare, coltivare se volessero mangiare e dovrebbero costruirsi le proprie case se volessero dormire sotto un tetto etc.
La lettera di questa ragazza fa venire i brividi.In ballo qui non c'è soltanto il tipo di pena che sarebbe più giusta per chi commette reati ma più che altro il dramma di tutti coloro che finiscono in carcere senza aver commesso davvero dei reati o per essere stati semplicemente vittime di altri criminali...
Fai bene a parlarne.

calendula ha detto...

rispetto moltissimo il tuo parere, pur non pensandola esattamente come te, abbiamo punti di incontro ma non tutti collimano, per il resto mi auguro che questa ragazza, trovi presto la sua strada e che esca prestissimo dal carcere, non posso nemmeno immaginare come ci si debba sentire...

Daniele Verzetti, il Rockpoeta® ha detto...

La sensazione é che sia un carcere che é duro con i deboli oltre ad essere incivile e crudele. Chi é ricco e forte in carcere quasi non ci va o se ci va di solito ha trattamenti migliori. Io credo che le ragioni per cui si compiono reatis sono molteplici e tra quelle ci sia anche la semplice voglia di prevaricazione (la razza umana cmq fa del male al suo prossimo) ma cmq ciò non toglie che il carcere dovrebbe non abbassarsi a quei livelli ma essere un sistema di detenzione volto anche al tentativo di rieducare il condannato. In caso di sconfitta e di fallimento del tentativo cmq si dovrebbe avere un trattamento civile del detenuto anche se duro e rigoroso soprattutto per i reati più gravi. Dal tempo in cui é stata in carcer questa ragazza sembra che il reato non sia stato così efferato anche se devo ammettere che il semplice furto di un portafoglio lascia un piccolo trauma in chi lo subisce e che si sente invaso anche nella propria sfera personale ed emotiva (di solito non si tengono solo soldi ma anche numeri di tel bigliettini foto insomma cose personali) e quindi lascia il segno.

Io ritengo che sia un po' difficile tenere a piede libero chi uccide e chi delinque in modo pericolosamente abituale ma questo non deve essere un alibi per creare dei lager invece di istituti di pena che rispettino la dignità dell'individuo sempre

Ciao Inka
Daniele

Anonimo ha detto...

Un abbraccio forte a questa ragazza !
Come ci siamo liberati della necessità dei manicomi, così ci dovremmo liberare della necessità del carcere !! La "prigione" non serve a niente, anzi no, a qualcosa serve: a rendere alla società uomini ancor più cattivi, soli e arrabbiati !!
Per esempio, si potrebbe iniziare con il legalizzare la droga (tutta ! Tanto chi si vuol fare si fa comunque, e chi non si vuol fare, non si fa, neppure dopo !!). Sappiamo tutti a chi serve e a cosa serve il "proibizionismo" !!
I benefici della legalizzazione, invece, sarebbero tanti: le droghe sarebbero controllate e meno pericolose, le carceri sarebbero un po' più vuote, i trafficanti disoccupati ed entrerebbero un po' meno soldi in tasca alle varie "mafie" !!
Per quanto riguarda chi uccide il discorso è un po' più lungo, tuttavia, il trattamento penitenziario dovrebbe essere conforme ad umanità e dovrebbe assicurare il rispetto della dignità della persona, cercando di attuare un trattamento rieducativo che tenda al reinserimento sociale della persona in questione.
Il problema ci riguarda tutti, perché tutti, prima o poi, si potrebbe finire in galera: è facile perdere "il lume della ragione" armarsi di coltello e uccidere qualcuno, molto più facile di quanto pensiamo !! Chi legge in questo momento può pensare: "...no, assolutamente, a me non accadrebbe mai !!". Vi sbagliate....
Chiara del Comitato Verità e Giustizia per Niki Aprile Gatti Regione Toscana.