lunedì 19 maggio 2008

La Realidad

"Ho studiato in qualche università di questo paese, non a Oxford, all'estero, anche se adesso è molto di moda studiare da quelle parti. Ho studiato in un'università messicana, sono arrivato in fondo, il che è già molto, mi sono laureato, ho fatto un corso di specializzazione e sono stato felice per qualche tempo, finchè non mi sono ubriacato, ho preso l'autobus sbagliato e sono finito nella Selva Lacandona. Quando me ne sono reso conto, ormai ero lì, e non ne potevo uscire; questo è successo undici anni fa."

Subcomandante Marcos, in un' intervista.


Quel testa di capra di Pedro mi aveva portato in uno di quegli ostelli della periferia di città Del Messico. Inutile dire che per socializzare con tutti loro ho dovuto bere litri e litri di Tequila, i messicani sono così e io per farmi accettare non ho dovuto fare altrimenti. Avevo esagerato, ero riuscito a superare perfino Pedro che veramente era una belva nel fatto di bere. Inutile dirvi che cominciai a vomitare, mi cominciava a girare la testa da morire e mi addormentai...

Mi svegliai a causa dei sussulti della "Camioneta", Pedro con quel cazzo di sombrero mi ha appena annunciato che mi stava portando nella regione del Chapas. Un sussulto di gioia improvvisa mi scosse il corpo, ma poi l'imbarazzo mi persuase. Pensai che io ero un latitante, un fuggitivo e per di più uno straniero. E se aggiungiamo un quasi alcolizzato, la frittata è fatta! Chi accetterebbe una persona così?

L' autista era un indios, mi sorrise e mi raccontò un po' la sua storia, diceva di appartenere all' EZLN fin dalla famosa rivolta del 1994 a San Cristobal. Mi disse con tono animato: "Se nella tua casa entra qualcuno e comincia a dare gli ordini e a prendersi le tue cose migliori, come puoi restare a guardare senza reagire? Stanno regalando tutte le ricchezze della nostra terra agli speculatori stranieri, hanno svenduto il Messico ai nordamericani, ma adesso anche noi abbiamo un esercito che ci difende, e non saremo così vili da rimanere passivi. Da venti, trent' anni, ciascuno di quelli che si trovano qui ha tentato ogni via pacifica, abbiamo protestato nelle piazze, fatto scioperi della fame, presentato denunce: quando ci è andata bene, la risposta è stata l'indifferenza. Più spesso la repressione. Adesso basta. La sovranità nazionale la difendiamo da soli, e non siamo nè pochi nè così soli. Certo, sappiamo che ci aspettano altre sofferenze. Per molti ci sarà il carcere, e perfino il cimitero. Ma il seme che non muore non dà il frutto. Il seme secca e poi germoglia. Con la sua morte, dà la vita!"


Sentendo le parole di questo uomo già non mi sentii imbarazzato , capì che sarei stato ben accolto. Anche loro sono incarcerati come me!
Raggiungemmo la capitale politica dei zapatisti : La Realidad! Essa è la porta della Selva Lacandona, della Sierra dalle Montagne blu, l'inizio del territorio sconosciuto, la foresta impenetrabile attorno al cuore pulsante della rivolta.
Arrivammo che era notte, e non potete capire che spettacolo questo posto. Non c'è luce elettrica, a La Realidad : miliardi di lucciole sciamano nella vallata, ci ritroviamo a nuotare in un mare di lumicini che invadono ogni spazio. Inutile descrivervi la mia commozione.
Il giorno è un' altra scoperta. Di colpo la vista si apre su una vallata piatta, con un fiume e una gigantesca ceiba secolare al centro, e tante case, capanne, brulicare di vita, andirivieni di Jeep e camionette , cavalli a branchi , bambini ovunque, donne che lavano i panni sui massi. Questa è La Realidad, "la realtà". Qui gli stranieri non sono per niente accolti come estranei. Mi hanno tutti abbracciato, mi hanno tutti dato il benvenuto e parlano anche lo spagnolo. La loro lingua madre è il tojolabal, oppure il tzotzil. La lingua Maya.

Ad un certo punto Pedro mi indicò un uomo con il passamontagna sopra ad un cavallo. Io quasi urlando gli dissi se fosse Marcos, lui si mise a ridere e mi disse che era il Comandate Tacho.
Il comandante mi accolse con un sorriso e mi porse la sua pipa, io accettai la sua offerta. Era un simpaticone, tenero ma duro nello stesso tempo, non volle sapere nulla di me. Al contrario io gli chiesi chi fosse, che grado avesse. Lui con garbo e un perfetto spagnolo mi rispose : " Chi è Tacho? Tacho è un indigeno, un contadino analfabeta. Non ho avuto la fortuna di nascere in una comunità dove ci fosse un maestro. Perciò non ho né la quarta, né la quinta. Però ho imparato a lavorare da molto piccolo. Vivo con la mia famiglia e, da alcuni anni a questa parte, sono diventato il 'Comandante Tacho'. Sono membro del Comitato Clandestino Rivoluzionario Indigeno."

Inutile dire che queste persone, questi discendenti dei Maya che difendono la loro terre, possiedono l'umiltà e la semplicità.
Purtroppo potrò rimanere pochi giorni qui, ma come si può lasciare La Realidad per tornare "nell' irrealtà?" Come farò, mie teste di capra?



9 commenti:

stella ha detto...

Ce la farai eccome,con la grinta che hai!

il Russo ha detto...

Queste righe sono una sorsata di acqua fresca nella gola di un assetato.
Arrivo adesso direttamente dal blog di Maria (l'abbiamo fatta arrabbiare eh? Così ci impariamo a difendere i rom!) e quando ho ritrovato le prime righe di Marcos e "l'autobus sbagliato" ho ripensato alla mia vita.
La fregatura é che ero convinto di salire su una bella Ferrari, invece di punto in bianco mi son ritrovato su una 127 scassata in mezzo al deserto senza un goccio di benzina...
Che merda la vita! Che bella la vita!

SCHIAVI O LIBERI? ha detto...

Almeno tu per un attimo hai ritrovato un po' di umanità. Qua è sempre peggio. Anche se difficile, devi tornare per forza. Abbiamo ancora bisogno di persone come te. Visto che siamo sempre meno. Ciao

Daniele Verzetti, il Rockpoeta ha detto...

Quanti spunti, l'amarezza per le fregature della vita, il racconto di Pedro e la volontà di difesa della loro dignità e dei loro diritti, un luogo davvero unico, e la tua voglia di restare lì e non tornare indietro.

Chissà se data l'ora tarda ho colto l'essenza del tuo post, ma quanto ho scritto è quello che ho sentito mentre lo leggevo.

Fra ha detto...

"È meglio dirsi addio quando si arriva. Così sarà meno doloroso quando ci si dovrà lasciare." (da Racconti per una solitudine insonne)
La mia vita è un autobus preso al volo, a volte la strada è un po tortuosa e il panorama fa un po' schifo ma quando il sole sorge su nuove acque penso che ne sia valsa la pena.
Un saluto Fra

Fiordaliso ha detto...

So che sei un tipo solitario ma sto seriamente pensando di venire da te... Posso?

NADIA ha detto...

hola farai come tutti noi ...tappandoti il naso e lottando per un futuro migliore!!!!!
Hasta siempre!!!!

Anna ha detto...

Ti ho già fatto una dichiarazione d'amore da me :-), quindi devi tornare, e presto....

Carmen Sandiego ha detto...

Ah, non so.
Posso dirti solo che al tuo posto, con la tequila e con il mio stomaco, sarei morta.
:)