venerdì 15 febbraio 2008

Il falso altruismo

Forse, un giorno, quando mi stuferò di scrivere su questo cazzo di computer vi dirò chi sono e cosa ho fatto per meritarmi l'ergastolo. Perchè quando dirò chi sono, sarò riconosciuto dagli sbirri e non mi faranno più uscire dalla cella. Quello che posso dirvi è che la mia cella non è una 4 per 4, è molto spaziosa. Il problema è che è grande abbastanza per contenere 3 persone, noi ne siamo in otto porca troia! Voi mi direte che non è un albergo il carcere! E io vi dico vaffanculo! Andate in giro a predicare la pace, a dire che siete altruisti e poi dite che la prigione non deve essere confortevole! Ipocriti del cazzo! Io sto pagando abbastanza quello che ho fatto! Qui c'è gente che si è beccata l'epatite! Gente che è morta di malattie! Qui c'è la pena di morte e nemmeno ve lo rendete conto! Stronzi! Non potete immaginare quanti politici vengono a far visita in questo carcere, da me non vengono! Perchè? Forse sanno che gliene direi quattro? Tra qualche giorno dovranno rivenire! Mi hanno detto che ad aprile si rivota!C'è sempre un motivo per cui vengono! Ma voi? Non ditemi che fate delle cose sperando di non avere nulla in cambio! Con me non ci dovete provare a fare gli ipocriti! Tutti fanno delle cose sperando di essere gratificati! Io non ho fatto niente nella vita, ho solo preso! Ho fatto male?

43 commenti:

gardiniablue ha detto...

Sai le malattie si beccano anche negli ospedali ... che vuoi farci è la vita. Anche lì c'è un sovraffollamento di persone nei corridoi, sulle barelle, muoiono e nessuno se ne accorge. Tanto, alla fine, anche lì i politici, se dovessero avere problemi hanno la corsia preferenziale :-)
Ciao ciao simpaticone.
G. :-)

Anonimo ha detto...

Ho letto le tue info personali e ho una piccola curiosità: se i secondini controllano, e quindi deduco non si possa fare ciò che fai, come riesci ad eludere la sorveglianza e gestire un blog? 2mila2

Anonimo ha detto...

Ma stronzi, lui si è beccato una pena, che non prevede la tortura o la pena di morte
Chiaro?
1mPHUNit0

Anonimo ha detto...

E lo viene a dire a ter, così iniziano a bloccarli gle visite, a impedirli di ricevere pacchi e a farglene di ogni
Sveglia!
1mPHUNit0

Anonimo ha detto...

impunito: stronzo sarai tu, chiaro?

Anonimo ha detto...

Non mi aspetto certo un racconto circostanziato, ma tutto ciò che viene veicolato in Internet è tracciabile, compreso questo blog.
Svegliati tu. 2mila2

Anonimo ha detto...

mah, ammesso e non concesso che ciò che leggo sia verità userei questo mezzo per comunicare qualcosa di utile e non per offendere chi legge con parolacce di ogni genere.
Ammesso e non concesso che stai li da 40 anni, se sei ancora tanto violento è meglio tu sia rinchiuso. Ne abbiamo già abbastanza di gente violenta che ci fa vivere come non vorremmo.

Anonimo ha detto...

Tutti anonimi e nessuno che ha il coraggio di firmarsi. Come mai? Cosa temete? Visto che siamo tutti rintracciabili, in internet, perchè non firmarsi? L'ironia sapete cos'è?
Anonima come voi, anche se io sono gardiniablue :-)
ciao ciao

Anonimo ha detto...

sei un tantino ingenua tu eh?

Anonimo ha detto...

l'ironia è cosa diversa dal turpiloquio. 2mila2

Anonimo ha detto...

mi viene un dubbio. Giardiniablue il blog è tuo? 2mila2

Anonimo ha detto...

"E' evidente che c'è una contraddizione tra Internet, che è un luogo di libertà, e il carcere che è l'opposto. Ma la contraddizione può essere risolta dal fatto che offrendo Internet ai detenuti sarebbero reclusi pur potendo uscire, una specie di libertà virtuale". Franco Corleone, sottosegretario alla Giustizia, è attratto dall'idea di mettere in comunicazione in qualche modo i detenuti e la Rete. Ma si rende conto che le difficoltà e i problemi di sicurezza legati a questa ipotesi sono tanti e non tutti risolvibili nell'immediato.

In una situazione carceraria con priorità che vanno dal sovraffollamento (quasi 54 mila detenuti), ai suicidi (59 nel '99), tossicodipendenza (15 mila), agli affetti da Hiv (1.500), quello di Internet potrebbe sembrare un problema secondario. Non è così. Perché accanto alle emergenze strutturali, il governo ha messo in agenda lo studio dell'introduzione di Internet nelle carceri.

"Il fenomeno dei giornali online a cui collaborano i detenuti - dice ancora Corleone - è solo uno degli esempi di come il carcere sia un luogo anche di sperimentazione". E non è un caso dunque che si parli di Internet come strumento connesso alla riabilitazione. "Quello che già oggi molti detenuti fanno è seguire corsi di alfabetizzazione informatica, ma certo Internet è un altra cosa", aggiunge il sottosegretario. Fare accedere un detenuto alla Rete comporta problemi legati alla sicurezza e occorre studiare come procedere".

E al Dap, il Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria diretto da Gian Carlo Caselli, da un paio di mesi è attiva una task force di una decina di persone che sta appunto studiando. E lo studio sembra a buon punto. Il progetto a cui stanno lavorando gli uomini del Dap doveva partire entro febbraio. E' slittato di un mese. Il progetto consiste nel rispondere a lla seguente domanda: come è possibile permettere a un detenuto di raggiungere quella "libertà virtuale" di cui parla Corleone? Francesco Patrone è uno degli uomini che sta lavorando al progetto. "Abbiamo in mente due linee di intervento - rispnde - La prima è quella di utilizzare un collegamento mirroring, cioè specchiato".

Il mirroring, spiega Patrone, consiste nel collegarsi ad alcuni siti scelti in precedenza, scaricarne le pagine, scollegarsi e solo in quel momento permettere ai detenuti di navigare. Una specie di navigazione in differita. La seconda è quella di consentire la navigazione solo in certi siti predefiniti. "Ma questa soluzione è più problematica perché ogni sito rimanda ad altri e c'è il rischio di non riuscire a controllare la navigazione".

I detenuti accederebbero alla Rete in locali appositi - sono previsti eperimenti in quattro o cinque strutture - sorvegliati da esperti informatici. "Ma ci sarebbero altri problemi legati alla sicurezza - sottolinea ancora l'esperto del Dap - Per esempio quello di eventuali messaggi nascosti in una pagina Web". E per la posta elettronica? "Quello - dice Patrone - presenta qualche problema in più. Ci stiamo lavorando".

Anonimo ha detto...

Attualmente in carcere è vietato qualsiasi accesso ad Internet, è consentito disporre di PC portatili, ma solo come strumenti applicativi.
La motivazione è che la possibilità di connessione favorirebbe la comunicazione con l'esterno per scopi illeciti.

Premesso che capiamo la cautela per casi eccezionali (i soliti boss mafiosi e terroristi di Al Quaida), non si capisce perché tale precauzione debba essere estesa a tutti indisciminatamente, anche a chi non si trova in regimi detentivi con particolari esigenze di sicurezza. Qual è la vostra opinione a riguardo?

E poi: carcere ed Internet rappresentano due opposti: massimo dell'isolamento contro massimo della comunicazione.
La comunicazione è sempre auspicabile: non nutrite anche voi il sospetto che tali divieti in realtà tendano a conservare l'opacità dell'istituzione carcere?
Qualcuno di voi di "rete" se ne intende; che cosa proporreste alle Istituzioni?

Anonimo ha detto...

L'ergastolo, chiamato comunemente "carcere a vita", è la massima pena prevista nell'ordinamento giuridico italiano. Deriva il suo nome dal tipo di istituto di reclusione nel quale si scontavano le condanne, classificate nel gergo burocratico carcerario con la espressiva locuzione "fine pena: mai".

Nell'ordinamento italiano l'ergastolo è previsto per alcuni delitti contro la personalità dello Stato, contro l'incolumità pubblica e contro la vita cui si aggiungono i reati per cui era prevista la pena di morte (che è sostituita dall'ergastolo ex D. lgs. lgt 10/08/44 n.224). L'ergastolo è altresì previsto quando concorrono più delitti per ciascuno dei quali è prevista la pena non inferiore a 24 anni (art. 73 co. 2 c.p.).

La pena dell'ergastolo è perpetua ed è scontata in uno degli stabilimenti a ciò destinati, con l'obbligo del lavoro e con l'isolamento notturno. Il condannato all'ergastolo può essere ammesso al lavoro all'aperto (art. 22 c.p.). Tuttavia, il carattere di perpetuità di tale pena è mitigato dalla possibilità concessa al condannato di essere ammesso alla libertà condizionale dopo avere scontato 26 anni, qualora ne venga ritenuto attendibilmente provato il ravvedimento. Tale limite è ulteriormente eroso dalle riduzioni previste per la buona condotta del reo, grazie alle quali vengono eliminati 45 giorni ogni sei mesi di reclusione subiti. D'altro canto la riforma penitenziaria del 1987, attraverso le previsioni degli artt. 30 ter co. 4 lett. d) e 50 co. 5 ord. penit., ha contribuito a rimodellare i contenuti dell'ergastolo anche al di là dei profili che attengono alla liberazione condizionale: ha consentito infatti che il condannato all'ergastolo possa essere ammesso, dopo l'espiazione di almeno 10 anni di pena, ai permessi premio, nonché, dopo 20 anni, alla semilibertà.

Il carattere teoricamente perpetuo della condanna pone gravi problemi di compatibilità con l'art. 27 comma 2 della Costituzione - "Le pene [...] devono tendere alla rieducazione del condannato" - ripetutamente poste all'attenzione della Corte Costituzionale che le ha sempre respinte sull'assunto che "funzione e fine della pena non sia solo il riadattamento dei delinquenti" e che la pena dell'ergastolo, come si è detto sopra, "non riveste più i caratteri della perpetuità".

Grazie all'intervento della Corte Costituzionale, tale pena è stata esclusa per i minori imputabili perché incompatibile con la finalità rieducativa del minore alla quale devono tendere le pene previste per i minori di età.

Nella Roma antica, il termine indicava propriamente un campo di lavoro al quale venivano destinati gli schiavi puniti, che praticamente non erano destinati ad uscirne. Tra gli ergastoli italiani più noti, il dismesso ergastolo sull'isola di Santo Stefano, in vicinanza di Ventotene.

Anonimo ha detto...

Ergastolo

pubblicato sulla rivista greca "Convoy", luglio '87

Considerazioni generali

L'ergastolo, in generale, non è altro che una forma di pena di morte, la cui esecuzione viene delegata alla natura, coadiuvata, quest'ultima, dagli specifici effetti letali della reclusione, che, nel caso, assume la funzione di un patibolo o una sedia elettrica a effetto ritardato. Nella pratica dei paesi considerati più civili, in quasi tutti i casi di condanna a morte mediante l'ergastolo è prevista la possibilità della concessione della grazia (ovvero il ritorno al mondo extracarcerario) al sopravissuto, di solito dopo un periodo superiore ai dieci anni, quando il "beneficiario", ormai, è ridotto in uno stato di debilitazione totale. E questo in considerazione del fatto che gli effetti debilitanti della reclusione sono tali che, dopo dieci anni di carcerazione senza alcun contatto con il mondo esterno, qualsiasi soggetto medio può essere considerato sostanzialmente un vegetale (naturalmente ci sono delle eccezioni, soprattutto nel caso di detenuti politici o appartenenti a grandi organizzazioni criminali, che ben di rado perdono completamente il contatto con il mondo esterno).

Concedendo la grazia dopo dieci-vent'anni di reclusione, si intende dimostrare che l'ergastolo non equivale alla condanna a una "morte psichica". E visto che la morte psichica, comunque, è meno grave della morte fisica, l'ergastolo può apparire "migliore" della pena di morte (per non dire che in caso di ergastolo è sempre possibile un tentativo di evasione).

L'ergastolo non ha carattere retributivo

La tesi secondo cui la pena corrisponde alla colpa (nel senso che la prima è maggiore o minore a seconda di quanto è grande o piccola la seconda), per cui, una volta "scontata la pena" o "pagato il proprio debito alla società", il condannato ritorna "purificato" alla vita extracarceraria, non si può ovviamente applicare al caso dell'ergastolo (o della pena di morte): non ha senso attendersi il ritorno al mondo extracarcerario di un soggetto fisicamente o psichicamente morto. Le varianti di questa tesi sono infinite e, sostanzialmente, si equivalgono tutte: oggi è di moda soprattutto quella della reintegrazione del reo nella società mediante un trattamento correzionale individualizzato. Ma quello che questa formula non prende in considerazione è il fatto che, essendo la società una società di scontri e di contrapposizioni, la forma propria della reintegrazione nella società non può essere altro che l'educazione allo scontro e, di conseguenza, la forma base di trattamento correzionale individualizzato è l'apprendimento dell'insurrezione.

La pena dell'ergastolo, in ultima analisi, non ha nulla in comune con le teorie "moderne" della pena, salvo la loro ipocrisia.

Cosa significa l'ergastolo?

L'ergastolo — come la pena di morte — rappresenta il momento in cui la contradditorietà della realtà sociale viene risolta tramite il meccanismo della decisione giudiziaria. Tale risoluzione si fonda, grosso modo, sul sofisma per cui, di fronte a una minaccia rivolta alla coesione sociale (che è in sé supposta, cioè prodotta ideologicamente), la società deve ristabilire questa sua coesione ipotizzata (come a dire ideologica, nel senso negativo del termine, cioè mitica) mediante uno specifico atto concreto — l'eliminazione di un essere umano — attorno a cui ricomporsi.

Da questo punto di vista, pena di morte ed ergastolo non differiscono in nulla dall'antica pratica dell'uccisione rituale del "capro espiatorio". Con la sola differenza che in questo caso il "capro" è un uomo.

È evidente che, alla luce di questa logica, il problema delle responsabilità del "capro", intese come espressione individuale di una turbativa della (supposta) coesione sociale, non merita neanche di essere discusso. Per lo stesso motivo se ne prescinde del tutto quando la morte (fisica o psichica) viene inflitta in una situazione di guerra, cioè quando il fine è quello di distruggere delle forze nemiche, interne o esterne.

Ombre sul regime della prova penale

Anche a prescindere dalla contraddizione rappresentata dal problema della responsabilità personale nel caso di una pena, come l'ergastolo, che non ha carattere retributivo, un'altra considerazione, che riguarda sempre l'ergastolo e la pena di morte, proietta nuove ombre sul regime, già in sé oscuro, della prova penale.

Un condannato a qualsivoglia pena, una volta scontata la pena stessa, può sempre rivolgersi alla società per rivendicare la propria innocenza e denunciare l'ingiustizia di cui è stato oggetto. Da qui la necessità che le prove siano "indiscutibili", cioè che non siano contestabili dal condannato.

Questo non è evidentemente possibile nel caso dell'ergastolo e della pena di morte, visto che chi è fisicamente o psichicamente morto non può rivendicare alcunché. E questa è l'ombra cui abbiamo alluso: la colpevolezza di chi è fisicamente o psichicamente morto non può neanche essere messa in discussione. Naturalmente ci sono delle eccezioni, che riguardano, per esempio, chi lascia degli eredi materiali o spirituali. Comunque, perché fosse "riaperto" il caso di Gian Giacomo Mora, il povero barbiere milanese che nel XVII secolo fu squartato vivo, ci sono voluti due secoli e un grande scrittore (Alessandro Manzoni) deciso a descrivere un caso esemplare. Oggi, macabra espiazione di un'espiazione, la via in cui egli aveva la sua bottega porta il suo nome.

Naturalmente quest'ombra si proietta anche sulle pene a scadenza determinata. In effetti, qualsiasi pena a scadenza determinata comporta il rischio, esplicito o implicito, di trasformarsi, nel corso della vita del condannato, in una pena di morte fisica o psichica, riducendo il condannato a un "tipo" caratterizzato una volta per tutte da un comportamento antisociale.

In definitiva, quello che finisce per risultare anomalo e deformato è il carattere stesso della prova penale, nel senso che nella maggior parte dei casi l'accusato ha tutto l'interesse ad accettare (sia pur in assenza di elementi probatori indiscutibili) una pena a scadenza determinata, che significa la liberazione (sia pur provvisoria) dal temibile ruolo di "capro espiatorio" di una colpa sociale che comporta la morte fisica o psichica, perché diversamente correrebbe il rischio di essere stigmatizzato irrevocabilmente come individuo antisociale.

La macchina penale, che opera sempre con l'obiettivo finale di costruire il "capro espiatorio", costruisce nel corso della procedura anche le varie articolazioni corrispondenti.

Stando così le cose, è ovvio che le ombre di cui abbiamo parlato si proiettino sul meccanismo della prova in generale. Ad essere posto in discussione dall'evidente contestabilità della pena di morte e dell'ergastolo è il diritto penale nel suo complesso.

Con una sola eccezione

L'eccezione. Nel caso in cui si verifica un uso "militare" del diritto penale, quando, cioè, il diritto penale si trasforma in un meccanismo di eliminazione del nemico (in questo caso interno), quando opera al fine di diminuire le forze dell'avversario e di aumentare le proprie. Allora, e solo allora, non sussiste alcuna contraddizione. In questo caso, anche il regime della prova penale si salva: in effetti, uccidere un amico invece che un nemico sarebbe un errore imperdonabile.

Ma naturalmente l'eliminazione della contraddizione si paga al prezzo di identificare l'intero diritto penale con una sorta di legge marziale interna. Conclusione cui ben difficilmente accederebbero giudici e politici.

Noi, al contrario, abbiamo tutte le ragioni per accettarla. Non avremmo nulla in contrario, in effetti, se le nostre pene fossero motivate con la necessità di distruggere il nemico interno. Troveremmo più facilmente i modi in cui rispondere.

Chi vuole l'ergastolo e chi no

Ci sono due possibilità: chi vuole l'ergastolo può aderire, con maggiore o minor convinzione, all'ideologia del "capro espiatorio", per cui la condanna a morte fisica o psichica ha un'importanza soprattutto rituale e di conseguenza il problema della colpevolezza o meno dell'imputato è, in definitiva, privo di significato; oppure può adottare esplicitamente la teoria dell'eliminazione del nemico interno, come a dire la teoria del terrorismo di stato.

Noi siamo contrari alla pena di morte, siamo contrari all'ergastolo, innanzitutto perché, non essendo ancora ridotti a una condizione di vegetali, ne siamo le vittime potenziali, e in secondo luogo perché la questione della pena di morte e dell'ergastolo ci consente di scoprire quali siano in realtà i fondamenti dell'assurda pretesa di punire da parte dei detentori del potere.

Anche se a essere accusati fossero dei delinquenti fascisti, non saremmo certo noi a chiedere la pena di morte o dell'ergastolo ai tribunali della Repubblica. Il popolo conosce ben altri tribunali, conosce un'altra giustizia...

Logicamente, per qualcuno varrà l'equivalenza "ergastolo ai delinquenti fascisti/ergastolo al Russo", come se accettare la punizione da parte del Potere nel primo caso obbligasse ad accettarla anche nel secondo.

Per noi, invece, no.

NOTE

1 Una serie di rivolte carcerarie e l'arresto di un detenuto evaso che cercava di far evadere un detenuto ergastolano danno avvio a un dibattito sulle condizioni detentive, sull'ergastolo e sui diritti dei prigionieri. Si noti che la posizione della sinistra greca sull'ergastolo era resa complessa dal fatto che la sua abolizione avrebbe comportato la liberazione dei membri della dittatura militare. Il testo è stato tradotto dal greco [n.d.r.].

indice

Anonimo ha detto...

L'ergastolo � una "pena simbolica"? oppure no?
(La testimonianza di un ex ergastolano)

Il giorno nel quale presi coscienza del significato di una condanna all'ergastolo fu quello della sentenza al processo per il delitto del Circeo. Avevo poco pi� di dieci anni ed i giovani pariolini, sprezzanti davanti alle telecamere, circa il doppio.
Rimasi sbigottito pensando che si potesse entrare in carcere a quell'et� e non uscirne mai pi�: immaginai una voragine nella quale cadi e continui a cadere, senza arrivare mai al fondo. Ero soltanto un bambino, suggestionabile ed anche un po' visionario.
Il tempo pass� in fretta ed un giorno tocc� a me di diventare ergastolano: non fu una grossa sorpresa in quanto i compagni del carcere mi avevano gradualmente abituato all'idea durante la lunga custodia preventiva.
All'inizio il "pronostico" oscillava tra i quindici ed i venti anni ma, con il passare dei mesi, si spost� inesorabilmente verso l'alto lasciando un ridottissimo margine di dubbio sull'esito del processo che, forse, se avessi conosciuto meglio i meccanismi della giustizia, sarebbe andato diversamente.
Successe che presi in simpatia il P.M.: mi parlava con toni paterni, pi� che da inquisitore, e nei suoi occhi mi sembr� di scorgere una luce di umanit� ed intelligenza. Risposi alle sue domande con il cuore in mano e raccontai in ogni particolare ci� che avevo fatto, senza cercare scusanti.
Alla fine mi parve soddisfatto ma ebbi subito la sensazione di avere sbagliato accorgendomi che l'avvocato, presente per pura formalit� all'interrogatorio, fissava un punto indefinito oltre le sbarre della finestra.
A questo episodio segu� la lunga parentesi del ricovero all'ospedale psichiatrico e potei riferirne ad "uno" pratico soltanto dopo sei mesi. L'esperto altri non era che il mio primo compagno di cella, un mago (iscritto all'albo), specializzato nella preparazione di pozioni "miracolose" a base di eroina. Si chiamava Salvatore e la sapeva "molto" lunga.
Come gli dissi della confessione davanti al pubblico ministero sugger� di farmi passare per matto, aggiungendo che non avrei fatto troppa fatica. Dall'ospedale psichiatrico ero appena uscito e, piuttosto di doverci tornare, avrei sottoscritto qualsiasi condanna, perci� non gli diedi ascolto.
Al processo ero quasi rassegnato ed il solo spiraglio di speranza lo lasciavo aperto per non addolorare ulteriormente i miei familiari. Per�, quando la giuria entr� in aula per pronunciare la sentenza, compresi al volo quale sarebbe stata. I giudici popolari tenevano gli occhi bassi, erano visibilmente dispiaciuti della decisione che avevano preso.
Fui sicuro, in quel momento, che mi avevano giudicato con obiettivit�, che erano stati "costretti" a decretare l'ergastolo. La legge � fin troppo chiara al riguardo ed in presenza di determinate aggravanti la pena prevista per l'omicidio � "solo" e "soltanto" quella.
Nonostante queste consolanti certezze le loro parole mi colpirono come una mazzata e, se non fosse stato per i Carabinieri che mi tenevano sottobraccio, sarei crollato a terra.
L'avvocato venne a farmi le condoglianze, seguito da alcuni cronisti della stampa locale seriamente dispiaciuti che il processo fosse terminato; i rispettivi giornali avrebbero fatalmente registrato una diminuzione delle vendite!
Tornato al carcere mi accorsi che i compagni e gli agenti si comportavano stranamente: evitavano con cura di fare riferimenti alla condanna, erano premurosi, avevano verso di me lo stesso rispetto che si usa per i morti. La conferma che "morto" lo ero veramente l'ebbi quando i parenti smisero di venirmi a trovare. A Bergamo, comunque, dovevo rimanere ancora per poco. Il Ministero mi spost� in un istituto "speciale", in considerazione della delicatezza della situazione in cui versavo: fisiologicamente vivo, civilmente morto.
Il trasferimento fu un gran bene: arrivai in un carcere dove l'essere condannati all'ergastolo era la normale condizione ed altrettanto normali erano, di conseguenza, i rapporti tra detenuti e con gli agenti. Riassaporai il piacere di essere sfottuto amichevolmente, contestato e sgridato, perfino minacciato di punizione.
Se potevano punirmi significava che qualche privilegio l'avevo ancora, altrimenti non avrebbero avuto nulla da togliermi!
La punizione consisteva nell'essere rinchiusi al "reparto caldaie": tre celle, seminterrate, semibuie anche in pieno giorno, spoglie di tutto. Sapevi quando entravi ma non "se" e "quando" saresti uscito, a dispetto di tutti le norme ed i regolamenti.
Due compagni, un siciliano ed un veneto, erano in isolamento da una decina di anni, erano passati dall'articolo *90 al 41bis senza rendersene nemmeno conto.
Si era cercato, a pi� riprese, di riportarli nella sezione comune e ogni volta il tentativo era fallito: oramai inselvatichiti dalla solitudine finivano per attaccare briga alla prima occasione e, regolarmente, il diverbio degenerava in rissa, a suon di sgabellate, colpi di lametta ed, infine, manganellate "istituzionali".
Cos�, l'istituzione, e tutti gli "esperti" che si erano occupati di loro, non sapeva proporre altra soluzione se non il rispedirli alle "caldaie", in attesa che la vecchiaia li rendesse inoffensivi.
Tra noi, che pure eravamo condannati a vita, parlavamo di loro sottovoce, con il sacro rispetto dovuto ai martiri o, ancora, ai morti: sapevamo di poter uscire, prima o poi, grazie alla buona condotta ed alla legge Gozzini e ci sentivamo gi� fuori, paragonandoci a chi stava senz'altro peggio di noi.
Ancora oggi l'ergastolo, in gergo, � definito con un delicato termine allegorico: erba; ad indicare quella sotto cui sarai steso prima che la pena sia terminata! A Porto Azzurro, vicino alla Casa di Reclusione, c'� un cimitero dalle lapidi senza nome dove finiscono i corpi dei detenuti di cui nessuno ha reclamato la restituzione.
Da parecchio tempo non vengono aggiunte nuove lapidi, segno che le cose sono cambiate anche per gli ergastolani, tuttavia non si creda che 20 o 30 anni di pena temporanea siano facili da terminare. Bisogna imparare dai vecchi galeotti, veri maestri di saggezza, per sopravvivere tanto a lungo senza "scoppiare". Ogni sfogo a cui ti lasci andare contribuisce ad allungarti la pena, perci� � essenziale imparare a controllarsi, a non reagire alle provocazioni, ed educarsi alla pazienza ed all'umilt�.
I primi cinque anni sono senza dubbio i peggiori: in testa hai troppi pensieri "di fuori", ricordi e rimpianti che ti impediscono di trovare alcunch� di positivo nella vita in carcere. In seguito, ognuno secondo i suoi tempi, riesce ad integrarsi con l'istituzione organizzandosi una discreta vita sociale, che sostituisce "abbastanza" efficacemente quella esterna venuta a mancare.
Poi arriva il momento nel quale puoi ragionevolmente aspettarti di avere un permesso. Cominci a spedire richieste e solleciti ai magistrati che, di solito, ti tengono sulle spine: rimandano la decisione da un mese all'altro, rispondono che necessiti di ulteriore trattamento, che non sei affidabile, intanto passano gli anni e ti ritrovi ossessionato dall'idea di un futuro privo di senso.
A quanti invocano la certezza della pena vorrei far comprendere che la semilibert� e le altre misure alternative della detenzione sono una pena: anche se esci dal carcere dipendi in tutto dalla istituzione, che ti controlla, sceglie per te, gestisce i tuoi guadagni. Venti anni di pena, rimangono venti; l'ergastolo rimane ergastolo.
Che cosa debba essere la pena (al di l� della sua funzione preventiva): questo dobbiamo chiederci. Ripagare con la stessa moneta chi ha provocato danno e sofferenza? Punizione esemplare, da usare a scopo pedagogico? Se la pensiamo cos� l'ergastolo ci appare un provvedimento legittimo ed anzi suggerito dalla clemenza: invece di condannare a morte un assassino ci limitiamo a privarlo dei diritti e della identit� sociale, ne facciamo uno schiavo moderno, un oggetto di pubblica propriet�, di cui servirsi, da collocare e spostare a piacimento, su cui effettuare osservazioni ed esperimenti.
L'altra via, quella di riconoscere in ogni caso dignit� sociale al condannato, comporta tanti rischi e, non ultimo, quello di doversi mettere in discussione continuamente, di vedere le proprie certezze sgretolarsi, le proprie convinzioni vacillare.
Abolita la pena di morte, umanizzate le carceri con la riforma del '75, introdotti i permessi premio con la legge Gozzini nell'86, ora sembra che tocchi all'ergastolo di cadere vittima della voglia di civilt� che, nonostante tutto, riesce ad avere la meglio sulla tentazione di imbarbarimento dei costumi, alimentata dalla violenza e dalle contraddizioni della societ� contemporanea.
Qualcuno sostiene che l'abolizione dell'ergastolo ha un significato puramente simbolico in quanto gi� ora i condannati all'ergastolo ritornano in libert� dopo aver scontato un certo numero di anni. Sostituirlo� con una pena "speciale" di 30 o 32 anni cambierebbe ben poco, nella pratica burocratica.
La differenza l'apprezzerebbero invece i condannati, per i quali � molto importante avere un traguardo certo, una data, una scadenza, una fine della pena: vorrebbe dire poter contare i giorni e fare dei progetti, vivere consapevolmente il tempo che passa.
Quando sei ergastolano eviti di pensare al futuro.. correresti il rischio di impazzire! Vivi alla giornata, dentro di te cresce l'indifferenza e lo scetticismo, finisci con il preoccuparti esclusivamente dei tuoi bisogni elementari fregandotene del mondo: tu sei la vittima e la Societ� � il tuo carnefice.��
Per avere voglia di riscattarti devi poter credere in un ritorno alla vita esterna: solo allora riesci a pensare agli altri, cominciando dalle persone che hanno sofferto (e soffrono) a causa tua. Il tuo bisogno maggiore diventa quello di essere perdonato.
Anche se non ti senti in diritto di chiedere perdono fai di tutto per guadagnartelo, con la disponibilit�, la fatica, l'umilt�; non hai modo di rimediare al male che hai fatto ma almeno cerchi di fare tutto il bene possibile.
Quando arrivi a pensarla in questo modo sei, finalmente, un uomo da cui la collettivit� pu� ragionevolmente aspettarsi di ricevere un contributo valido, con il quale stabilire un rapporto basato sulla correttezza: un uomo di cui non pu� fare a meno.�� �

* Articoli del Regolamento Penitenziario che prevedono il carcere duro: il primo in vigore fino al 1991; il secondo introdotto dalla legge Scotti - Martelli. � �

Francesco

Fonte: pubblicato sul sito web del Centro Studi Due Palazzi di Padova

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Anonimo ha detto...

Aprile 2004

Free Opera: in goal con la palla al piede

Ieri, presso il campo di calcio della casa di reclusione Milano Opera, si è disputato il derby del campionato federale di 3a categoria tra le Frecce Azzurre e il Free Opera. La squadra ospite, per volontà del direttore dell'Istituto milanese Alberto Fragomeni e grazie all'assenso del Ministero della Giustizia è l'unica squadra di calcio in Europa composta esclusivamente da detenuti ad essere regolarmente iscritta ad un campionato ufficiale della FIGC. Come nel film Quella sporca ultima meta di R. Aldrich i reclusi affrontano gli agenti in una partita di calcio, dove in palio non vi è solo la vittoria ma la conquista di una momentanea normalità che allontana l'ombra delle sbarre. Per la cronaca il derby carcerario è finito 4-0 a favore dei detenuti, lanciatissimi verso il salto di categoria.



Ultime notizie

Anonimo ha detto...

Breve storia attraverso le norme
La salute in carcere

La presenza di personale sanitario negli istituti penitenziari è originariamente stabilita dal Regolamento per gli istituti di prevenzione e pena del 1931 che prevede un medico all’interno di ogni istituto penitenziario. Ad esso farà seguito la legge n. 740/1970, sul rapporto di lavoro del personale sanitario negli istituti penitenziari non inserito nei ruoli organici dell’amministrazione penitenziaria.

Nel 1931 non esisteva un unico organismo pubblico preposto alla tutela della salute dei cittadini ed è perciò che al ministero della Giustizia spettava la cura della salute dei detenuti. Una concezione unitaria dell’attività sanitaria si afferma solo nel 1958 con l’istituzione del ministero della Salute e poi con la legge n. 833 nel 1978, del Sistema sanitario nazionale, ma la competenza del ministero della Giustizia non subisce modifiche anzi è riaffermata ancora nel 1987 con parere del Consiglio di Stato.

L’organizzazione di presidi sanitari negli istituti di pena è intervenuta invece per la prima volta grazie alla legge 26 luglio 1975, n. 354, “Ordinamento penitenziario” (ord. penit.), che nell’art. 11 prevede in ogni struttura la presenza di servizi sanitari adeguati alle esigenze della popolazione detenuta, nonché di specialisti in psichiatria senza però indicarne i criteri.

Il dibattito, tuttora in corso, sulla Sanità penitenziaria inizia con la progressiva crescita della domanda di salute nella popolazione detenuta, con l’approvazione della legge di riordino del Sistema sanitario nazionale, n. 419\1998, e i relativi dlgs di attuazione, n. 230\1999 e n. 433\2000, e, a partire dal 2000, con le riduzioni degli stanziamenti destinati ai presidi sanitari penitenziari.

Il comma 10 dell’art. 11 legge 354/75, ord. penit. stabilisce che l’Amministrazione Penitenziaria, per l’organizzazione e per il funzionamento dei servizi sanitari, può avvalersi della collaborazione dei servizi pubblici sanitari locali, ospedalieri ed extraospedalieri, d’intesa con la regione e secondo gli indirizzi del ministero della sanità.

Con l’entrata in vigore della legge 833 del 1978, si è posta la seguente questione: il servizio sanitario penitenziario, in base ai principi affermati dalla legge istitutiva del servizio sanitario nazionale, attuativa del precetto costituzionale, può ancora configurarsi come struttura autonoma o dove ritenersi inglobato in quello nazionale?

Il Consiglio di Stato, investito della questione, ha stabilito che, in assenza di precisazioni normative, l’istituzione del Servizio Sanitario Nazionale non ha comportato l’assorbimento in esso dell’assistenza sanitaria ai detenuti, né, quindi, la competenza esclusiva delle UU.SS.LL. ad organizzarla e svolgerla, in quanto la disciplina relativa all’assistenza sanitaria per coloro che si trovano in condizioni privative di libertà ha carattere di specialità in relazione all’esigenza di contemperare le modalità del trattamento sanitario con le esigenze di sicurezza.

Nel 1998 l’argomento è stato ulteriormente approfondito in sede parlamentare, nell’ambito della discussione della legge delega 419 di riforma del Servizio Sanitario Nazionale.

L’articolo 5 della legge 419/1998 delegava il Governo ad emanare entro sei mesi uno o più decreti legislativi di riordino della medicina penitenziaria, mediante forme progressive di inserimento, all’interno del Servizio Sanitario Nazionale di personale e di strutture sanitarie dell’Amministrazione penitenziaria mediante il trasferimento al Fondo Sanitario Nazionale delle risorse finanziarie iscritte nello stato di previsione del ministero della giustizia senza ulteriori oneri a carico del bilancio dello Stato, con opportune sperimentazioni di modelli organizzativi, anche eventualmente differenziati, in relazione alle esigenze e alle realtà del territorio.

Con il decreto legislativo n. 230/1999 è iniziata l’attuazione della riforma per il settore penitenziario che è attualmente ancora in corso.

Il decreto, che si articola in nove sezioni ha l’obiettivo generale di garantire alle persone detenute prestazioni analoghe a quelli dei cittadini in stato di libertà.

In particolare, nell’art. 1 si stabilisce che tutti i detenuti conservano l’iscrizione al Servizio Sanitario Nazionale per tutte le forme di assistenza, compresa quella medico generica; che sono iscritti al S.S.N. gli stranieri per il periodo strettamente legato alla detenzione, a prescindere dal regolare titolo di permesso di soggiorno in Italia e che, i detenuti sono esentati dalla partecipazione alla spesa per le prestazioni sanitarie erogate dal Servizio Sanitario Nazionale.

Il Decreto individua due momenti distinti:

1. il trasferimento alla data del 1° gennaio 2000, dal ministero della giustizia alle ASL, delle sole funzioni sanitarie svolte dall’amministrazione penitenziaria con riferimento ai soli settori della prevenzione e della assistenza ai detenuti e agli internati tossicodipendenti, con il contestuale trasferimento del relativo personale e risorse finanziarie;

2. l’individuazione di almeno tre Regioni nelle quali avviare il trasferimento graduale in forma sperimentale anche delle restanti funzioni sanitarie.

Al termine della fase sperimentale era previsto dall’art. 8, comma 4 del dlgs. 230\1999, il trasferimento di tutte le funzioni sanitarie svolte dall’Amministrazione Penitenziaria al Servizio Sanitario Nazionale.

Il successivo decreto legislativo n. 433/2000, nell’art. 1, comma II, ha sostituito il comma 4 citato, riguardante la previsione del ”trasferimento delle funzioni”, con altra disposizione che stabilisce il “riordino definitivo del settore” sulla base della sperimentazione svolta” che con lo stesso decreto veniva prorogata al 30 giugno 2002.

In attesa dell’emanazione dei decreti di cui all’art. 1, comma 2 del D.Lvo 433\2000, con cui provvedere al riordino del settore, l’Amministrazione Penitenziaria ha orientato l’azione di tutela della salute dei detenuti verso la ricerca di forme di collaborazione con il Servizio Sanitario Nazionale, fornendo ai Provveditorati indirizzi in tal senso attraverso specifici documenti annuali di indirizzo e programmazione sanitaria.

Infine, la riforma del Titolo V della Costituzione, con legge costituzionale n. 3/2001 - che indica le Regioni quali Enti titolari della tutela della salute - e con il dlgs. n. 63/2006 di attuazione della legge n.154/2005, c.d. legge Meduri, sulla dirigenza penitenziaria - che all’art. 2, punto 3 affida al Direttore penitenziario il compito di “garantire la tutela della salute delle persone detenute e internate anche attraverso l’integrazione con i servizi sanitari del territorio” - costituiscono ulteriori elementi intervenuti nel complesso dibattito in corso.

Recentemente è stato costituito un apposito gruppo tecnico presso il Ministero della Salute, coordinato dal Sottosegretario di Stato, per l’attuazione del dlgs. 230/1999 sul riordino della sanità penitenziaria. L’iter è in fase conclusiva e riguarda il passaggio di tutte le funzioni finora svolte dall’Amministrazione penitenziaria e i relativi finanziamenti alle Regioni.

L’art. 17 comma 4 del dpr. n. 230\2000 prevede la rilevazione e l’analisi dei dati sanitari della popolazione detenuta per trarne indicazioni utili alla dislocazione territoriale delle strutture sanitarie penitenziarie. Perciò, nel 2004, si è avviata l’informatizzazione della raccolta dei dati sanitari dei detenuti e degli internati, attraverso un diario clinico elettronico in grado di colloquiare con gli altri sistemi informatici ad esempio di gestione della cartella personale.

Nei primi mesi del 2007 nove istituti Cuneo, Torino, Bologna, Modena, Viterbo, Roma Regina Coeli, Roma Rebibbia Femminile, Reggio Calabria, Vibo Valentia hanno inaugurato il diario clinico informatizzato. Il programma consente, oltre alla gestione e archiviazione dei dati sanitari localmente, anche analisi centralizzate per orientare le azioni di politica e programmazione sanitaria.

Per i detenuti tossicodipendenti, nella regione Toscana (il servizio è gestito dalle AASSLL anche in ambito penitenziario), è in fase di sperimentazione un’ulteriore cartella clinica alla quale collabora il provveditorato regionale dell’amministrazione penitenziaria di Firenze, che prevede la possibilità d’interazione con altre banche dati in uso presso i servizi sanitari esterni, fatte salve le notizie che interessano la sicurezza.

Approfondimento : la normativa sulla medicina penitenziaria

Anonimo ha detto...

L'organizzazione dei servizi sanitari
La salute in carcere

L’Ufficio III Servizio Sanitario nell’ambito della direzione generale dei detenuti e del trattamento, del dipartimento dell’amministrazione penitenziaria, esercita le funzioni di organizzazione dei servizi sanitari negli istituti penitenziari.

In sede regionale la funzione di pianificazione ed attuazione di programmi di intervento, di stipula di convenzioni e di protocolli di intesa con il Servizio Sanitario Nazionale è attribuita dall’art. 6 del dlgs n.444\1992 al provveditore regionale.

Per offrire servizi omogenei su tutto il territorio nazionale, e nel rispetto delle diverse realtà locali, è stata creata, nell’ambito dei singoli provveditorati, l’Unità Operativa di Sanità Penitenziaria che collabora con il provveditore regionale al coordinamento, pianificazione, attuazione dei programmi di intervento, e loro verifica.

L’Unità fornisce consulenze per la razionalizzazione dei servizi assistenziali negli istituti penitenziari e ha funzioni di raccordo con le strutture del Servizio Sanitario Nazionale e i servizi socio-assistenziali del territorio.

Per quanto riguarda l’organizzazione del servizio sanitario, l’art. 11 dell’ord. penit. prevede in ciascun istituto penitenziario la presenza di un Presidio Sanitario. Gli istituti sono raggruppati in tre diversi livelli assistenziali di base cui corrispondono diversi modelli organizzativi di assistenza cioè presidi sanitari con diverso grado di offerta:

strutture sanitarie di primo livello - negli istituti con un numero di detenuti non superiore a 225 detenuti, prevedono un servizio medico giornaliero non continuativo, ma anche il servizio di guardia medica (SIAS). Salvo eccezioni, sono anche garantite le prestazioni specialistiche più richieste.

strutture sanitarie di secondo livello - negli istituti con un numero di detenuti superiore a 225 detenuti, prevedono un servizio sanitario giornaliero continuativo. Tali strutture hanno a disposizione diverse specialità mediche e hanno in dotazione strumenti diagnostici di base, in modo da limitare il ricorso a visite specialistiche e a ricoveri a fine diagnostico esterni.

strutture sanitarie di terzo livello - corrispondono ai centri clinici dell’amministrazione penitenziaria in grado di affrontare necessità medico-chirurgiche anche di elevato livello e agli Ospedali psichiatrici giudiziari.

Oltre al numero dei detenuti, altri criteri per la predisposizione dei servizi sanitari sono l’ordine e la sicurezza ad esempio per gli istituti con detenuti in regime di 41 bis, o collaboratori.

A completare la valutazione intervengono anche considerazioni ambientali, quali la distanza dai presidi sanitari territoriali o il diverso grado di collaborazione con il servizio sanitario regionale.

Nel documento di indirizzo e programmazione sanitaria 2007 è stata indicata la necessità del maggior coinvolgimento dei servizi sanitari regionali e la creazione di una rete integrata di assistenza. Sono stati individuati nuovi modelli gestionali che prevedono la distinzione degli istituti non solo per il numero di detenuti presenti, ma anche per funzioni svolte.
Questi modelli sono in attuazione e consentiranno nel contempo una razionalizzazione delle risorse e un potenziamento dell’offerta sanitaria.

Modelli gestionali sono:

A. Struttura Sanitaria Penitenziaria di Base- SSPB
B1. Struttura Sanitaria Penitenziaria Complessa- SSPC
B2. Struttura Sanitaria Penitenziaria Complessa - Sede di Centro di Riferimento Regionale - SSPC-CRR
C. Centro Clinico
D. Struttura Sanitaria Penitenziaria Orientata alla Sicurezza - SSPOS

A. STRUTTURA SANITARIA PENITENZIARIA DI BASE - SSPB

Si tratta di strutture di un I livello assistenziale (presenza media fino a 200 detenuti). Accolgono detenuti in buone o discrete condizioni di salute. Le attività di prevenzione costituiscono l’obiettivo principale. Sono altresì assicurate le prestazioni di medicina generale, quelle specialistiche (previste dalla normativa vigente: psichiatria e infettivologia più un’ulteriore branca) e le attività di primo soccorso.

B1. STRUTTURA SANITARIA PENITENZIARIA COMPLESSA - SSPC

Si tratta degli istituti riferibili ad un II Livello assistenziale (presenza media oltre le 200 unità). Rappresentano organizzazioni capaci di erogare cure primarie, specialistiche, in cui è prevista la collaborazione di più figure professionali, accanto al responsabile dell’area sanitaria (medici incaricati, medici del servizio sanitario integrativo - SIAS, infermieri, operatori socio sanitari, medici specialisti) che garantiscono la continuità assistenziale nelle 24 ore.
Dovranno essere assicurate in sede le branche specialistiche definibili come essenziali nei penitenziari, quali quelle di odontoiatria, cardiologia, dermatologia, più una branca specialistica, oltre alle branche di cui al punto A.

B2. STRUTTURA SANITARIA PENITENZIARIA COMPLESSA - SEDE DI CENTRO DI RIFERIMENTO REGIONALE SSPC – CRR

Tali centri (da uno a tre) dovranno essere individuati all’interno del circuito SSPB regionale.
In queste strutture dovranno essere presenti tecnologie e professionalità adeguate tali da assicurare prestazioni nell’ambito di diverse specialità (cardiologia, gastroenterologia, medicina riabilitativa).

C. STRUTTURE PENITENZIARIE SEDE DI CENTRI CLINICI

I Centri Clinici, debbono mantenere e consolidare le funzioni di ricovero per acuti Questa Amministrazione è orientata a favorire anche la riconversione dei Centri Clinici in strutture di lungodegenza, di riabilitazione o in servizi poliambulatoriali, laddove ritenuto più vantaggioso.

D. STRUTTURA SANITARIA PENITENZIARIA ORIENTATA ALLA SICUREZZA - SSPOS

Dovendo costituire un luogo di ricomposizione tra particolari esigenze di sicurezza e sanitarie, detta sede dovrà disporre di un servizio medico infermieristico continuativo (24h) e dovrà utilizzare adeguate risorse.

Modelli organizzativi

Tenuto conto che il medico incaricato assicura l’assistenza di base nonché l’organizzazione tecnica nell’attività assistenziale, si riportano i modelli organizzativi indicati, considerato che l’assistenza integrativa SIAS, il servizio infermieristico e i servizi specialistici, come sopra detto, si differenziano in base ai diversi modelli gestionali.

A. STRUTTURA SANITARIA PENITENZIARIA DI BASE - SSPB
Presenza media inferiore a 200 detenuti

Monte orario giornaliero guardia medica/SIAS di 12 ore, fino a 15 ore in caso di particolari esigenze dell’istituto
Monte orario giornaliero servizio infermieristico comprensivo infermieri di ruolo di 18 ore
Servizi Specialistici di psichiatria, infettivologia + un’ulteriore branca.

In caso di presenza media inferiore a 50 unità il monte ore giornaliero medico SIAS è di 6 ore e quello infermieristico è, indicativamente, di 6 ore.

B1. STRUTTURA SANITARIA PENITENZIARIA COMPLESSA - SSPC
Presenza media superiore a 200 detenuti

Monte orario giornaliero guardia medica/SIAS di 24 ore.
Aumento di 3 ore per ogni ulteriore specificità dell’istituto (reparti osservazione psichiatrica, reparti intermedi HIV, reparti intermedi per disabili, sezioni EIV, 41 bis, collaboratori)
Monte orario giornaliero servizio infermieristico comprensivo infermieri di ruolo di 30 ore.
Aumento di 3 ore per ogni ulteriore specificità dell’istituto( reparti osservazione psichiatrica, reparti intermedi HIV, reparti intermedi per disabili, sezioni EIV, 41 bis, collaboratori)
Servizi Specialistici come SSPB; inoltre odontoiatria, cardiologia, dermatologia, + una branca specialistica.

B2. STRUTTURA SANITARIA PENITENZIARIA COMPLESSA SEDE DI CENTRO DI RIFERIMENTO REGIONALE SSPC – CRR
(da 1 a 3 istituti per Provveditorato)
presenza media superiore a 400 detenuti

Monte orario giornaliero guardia medica/SIAS di 24 ore.
Aumento di 3 ore per ogni ulteriori 200 presenze.
Aumento di 3 ore per ogni ulteriore specificità dell’istituto (reparti osservazione psichiatrica, reparti intermedi HIV, reparti intermedi per disabili, sezioni EIV, 41 bis, collaboratori)
Monte orario giornaliero servizio infermieristico comprensivo infermieri di ruolo di 36 ore.
Aumento di 4 ore per ogni ulteriori 100 presenze.
Aumento di 4 ore per ogni ulteriore specificità dell’istituto (reparti osservazione psichiatrica, reparti intermedi HIV, reparti intermedi per disabili, sezioni EIV, 41 bis, collaboratori)
Servizi Specialistici previsti dal nomenclatore tariffario.

C. CENTRO CLINICO Mantenimento o potenziamento del modello organizzativo attuale nelle strutture effettivamente funzionanti.

D. STRUTTURA SANITARIA PENITENZIARIA ORIENTATA ALLA SICUREZZA – SSPOS
Presenza detenuti non influente

Monte orario giornaliero guardia medica/SIAS di 24 ore.
Monte orario giornaliero servizio infermieristico comprensivo infermieri di ruolo di 24 ore.
Servizi Specialistici vedi documento di programmazione 2006.

Anonimo ha detto...

Situazione finanziaria
La salute in carcere

L’amministrazione Penitenziaria ha gestito il servizio sanitario in una situazione di crescente complessità sia per la rilevante presenza di detenuti affetti da gravi patologie, sia per la progressiva diminuzione degli stanziamenti di bilancio a fronte di un aumento della popolazione detenuta che ha toccato le 61.000 unità nel primo semestre 2006. La necessità di servizi specifici rimane comunque un dato costante anche a seguito del provvedimento di indulto del 2006.

L’attribuzione di 12 milioni e 500 mila euro per l’anno 2007 consente di affrontare in modo adeguato il rapporto servizi offerti - domanda di salute, riportando il finanziamento al pari di quello dello scorso anno.

In base alla normativa vigente, anche per l’anno 2007, la ripartizione dei finanziamenti ai provveditorati regionali è avvenuta in base alla spesa storica, alle richieste degli organi periferici e ai criteri di organizzazione del servizio sanitario penitenziario contenuti nei documenti di indirizzo e programmazione degli ultimi anni. I provveditorati regionali hanno assegnato autonomamente il budget agli istituti penitenziari del proprio territorio.

Le spese annuali sostenute con il capitolo di bilancio “organizzazione e funzionamento del servizio sanitario” sono:

* compensi al personale di guardia medica - servizio integrativo di assistenza sanitaria (SIAS) - a rapporto convenzionale con retribuzione oraria;
* compensi al personale medico specialistico a rapporto convenzionale, con retribuzione oraria o a prestazione;
* compensi per l’assistenza medico specialistica in medicina del lavoro, come disposto con d. lgs. n. 626/94 e successive modificazioni;
* compensi al personale sanitario che assicura la sorveglianza medica e fisicodosimetrica negli ambulatori radiologici funzionanti nelle strutture penitenziarie;
* compensi al personale infermieristico e tecnico a rapporto convenzionale con retribuzione oraria;
* acquisto prodotti farmaceutici, parafarmaceutici;
* forniture di protesi sanitarie;
* acquisto di apparecchiature, attrezzature e strumentario sanitario;
* oneri per il servizio di raccolta, trasporto e smaltimento di rifiuti speciali, tossici e nocivi, secondo il D.P.R. 915/82 e successive modificazioni;
* oneri per la convenzione con l’Azienda Ospedaliera “ Carlo Poma” di Mantova per il ricovero degli internati presso l’Ospedale Psichiatrico Giudiziario di Castiglione delle Stiviere per la quota che grava su tale capitolo di bilancio.

Per garantire i livelli essenziali di assistenza, l’ammontare (80% circa) dei compensi del personale sanitario a rapporto libero professionale incide sul totale del finanziamento annuo a scapito di interventi di ammodernamento della strumentazione sanitaria.

Anonimo ha detto...

L'armadio farmaceutico
La salute in carcere

L’amministrazione penitenziaria garantisce ai detenuti e agli internati la totale fornitura di tutti i farmaci del Prontuario Terapeutico Nazionale compresi quelli che nel S.S.N. sono a totale carico dell’utente.

Per questo servizio, previsto dall’art. 11, comma I ord. penit., il medico incaricato “….. vigila per quanto concerne l’acquisto, la conservazione, la custodia, le scadenze e le rese, l’utilizzazione e l’impiego dei medicinali...” mentre il controllo della spesa farmaceutica spetta ai provveditorati regionali.

Per contenere la spesa e rendere omogenea la disponibilità negli istituti, i provveditori dispongono un Prontuario Farmaceutico Regionale.

Il dlgs. n. 230/1999 “Riordino della medicina penitenziaria…” che all’art. 1, comma IV, prevede il mantenimento dell’iscrizione al S.S.N. dei detenuti e degli internati, consente ai provveditorati l’approvvigionamento gratuito dei farmaci presso le locali Aziende Sanitarie. In alcuni casi però la disposizione è stata accolta con difficoltà dalle regioni, sia per l’onere finanziario che comporta, sia per la difficoltà di applicare il meccanismo della “compensazione”, che poi consente il rimborso della spesa sanitaria sostenuta per il cittadino non residente nella sede dove avviene la prestazione sanitaria.

Attualmente risultano farsi carico dell’intera spesa farmaceutica: Piemonte, Lombardia, Emilia Romagna, Toscana, Marche, Abruzzo, Puglia, Calabria e Sardegna e in modo parziale Lazio. Nelle altre regioni, l’onere per l‘intera spesa farmaceutica è a carico del dipartimento.

Anonimo ha detto...

Centri diagnostico-terapeutici
La salute in carcere

L‘art. 17, comma IV del regolamento di esecuzione dell'ord. penit., dpr. n. 230/2000, prevede l’organizzazione sul territorio nazionale di reparti clinici e chirurgici rispondenti alle necessità sanitarie della popolazione penitenziaria che, attualmente, sono in grado di rispondere ad esigenze di ricovero di lieve e media gravità.

Tabella detenuti presenti nei Centri diagnostico-terapeutici al 26 settembre 2007

Tabella dei reparti presenti nei Centri diagnostico-terapeutici

Nei centri diagnostico-terapeutici di Pisa e di Roma Regina Coeli sono attive due sale operatorie per la piccola e media chirurgia e per particolari tipologie di detenuti, in regime di 41bis e collaboratori.

Nella tabella sono indicati altresì i centri diagnostico-terapeutici ove funzionano i reparti per i detenuti affetti da patologia HIV in fase post-acuzie.

Presso i Centri diagnostico-terapeutici di Bari e Parma sono attivi rispettivamente 7 e 9 posti letto per disabili con relativi servizi di fisiatria, fisiokinesiterapia e palestre attrezzate.

Nell’istituto di Parma a breve sarà aperta una piscina per la riabilitazione motoria mentre sono in corso di realizzazione altri reparti per detenuti affetti da disabilità motoria presso la Case Circondariali di Catanzaro e di Busto Arsizio.

Per il Servizio Sanitario Nazionale i centri clinici però non sono assimilabili agli ospedali, perché non dotati della stessa complessità di servizi strutturali/organizzativi per cui non possono trattare patologie di particolare complessità.

Altre criticità riguardano il numero insufficiente di posti letto e, a volte, l’utilizzo delle stanze di degenza per finalità di isolamento non sanitario e infine, la differente disponibilità di risorse umane nelle diverse aree del territorio nazionale.

Anonimo ha detto...

Ospedali psichiatrici giudiziari
La salute in carcere

Gli Ospedali Psichiatrici Giudiziari sono sei, Reggio Emilia, Montelupo Fiorentino, Aversa, Napoli, Barcellona Pozzo di Gotto gestiti dall’amministrazione penitenziaria e Castiglione delle Stiviere che dal 1948 è gestito dall’azienda ospedaliera di Mantova in base a convenzione rinnovata annualmente. Castiglione delle Stiviere, che è stato sezione giudiziaria dell’ospedale psichiatrico civile, è anche l’unico dedicato all’esecuzione delle misure di sicurezza detentive per le donne.

Negli istituti gestiti dall’amministrazione è presente anche personale di polizia penitenziaria, mentre nell’istituto di Castiglione delle Stiviere solo personale sanitario, inquadrato secondo i profili professionali e gli accordi collettivi nazionali di lavoro delle aziende sanitarie.

I pazienti degli ospedali psichiatrici giudiziari appartengono alle seguenti categorie:

* internati prosciolti per infermità mentale (art. 89 e segg. c.p.) sottoposti al ricovero in ospedale psichiatrico giudiziario (art. 222 c.p.),
* detenuti assegnati alla casa di cura e custodia previo accertamento della pericolosità sociale (art. 219 c.p.)
* persone sottoposte alla misura di sicurezza provvisoria in ospedale psichiatrico giudiziario (art. 206 c.p.)
* detenuti minorati psichici (art. 111 D.P.R. 230/2000 - Nuovo regolamento di esecuzione dell’ordinamento penitenziario),
* detenuti imputati soggetti a custodia preventiva sottoposti a perizia psichiatrica (art. 318 c.p.p.),
* internati con infermità mentale sopravvenuta per i quali sia stato ordinato l’internamento in ospedale psichiatrico giudiziario o in casa di cura e custodia (art. 212 c.p.),
* detenuti condannati con sopravvenuta infermità di mente (art. 148 c.p.)
* detenuti cui deve essere accertata l’infermità psichica qualora non sia possibile sottoporli ad osservazione presso l’istituto penitenziario in cui si trovano od in altro istituto della medesima categoria (art. 112 c.2 D.P.R. 230/2000 – Nuovo regolamento di esecuzione dell’ordinamento penitenziario).


La Corte Costituzionale, con le sentenze n. 253/2003 e n. 367/2004, ha dichiarato l’illegittimità costituzionale degli artt. 222 cod. pen. - ricovero in Ospedale Psichiatrico Giudiziario e 206 cod. pen. - applicazione provvisoria delle misure di sicurezza, nella parte in cui non consentono all’autorità giudiziaria di disporre, invece del ricovero in ospedali psichiatrici giudiziari, le misure di sicurezza alternative, la cui applicazione potrebbe diminuire il numero di internati che attualmente è di circa 1300 unità.

Gli ospedali psichiatrici giudiziari a diretta gestione dell’amministrazione penitenziaria, ad eccezione di Reggio Emilia, sono ospitati in edifici antichi, storicamente nati per altre funzioni e nonostante i lavori di ristrutturazione in atto, permangono vincoli architettonici e limitazioni strutturali.

I livelli assistenziali assicurati a Castiglione delle Stiviere comportano un costo che ha inciso, nell’anno 2007, per un importo di euro 7.351.981,84 pari all’7,5% dell’intero stanziamento di bilancio di euro 99.000.000,00.

Il numero insufficiente di strutture intermedie per l’accoglienza dei pazienti dimessi e l’insufficiente interessamento da parte dei dipartimenti di salute mentale può comportare il prolungamento del periodo di internamento e l’isolamento del soggetto rispetto al territorio.

Inoltre, la popolazione in questi istituti, è eterogenea dal punto di vista giuridico, e quindi diverse sono le esigenze in ordine alla sicurezza e a progetti trattamentale riabilitativi.

Alla Commissione Interministeriale Salute-Giustizia - istituita con D.M. 16/5/2002 con il compito di provvedere allo studio di soluzioni adeguate per un rinnovamento del servizio sanitario penitenziario, è stato affidato, con decreto del 20/1/2004, anche il compito di proporre modelli innovativi di intervento negli ospedali psichiatrici giudiziari.
Attualmente il gruppo tecnico per l’attuazione del dlgs. 230/1999, istituito presso il Ministero della Salute, sta predisponendo uno specifico progetto per gli Ospedali Psichiatrici Giudiziari che prevede programmi di qualificazione dell’intervento psichiatrico e di collegamento della rete dei servizi delle ASL.

Anonimo ha detto...

Servizio psichiatrico
La salute in carcere

La L. n. 354/75, all’art. 11, stabilisce che tutti gli istituti penitenziari si avvalgano di almeno uno specialista in psichiatria. Il servizio psichiatrico è stato sottoposto ad un importante intervento riorganizzativo nel 1999 per valorizzarne l’autonomia. Le visite dello psichiatra, infatti, diversamente da quelle degli altri specialisti, non sono subordinate alla richiesta del medico incaricato, lo psichiatra è parte integrante dell’istituzione penitenziaria con l’incarico di monitorare costantemente la condizione psichica dei detenuti anche a supporto degli altri operatori.

Il nuovo regolamento di esecuzione dell’ordinamento penitenziario, dpr. n. 230/2000, prevede forme di collaborazione con i dipartimenti di salute mentale. In particolare, nell’art. 20 - disposizioni particolari per gli infermi e seminfermi di mente, specifica che nei confronti di tutti i detenuti il servizio sanitario pubblico accede in istituto per rilevare le condizioni e le esigenze degli interessati e concordare con gli operatori penitenziari l’individuazione delle risorse esterne utili per la loro presa in carico……, necessaria per il loro successivo reinserimento sociale.

Questa collaborazione si è realizzata in modo variegato: psichiatri dipendenti dalle A.S.L. che svolgono attività extramoenia presso l’Istituto, convenzioni con A.S.L. che “prestano” le proprie équipes all’Istituto, protocolli d’intesa che realizzano solo parzialmente la collaborazione per ciò l’amministrazione per l’anno 2007 ha disposto un programma esecutivo d’azione Servizio Psichiatrico: buone prassi per carcere e territorio, con l’obiettivo di coinvolgere i servizi territoriali nella presa in carico dei detenuti affetti da patologie mentali, mediante la sottoscrizione di accordi di programma tra provveditorati e assessorati regionali.

È prevista inoltre la rilevazione quantitativa e qualitativa della patologia mentale in carcere e delle modalità di assistenza al fine di sviluppare il servizio intramurale.

Anonimo ha detto...

Reparti di osservazione psichiatrica
La salute in carcere

Dal 2004 sono operativi reparti di osservazione psichiatrica come previsto dall’art. 112, c.1 del dpr. n. 230/2000 mentre in precedenza l’accertamento delle infermità psichiche nei detenuti avveniva esclusivamente negli ospedali psichiatrici giudiziari.

La realizzazione di specifici reparti di osservazione presso gli istituti penitenziari ordinari ha consentito di decongestionare gli ospedali psichiatrici giudiziari ed di iniziare ad armonizzare il principio della tutela della salute con quello della territorialità della pena evitando, sia pur brevi, allontanamenti del detenuto dal proprio nucleo familiare che, in momenti di fragilità psichica, potrebbero risultare ancor più destabilizzanti.

Reparti di osservazione psichiatrica in funzione sono:

* Torino Lorusso e Cutugno - due reparti: il Sestante con 23 posti letto e uno riservato ai collaboratori di giustizia con 2 posti letto;
* Monza - reparto maschile –con 5 posti letto;
* Bologna - reparto maschile – con 5 posti letto;
* Firenze Sollicciano - due reparti, uno con 6 posti letto e l’altro femminile con 1 posto letto;
* Roma Rebibbia N.C. – reparto maschile – con 6 posti letto;
* Reggio Calabria - reparto maschile – con 5 posti letto;
* Palermo “Pagliarelli”- reparto maschile – con 5 posti letto;
* Cagliari – reparto maschile – con 6 posti letto.


Oltre a queste strutture realizzate dopo il 2000, sono preesistenti un reparto a Livorno con 7 posti letto e uno a Napoli Secondigliano con 18 posti letto.

In via di attivazione è il reparto dell’istituto di Lanciano con 10 posti letto.

Anonimo ha detto...

Reparti HIV
La salute in carcere

La presenza di individui affetti da HIV-AIDS, rispetto alla popolazione generale, è relativamente alta anche in considerazione dell’elevato numero di detenuti appartenenti a gruppi sociali che difficilmente si rivolgono ai servizi sanitari esterni durante la libertà: piccoli spacciatori, immigrati clandestini, prostitute.

L'amministrazione penitenziaria assicura, con proprie risorse, la somministrazione delle terapie antiretrovirali in ambito detentivo e coopera con le unità operative del territorio cui spetta la supervisione e in alcuni casi la gestione dei servizi per detenuti HIV nei penitenziari in base a decreto interministeriale Sanità –Giustizia del 18 novembre 1998.

Dal punto di vista strutturale, l'amministrazione è dotata di reparti specifici per malattie infettive all'interno dei centri clinici di Milano-Opera, Napoli-Secondigliano e Genova-Marassi e di sezioni sanitarie presso le Case Circondariali di Torino Lorusso Cutugno, Modena, Sassari, Pisa, Roma Regina Coeli, Roma-Rebibbia Nuovo Complesso, complessivamente per 190 posti letto.

In ogni caso, trattamenti terapeutici anti-AIDS basati sulla somministrazione di combinazioni di farmaci anti-retrovirali, inclusi gli inibitori della proteasi, sono ormai assicurati non solo presso tali strutture, ma anche in tutti gli Istituti medio grandi.

Attraverso l'esecuzione di specifici esami di laboratorio, è emerso che oltre la metà dei detenuti in terapia non ne trae giovamento presumibilmente non per inefficacia dei farmaci, ma per mancata assunzione degli stessi. Ciò accade per una sorta di “autolesionismo nascosto” volto a favorire la diminuzione dei CD4 (sottopopolazioni linfocitarie) sotto la soglia (200 CD4 /mmc di sangue) stabilita come parametro per il quale il medico deve dichiarare l’incompatibilità biologica con il regime detentivo e l’autorità giudiziaria valutare la concessione o meno di misure alternative alla detenzione.

Il fenomeno potrebbe comportare la comparsa di ceppi virali di HIV resistenti con possibile diffusione nella popolazione detenuta. Infine i reparti HIV non sono dotati di risorse personali e strumentali per gestire patologie acute e/o contagiose (TBC), che rappresentano un pericolo anche per il personale.

L’amministrazione è da tempo impegnata, in collaborazione con Enti, Università, e Aziende Sanitarie Locali, in progetti e programmi esecutivi d’azione in tema di “non assunzione non dichiarata dei farmaci”.

L’azione va dall’informazione alla popolazione detenuta alla formazione specifica del personale medico e infermieristico, allo studio circa la possibilità di estendere in ambito penitenziario la modalità di somministrazione per cui il personale sanitario si assicura che il detenuto deglutisca le compresse di antiretrovirali in sua presenza.

Approfondimento : la normativa sul trattamento HIV

Anonimo ha detto...

Reparti per disabili
La salute in carcere

Nel 2006, 500 è il numero di detenuti con disabilità motoria negli istituti penitenziari, di cui 50 non autosufficienti.

I livelli di assistenza previsti per la gestione delle persone detenute con disabilità motoria e/o sensoriale sono due:

* il primo per disabili non autosufficienti la cui attivazione riguarda gli istituti sede di CDT (Roma Regina Coeli, Catanzaro, Bari e Parma);
* il secondo per quelli autosufficienti riguarda gli istituti dotati di infermeria attrezzata e assistenza sanitaria di base garantita 24 ore al giorno.


Ad oggi sono stati realizzati soltanto i reparti negli Istituti di Bari e Parma con un numero totale di 17 posti letto per disabili non autosufficienti. È in via di realizzazione un analogo reparto presso la Casa Circondariale di Catanzaro.

Si stanno ultimando, inoltre, i reparti di secondo livello per detenuti disabili autosufficienti presso gli istituti di Busto Arsizio, Venezia-Santa Maria Maggiore, Genova Pontedecimo, Trieste.

Sono comunque presenti stanze opportunamente attrezzate per l’accoglienza di detenuti disabili autosufficienti presso gli istituti di Reggio Emilia, Massa, Roma Rebibbia N.C., Napoli Secondigliano, Palermo Ucciardone, Palermo Pagliarelli, Caltanissetta, Messina.

Tra le patologie più gravi si annoverano quelle da trauma vertebro-midollare comprese le ferite da armi da fuoco, da esiti di malattia cerebrovascolare, amputazioni, sclerosi multipla, da esiti di poliomielite, neuropatie diabetiche.

Anonimo ha detto...

Reparti detentivi ospedalieri
La salute in carcere

L’art. 11 comma II, della legge 354\1975 ord. Penit. stabilisce che, nel caso sia necessario assicurare ai detenuti cure o accertamenti non eseguibili dai servizi sanitari negli istituti penitenziari, i ristretti siano trasferiti in ospedali civili o altri luoghi esterni di cura.

Inoltre, l’art. 7 della L. n. 296\1993 prevede l’istituzione in ogni provincia di reparti ospedalieri destinati ad ospitare i detenuti per i quali sia disposto il piantonamento.

In linea di massima, le strutture ospedaliere hanno destinato una o più camere di degenza per i pazienti detenuti, e, dal 2002 sono stati attivati tre specifici reparti ospedalieri dotati di autonomia organizzativa e gestionale esclusivamente dedicati al ricovero dei detenuti:

* Medicina V: Azienda Ospedaliera “S.Paolo” di Milano, 19 posti letto;
* U.O.C. Medicina Protetta: Azienda Ospedaliera “S.Pertini” di Roma, 20 posti letto;
* U.O. di Malattie infettive e in ambito penitenziario: Ospedale “Belcolle” di Viterbo, 10 posti letto.

Anonimo ha detto...

Personale sanitario
La salute in carcere

La legge 740/70 disciplina l’ordinamento delle categorie di personale sanitario addetto agli istituti di prevenzione e pena non appartenenti ai ruoli organici dell’Amministrazione Penitenziaria.

Le diverse figure professionali hanno rapporto d’incarico a tempo indeterminato (i medici incaricati) o rapporti libero professionali come i medici di guardia - SIAS (Servizio Integrativo di Assistenza Sanitaria), i medici specialisti e gli infermieri. La legge 354/75 nel comma 5 dell’art. 80 ha previsto l’assunzione, mediante l’espletamento di regolari procedure concorsuali, anche di personale infermieristico di ruolo.

* medici incaricati
*
o Dirigenti Medici Psichiatri (gli unici medici di ruolo di questa Amministrazione), Direttori di O.P.G.
o Medici incaricati negli istituti penitenziari e nei Centri Clinici
* medici di guardia (SIAS)
*
o con rapporto libero professionale con convenzione biennale. Questa figura professionale non è istituita soltanto per le urgenze, ma ha ben più vaste attribuzioni sovrapponibili, dal punto di vista della continuità assistenziale, a quelle dei medici incaricati
* medici specialisti con rapporto libero professionale
* infermieri
*
o Infermieri professionali di ruolo, appartenenti all’amministrazione
o Infermieri professionali con convenzione biennale
* Farmacisti incaricati e veterinari incaricati
* Tecnici di radiologia medica di ruolo e a rapporto libero professionale
* Puericultrici con rapporto libero professionale, il cui numero dipende dal numero dei bambini presenti negli asili nido predisposti in alcuni Istituti Penitenziari
* Fisioterapisti con rapporto libero professionale
* Ausiliari socio-sanitari con rapporto libero professionale.

Anonimo ha detto...

Tossicodipendenza
La salute in carcere

La legge 22 dicembre 1975 n. 685, nell’art. 2 attribuisce alle Regioni le funzioni di prevenzione ed intervento nei confronti delle persone tossicodipendenti al fine di assicurare la diagnosi, la cura, la riabilitazione ed il reinserimento.

Successivamente il T.U. 309\1990 prevede, anche in ambito penitenziario, l’assunzione della competenza in materia di tossicodipendenza in capo al Servizio Sanitario Nazionale.

Allo scopo di fornire uno strumento di collaborazione con le AA.SS.LL. l’amministrazione ha istituito i c.d. presidi per i detenuti tossicodipendenti – PDT - negli istituti penitenziari con funzioni di raccordo tra il Servizio Sanitario Penitenziario e i Sert territoriali.

La normativa di “riordino del sistema sanitario penitenziario” ribadisce il principio già stabilito dal T.U. 309\1990 del trasferimento della materia relativa alle dipendenze al Servizio Sanitario Nazionale e stabilisce il passaggio, alla data del 1.1.2000, dal Ministero della Giustizia alle ASL di tutto il territorio nazionale, delle funzioni relative alla diagnosi e terapia delle tossicodipendenze.

La situazione trova definitiva soluzione con l’emanazione del decreto del Ministero dell’Economia e delle Finanze n. 26122 del 16.7.2003 con il quale sono trasferite dal Ministero della Giustizia al Fondo Sanitario Nazionale le risorse finanziarie relative alla retribuzione del personale del PTD e con Decreto n. 0091099 del 31.7.2003, le risorse sono ripartite alle singole Regioni.

Rientrando nelle specifiche competenze del Servizio Sanitario Nazionale la cura del detenuto tossicodipendente, nella maggior parte degli istituti i Sert hanno assicurato specifici servizi negli istituti penitenziari.

Approfondimento : la normativa sulla tossicodipendenza

Anonimo ha detto...

Regole di accoglienza – linee di indirizzo per i detenuti provenienti dalla libertà
La salute in carcere

Si tratta di un’iniziativa del giugno 2007, che mira a rendere meno traumatico l’impatto con il carcere ai “nuovi giunti” e dunque non riguarda aspetti esclusivamente sanitari.

Infatti, la Direzione generale dei detenuti e del trattamento ha fornito nuove linee guida per le procedure di accoglienza delle persone provenienti dalla libertà. I primi momenti della detenzione, tanto nella fase cautelare che dell’esecuzione della pena, sebbene con caratteristiche diverse, sono particolarmente delicati e rendono necessari interventi a tutela dell’incolumità fisica e psichica. Ciò presuppone l’attivazione di stabili accordi tra carcere e territorio che saranno anche utili al reinserimento della persona ristretta.

Il modello, indicato nelle linee guida, prevede l’istituzione di un servizio di accoglienza in tutti gli istituti penitenziari e la costituzione di uno staff multidisciplinare per la presa in carico dei detenuti nuovi giunti, anche per le azioni di prevenzione di atti di autolesionismo.

Lo staff è composto da personale dirigenziale dell’istituto, personale di polizia penitenziaria, sanitario e del trattamento, nonché da operatori esterni (Ser.t, assistenti sociali, mediatori culturali e/o socio sanitari), e con la collaborazione di rappresentanti del volontariato.

Ciascun Provveditorato ha predisposto o sta predisponendo le linee guida operative in modo da rendere quanto prima attivo questo servizio di accoglienza.

gardiniablue ha detto...

Ciao caro, ha preso piede ... evvaiiiiiiiiii
Gardiniablue :-))

P.S.
Non sono io l'autrice del blog, ma spero che un giorno il fantomatico ergastolano se ne ricorderà :-))
Ciao ciao ragazzi!!

Anonimo ha detto...
Questo commento è stato eliminato da un amministratore del blog.
Anonimo ha detto...

a proposito giardiniablue ho sbirciato il tuo blog sei anche un tantino disinformata. La poetessa è Alda Merini, non Ada. studia di più

Anonimo ha detto...

Grazie anonimo per l'informazione, correrò a correggere. Ironia in questo luogo è zero. Complimenti.
Mi defilo, tranquilli!!

Anonimo ha detto...

quale ironia?

Anonimo ha detto...
Questo commento è stato eliminato da un amministratore del blog.
Anonimo ha detto...

quote giardiniablue
"Ciao caro, ha preso piede ... evvaiiiiiiiiii
Gardiniablue :-))

P.S.
Non sono io l'autrice del blog, ma spero che un giorno il fantomatico ergastolano se ne ricorderà :-))
Ciao ciao ragazzi!!"

un consiglio: prima fatti spiegare perchè ha l'ergastolo, la sua gratitudine potrebbe essere fatale per te. Leggi la cronaca oltre che copiare le poesie e non sapere nemmeno il nome di chi l'ha scritta? ciao

Anonimo ha detto...

Al contrario dell'anonimo, io mi firmo sempre e mi assumo le responsabilità di quel che dico, anche se per errore ortografico ho emesso la "l" :-). Ma vorrei solo far notare che un uomo in carcere (se fosse vero), che non conosce nulla di internet, che ha difficoltà ad accedere allo stesso, si è iscritto a tutti quegli asterischi che sono sotto alla pagina dove sto scrivendo in questo momento?. Non vi fa riflettere ciò?
Non ho mai creduto a questa bufala, perchè per me lo è, e ho trovato l'iniziativa del blogger, anche se discutibile, diciamo "originale" nel suo genere. E visto che siamo ancora in democrazia, rispettate le idee degli altri come io rispetto le vostre e, soprattutto, impariamo a non offendere, perchè dietro ad un monitor c'è sempre una persona con un'anima. Non conosco chi sia l'autore di questo blog, ma visto che sono in casa sua, ed è una mia libera scelta, perchè mai dovrei offendere?
Buona serata
Gardiniablue :-)

Anonimo ha detto...

ma di quali asterischi stai parlando?
e poi impunito ha dato della stronza anche a te e non ti sei offesa, perchè lo fai adesso? mi sorprende che una delicata romantica, come appari sul tuo blog, sia attratta dal turpiloquio, e l'autore di questo blog ne abusa parecchio.
hai il complesso della crocerossina?
Io non credo che tu pensi sia una bufala, mi sembra proprio il contrario. Auguri e figli maschi!:)

gardiniablue ha detto...

Figli maschi, figi gay, figlie femmine, che importanza ha ... l'importante è che siano sani. Comunque io rimango della mia idea ed il carcerato è troppo intelligente per offendermi ... oppure sono troppo intelligente io? Tu cosa ne dici?
Ciao ciao ...
Gardiniablue :-)

P.S.
Ciao simpaticone :-)

Tua madre Ornella ha detto...

Incarcerato
io ho una proposta da inoltrare al Ministro Alfano
"PERCHE' NON ISTITUIAMO DELLE RONDE DI CITTADINI NORMALI (IO GIURO NE PRENDEREI PARTE) PER VENIRE A VEDERE COSA SI FA NELLE CARCERI??? " (sono contraria alle Ronde ben inteso, ma queste le vorrei davvero .... per tutelarVi!!!)
Perchè caro Incarcerato BISOGNA PURE CHE QUALCUNO VENGA A "VEDERE"
.........................
Un bacio dolcissimo
Ornella

Tua madre Ornella ha detto...

Scusa Incarcerato non avevo letto ..... tutto il sopra dei post .....
NON C'E' DAVVERO DA COMMENTARE!!!!!!!!
NON COMMENTO NEANCHE IL REGOLAMENTO ...QUANTE COSE DA DIRE E MANCANTI ...!!!!
VEDI PURTROPPO PER TE INCARCERATO, DI TUTTO PUOI PARLARE MA DELLE "CARCERI".... HAI PARLATO DI MAFIA-MASSONERIA-NDRANGHETA E TUTTO SI ACCETTA MA ....NON PARLARE MAI DEL POSTO DOVE TI TROVI ..... COME SE LE PERSONE PIU' FEROCI (QUELLE DI CUI SOPRA) .... FOSSERO TUOI COMPAGNI DI CELLA.....!!!!!LO SONO?? DICCELO TU ....
ORNELLA