venerdì 18 aprile 2014

ADDIO, GABRIEL GARCIA MARQUEZ !

Questa è una bellissima e intensa poesia del grande Gabriel Garcia Marquez. E' del 2001 e l'aveva inviata a tutti i suoi amici perchè pensava che a breve, avendo contratto il tumore, sarebbe morto. Da ieri, però, la sua esistenza è finita.

Se per un istante Dio si dimenticherà che
sono una marionetta di stoffa e
mi regalerà un pezzo di vita, probabilmente non
direi tutto quello che penso,
ma in definitiva penserei tutto quello che dico.

Darei valore alle cose, non per quello che valgono,
ma per quello che significano.

Dormirei poco, sognerei di più, andrei
quando gli altri si fermano,
starei sveglio quando gli altri dormono,
ascolterei quando gli altri parlano e
come gusterei un buon gelato al cioccolato!!

Se Dio mi regalasse un pezzo di vita,
vestirei semplicemente,
mi sdraierei al sole lasciando scoperto non solamente
il mio corpo ma anche la mia anima.

Dio mio, se io avessi un cuore, scriverei
il mio odio sul ghiaccio e
aspetterei che si sciogliesse al sole.

Dipingerei con un sogno di Van Gogh
sopra le stelle un poema di Benedetti
e una canzone di Serrat sarebbe la serenata
che offrirei alla luna.

Irrigherei con le mie lacrime le rose,
per sentire il dolore delle loro spine
e il carnoso bacio dei loro petali.

Dio mio, se io avessi un pezzo di vita
non lascerei passare un solo giorno
senza dire alla gente che amo,
che la amo.

Convincerei tutti gli uomini e le donne
che sono i miei favoriti e
vivrei innamorato dell'amore.
Agli uomini proverei
quanto sbagliano al pensare
che smettono di innamorarsi
quando invecchiano, senza sapere
che invecchiano quando smettono di innamorarsi.

A un bambino gli darei le ali,
ma lascerei che imparasse a volare da solo.

Agli anziani insegnerei
che la morte non arriva con la vecchiaia
ma con la dimenticanza.

Tante cose ho imparato da voi, gli Uomini!

Ho imparato che tutto il mondo ama vivere
sulla cima della montagna
senza sapere che la vera felicità
sta nel risalire la scarpata.
Ho imparato che
quando un neonato stringe con il suo piccolo pugno,
per la prima volta, il dito di suo padre,
lo tiene stretto per sempre.
Ho imparato che un uomo
ha il diritto di guardarne un altro
dall'alto al basso solamente
quando deve aiutarlo ad alzarsi.

Sono tante le cose
che ho potuto imparare da voi,
ma realmente,
non mi serviranno a molto,
perché quando mi metteranno
dentro quella valigia,
infelicemente starò morendo.

GABRIEL GARCIA MARQUEZ

domenica 13 aprile 2014

Proroga Opg: gli ospedali psichiatrici giudiziari vanno chiusi per davvero!

Il mio articolo apparso su "Gli Altri"!

Entro il 31 Marzo del 2013 , per una legge approvata dopo un’indagine parlamentare allora condotta da Ignazio Marino, gli Ospedali psichiatrici giudiziari dovevano essere immediatamente chiusi; con un decreto legge ci fu una proroga al 1 Aprile del 2014. Arrivati a tale data, a causa delle Regioni che non sono state in grado di attuare la norma, c’è stato un ulteriore rinvio di un anno: il rischio maggiore è che i termini di questa nuova proroga possano essere disattesi, innestando così un circolo vizioso senza fine.

                         

Ma quale inadempienza c’è stata? Il buon senso potrebbe far immaginare che le Regioni non siano state in grado di veicolare il denaro nelle strutture comunitarie e terapeutiche, rafforzando così i servizi territoriali frutto della Legge 180 (conosciuta come Legge Basaglia) che prevede l’alternativa ai manicomi. Purtroppo non è così per due motivi principali. Il primo è che i manicomi criminali (perché questi sono gli Opg, seppur hanno cambiato denominazione ) non rientrano nella categoria della legge 180: nel 1974 in parlamento era stato presentato un disegno di legge per far confluire gli Opg nel sistema sanitario, ma fu respinto; il secondo motivo è che la legge prevede come alternativa l’apertura dei Rems (residenze per l’esecuzione della misura di sicurezza sanitaria), ovvero dei micro Opg : se di facciata i nuovi edifici dovrebbero essere più simili a cliniche terapeutiche di educazione e riabilitazione degli internati, nella realtà queste strutture saranno istituzionali esattamente come le precedenti e l’unica cosa che cambierà sarà il passaggio della gestione dallo stato alla regione.

Questa legge, ulteriormente prorogata, che prevede la chiusura degli Opg è in realtà molto debole e rischia di essere inevasa non perché incrementa la massima applicazione di misure di sicurezza non detentive con inclusione  sociale e territoriale dei percorsi di cura, ma semplicemente perché si riduce ad un problema di  edilizia pubblica e privata. E ci vogliono tanti soldi che le Regioni non riescono a reperire: il costo stimato per un Rems è di 6 milioni di euro (per la sola costruzione) con una capienza di 40 posti letto rispetto al centinaio abbondante degli attuali. I tempi di progettazione e appaltabilità sono fissati in 18 mesi e quelli di realizzazione sono definiti in 24 mesi. Il continuo del progetto è poi di realizzarne 21, uno per ogni regione. Ancora una volta l’alternativa non è quella di un percorso sociale, ma di edilizia carceraria (i Rems saranno sempre considerati istituti carcerari e il personale sanitario, come gli Opg che dovrebbero essere superati,  rischia di essere adibito a ruolo di “secondino”) e penale.

La questione penale riguardante i manicomi criminali è interessante, e andrebbe conosciuta per comprendere il suo necessario superamento.  I manicomi giudiziari affondano le loro radici nell’800 e sono sorti per due ragioni: “accogliere” i detenuti folli e per accogliere anche, a differenza dei folli “normali”, gli autori di reati poi prosciolti per vizio totale di mente.  Per quest’ultimi l’allora codice Zanardelli non prevedeva alcuna conseguenza penale, ma il solo ricovero in un ospedale psichiatrico civile. Poi correvano gli anni ’20, quelli del regime fascista che chiedeva “ordine e disciplina”: non potendo accettare l’idea che i “pericolosi” potessero recar danno alle persone “perbene”, occorreva essere più autoritari  a cominciare dai nuovi codici. Alfredo Rocco, l’allora Guardasigilli fascista,  esortava i tecnici del diritto a “svincolarsi dai limiti garantistici della pena”(il garantismo è stato sempre inviso dalla cultura fascista, ma molti a sinistra se lo dimenticano) e introdusse il concetto del “doppio binario” nei confronti dei folli: ovvero affiancare alla pena , fondata sulla colpevolezza, un’ulteriore sanzione chiamata “misura di sicurezza”. Il legislatore , in definitiva, chiede al giudice di stabilire quanto sia probabile che il soggetto compia nuovi reati in futuro:  il concetto del “doppio binario” del Codice fascista Rocco, se non viene abolito, è un rubinetto che alimenta l’Opg o i futuri Rems.


Gli Ospedali psichiatrici giudiziari devono essere chiusi attraverso il rafforzamento di una cultura della responsabilità e della presa in carico delle persone internate da  parte dei dipartimenti di salute mentale, insieme ad un aumento delle risorse verso gli stessi. Inoltre bisogna pretendere dai Magistrati che favoriscano condanne alternative alle pene, e magari ricordare ai “partigiani della Costituzione” che si rifanno, per accusare e punire, a un codice penale che porta ancora la firma di Mussolini e del Re.

domenica 6 aprile 2014

Gli Ospedali Psichiatrici Giudiziari

Venerdì prossimo sul settimanale Gli Altri uscirà un mio articolo sull'ennesima proroga della legge che prevede la chiusura degli Opg. In realtà spiegherò che comunque non è una vera e propria chiusura, ed è la solita legge debole quando riguardano i diritti. L'Italia è un Paese eternamente emergenzialista con pulsioni di una certa etica fascista dello Stato. D'altronde ancora oggi si emettono condanne attraverso un codice penale che ancora conserva la firma di Mussolini e del Re. Ricordiamo cosa disse il Guardasigilli Alfredo Rocco: "Bisogna svincolarsi dai limiti garantistici della pena". Qualcuno lo dica a chi si definisce di sinistra e legge Il Fatto quotidiano.

Ps probabilmente ci saranno delle novità personali, quando si concretizzeranno sarò contento di parlarne e forse mi toccherà riaprire il profilo Facebook: ma in questo caso c'è un senso...

lunedì 31 marzo 2014

Perchè il carcere non serve a niente.

Questo è il mio articolo per l'abolizione del carcere apparso sul giornale Gli Altri.


Il più bel gioco di gruppo che tutti noi abbiamo fatto da bambini è stato quello del “nascondino”, bello perché confidavamo che alla fine arrivasse un amico che dicesse “Tana libera tutti!” per liberarci dallo stato di restrizione dei nostri più impensabili nascondigli: per capire la necessità dell’abolizione dell’istituzione carceraria bisogna ritornare un po’ bambini e percepire  che qualsiasi tipo di restrizione è innaturale e soprattutto inconcludente. Se pensiamo di risolvere il problema (perché è chiaramente un problema) carcerario attraverso la costruzione di altri penitenziari più moderni, oppure semplicemente predicare il rispetto della legalità al loro interno, vuol dire non aver capito quasi nulla: in tutti questi discorsi, davanti c’è sempre la menzogna comprensibile, e dietro l’incomprensibile verità.  Il carcere è paragonabile, nel senso letterario del termine, ad un campo di concentramento: per definizione è l'eliminazione della vita privata, la crudeltà e la violenza sono soltanto un aspetto secondario (e per nulla necessario).

Il sistema penitenziario è un luogo, di concentramento appunto, dove vengono stipate le persone e 24 ore su 24 non hanno nessuna sfera privata, nessuna intimità, ci si spersonalizza e "infantilizza" (devono compilare le domandine per ogni cosa: una matita, un quaderno, etc..); devono comportarsi bene, e per bene vuol dire che non devono lamentarsi, devono essere costretti ad ubbidire agli umori del direttore di turno o a quello del secondino, non devono fare perfino lo sciopero della fame (c'è chi lo fa e viene punito, oppure c'è chi ha continuato ed è stato lasciato morire senza che nessun magistrato di "sorveglianza" intervenisse per farlo liberare e curare in ospedale). Ho per caso elencato reati contemplati dal codice penale ? No, questa è l'Istituzione ed è del tutto legale. Se un domani i secondini violenti smettessero di riempire di botte un detenuto, il problema rimarrebbe esattamente come prima: l'istituzione carceraria è l'essenza della tortura (soprattutto psicologica) e del "sorvegliare e punire" come ci ha spiegato Foucault. In definitiva l’obiettivo non dovrebbe essere rendere le carceri luoghi migliori in cui vivere, ma  mettere in discussione la loro esistenza.

Parlare, oggi che prevale l’ideologia carcerocentrica che vorrebbe trasformare l’intera società in un’aula di tribunale, dell’abolizione del carcere è una sfida importante e per questo cerchiamo di rispondere alle principali obiezioni che giustamente vengono poste.

                          



Il carcere è inevitabile che ci sia, soprattutto per una civiltà complessa e piena di pericoli come la nostra!

Partiamo dal fatto incontestabile che qualsiasi tipo di Istituzione è parsa inevitabile agli occhi della maggior parte delle persone, così come era apparso inevitabile l’Istituto del manicomio e qualche secolo prima l’istituzione della schiavitù. Dal punto di vista sociologico queste sono delle sovrastrutture che mascherano le classi dominanti  che attuano un controllo sociale sulle classi subalterne. Il carcere per questo ci pare inevitabile perché siamo nati con la sua esistenza e quindi come unica soluzione per punire chi ha commesso un reato. In realtà il carcere ha come utilità quella di darci l’illusione di giustizia e nello stesso tempo sentirci al sicuro perché sappiamo che esiste un luogo dove vengono confinate le persone asociali e pericolose.  In parole povere crediamo a questa truffa istituzionalizzata: il mito che il carcere ci renda sicuri e sia una parte essenziale dello scenario sociale.

E’ giusto che il carcere esista per come è stato concepito, se non ci fosse le persone non avrebbero paura di commettere reati!

In realtà è stato dimostrato che non è così. Il carcere, compreso quello duro e incostituzionale come il 41bis, non funge da deterrente. Una persona decisa a commettere un reato  di certo non si fa condizionare dall’esistenza del carcere e non parliamo di chi per un raptus di follia commette un omicidio: figuriamoci se in quel momento pensa alla carcerazione a vita.  L’istituzione carceraria non è  assolutamente sinonimo di prevenzione.  


Sì d’accordo, ma almeno quando una persona ci finisce dentro poi ci ripenserà due volte a delinquere!

Anche in questo caso è del tutto falso. I dati parlano chiaro: la recidiva ordinaria dei detenuti è al 70%, ovvero sette su dieci continuano a delinquere. Già questo dato dimostra chiaramente il fallimento del Sistema Carcerario.  La recidiva scende vertiginosamente quando come “punizione” c’è meno carcerazione possibile; l’indulto ha avuto come effetto il 30 per cento delle persone che è tornata a delinquere: meno della metà rispetto a quella ordinaria. Per quelli che usufruiscono delle pene alternative, la recidiva diminuisce ancora di più. Come viene tradotto tutto ciò? Il carcere non garantisce la sicurezza, invece l’alternativa ad esso sì! In realtà l’idea dell’alternativa alla pena carceraria è già contemplata dalla nostra legislazione ed è un percorso che non deve assolutamente esaurirsi. L’abbandono della concezione carcerocentrica del sistema delle pene dovrebbe costituire la grande svolta culturale nella concezione della pena del XXI secolo.  La prima grande svolta in materie di pene si è avuta alla fine del ‘700 con l’illuminismo, che ha  cancellato le pene-tortura, le pene degradanti e le pene infamanti, e ponendo la sanzione detentiva (il carcere) al centro del sistema delle pene.  Tale funzione è stata concepita come educativa e di reinserimento alla società attraverso la Costituzione: ora sappiamo che anche questo passaggio andrebbe superato visto il suo fallimento e quindi contemplare l’idea di una vera e propria alternativa al Sistema Penitenziario.


Sinceramente sembra pura utopia credere al superamento del carcere. Che alternativa concreta esiste?

Chiaro che la de-carcerazione  non può avvenire all’improvviso, ma in maniera graduale. Il movimento abolizionista del carcere dovrebbe raggruppare più realtà possibili per  approdare in un progetto politico su larga scala. Innanzitutto esistono due realtà contrapposte e poco produttive: c’è l’area più radicale che vorrebbe chiudere all’istante le galere, infischiandosene dell’indulto e amnistia perché ritenute una concessione dello Stato e quindi sempre funzionali al carcere, e quella riformista che vorrebbe arrivare alla chiusura delle carceri attraverso l’umanizzazione delle stesse. Credo che le due realtà dovrebbero trovare un compromesso per marciare unite.  Si può benissimo combattere per l’amnistia, l’alternative alle pene, alla denuncia delle vessazioni all’interno del carcere, alla malagiustizia e nello stesso tempo chiedere di destrutturare l’istituzione carceraria proponendo  di dirottare i soldi dell’edilizia carceraria nelle comunità sociali, l’istruzione, la sanità e tutte quelle condizioni che permettono davvero di prevenire la delinquenza. Attraverso questi interventi, si può cominciare a creare la pena non detentiva ma “aperta”: esattamente come avvenne inizialmente con la de-istituzionalizzazione dei manicomi. La pena “aperta” può essere indirizzata proprio in quelle comunità che operano nel sociale dove sono stati dirottati i soldi. Solo attraverso questo progressivo superamento si potrà sperare che un domani, gli Istituti Penitenziari, diventeranno pezzi da museo destinati agli studi dei sociologi.


Ma non ci sono i soldi, con questa crisi figuriamoci se abbiamo milioni di euro da spendere per  le comunità sociali e similari!

E’ vero, siamo in piena crisi e non ci possiamo permettere di sperperare i soldi. Questa crisi crea maggiori diseguaglianze sociali e di conseguenza la delinquenza è destinata ad aumentare: Il punto è che se continuano a persistere le condizioni che creano l’incarcerazione come soluzione  ai conflitti sociali e alle disuguaglianze economiche ogni sforzo di decarcerizzazione verrà alla fine  eroso e saranno costruite ancora più carceri. Ma proprio la spesa carceraria è quella che andrebbe totalmente abolita visto che abbiamo appurato la sua inutilità. Quanto spendiamo per il carcere? Nel 2013 abbiamo speso quasi tremila miliardi di euro per mantenere in vita l’insostenibile sistema penitenziario: basterebbero meno della metà di quei soldi per mettere in moto il servizio sociale e forme di cooperazione che oltre  all’incarcerazione non  oppressiva basata sulla comunità, abbatterebbe il disagio sociale e favorirebbero nuovi posti di lavoro. Cambiare si può, basta volerlo per davvero.

mercoledì 26 marzo 2014

Sul giornale, prossimamente, un articolo sull'abolizione del carcere.

Venerdì prossimo, in edicola,  uscirà su "Gli Altri Settimanale" uno speciale sulle carceri e ci sarà un mio lungo articolo sulla necessità del loro superamento. Argomenterò per ribadire l' inutilità dell'Istituzione carceraria e perché conviene, per la nostra sicurezza stessa, abolirlo. Una convenienza persino economica visto l'enorme sperpero pubblico e del tutto fallimentare. 

                                     

Che dire? Ai tempi dell'ideologia carcerocentrica della società che va di moda anche a sinistra, credo che sia un argomento dirompente e, per certi versi, coraggioso. Ringrazio la redazione del giornale per aver sposato questa battaglia impopolare.

Ps I risultati elettorali francesi che portano nuovamente all'ascesa il partito di estrema destra della Le Pen è un campanello d'allarme che non dovrebbe destare stupore: nei tempi dell'incertezza economica e della sfiducia nelle istituzioni (la colpa principale è la loro) è naturale che le persone trovino conforto nei vari populismi. Trovo del tutto innaturale invece quando anche i partiti o alcuni movimenti antagonisti tentano di scopiazzare il populismo (e il giustizialismo), invece di creare un'alternativa attraverso una nuova alfabetizzazione culturale che si è completamente persa dagli anni 80 in poi.

domenica 23 marzo 2014

Lotta Continua: come la verità storica non coincide con quella giudiziaria.

Ogni qual volta si legge qualcosa su Adriano Sofri e Lotta Continua, subito si nota l'ignoranza del tema e immediatamente c'è chi ci sguazza come fa il solito Travaglio. 

Chi ne sa poco, subito associa Lotta Continua al terrorismo e Adriano Sofri ad un omicida. Pensate quanto sia davvero relativa la condanna di un Tribunale: senza entrare nello specifico delle incongruenze del giudizio, proprio a livello procedurale, se il processo fosse stato celebrato negli Stati Uniti – dove vige l’inappellabilità dell’innocenza – Sofri, Bonpressi e Pietrostefani sarebbero stati dichiarati innocenti. 

Da noi, solo grazie all'unica parola di un pentito (si chiama Marino) c'è stata la condanna; belle le parole di Leonardo Sciascia a tal proposito: "Chi conosce Sofri e lo stima, si sente in diritto di avere l'opinione, fino a contraria e netta prova, che Marino sia un personaggio che ha trovato il suo autore nella legge sui pentiti."


Sofri, Bonpressi e Pietrostefani
                                 

Lotta Continua è stato il gruppo più spontaneista della sinistra extraparlamentare, decisamente il meno marxista leninista e sicuramente il più aperto a numerose istanze con una buona dose di idee libertarie. Si occupava dello sfruttamento operaio, entrava nell'esercito per cambiarlo dall'interno (i famosi proletari in divisa), si occupava della situazione carceraria pensando ai detenuti comuni. E faceva contro-inchieste giornalistiche molto fastidiose: un giornalismo che ha fatto scuola. Si occupò infatti della Strage di Stato, della morte di Pinelli e riuscirono a portare alla luce determinate verità.

Ma raccontiamo qualche episodio per capire quanto Lotta Continua fosse bersagliata.

 Lo stesso anno dell’omicidio Calabresi fu tentata una strage con delle bombe al tribunale di Trento, proprio durante una manifestazione degli studenti. Di questa tentata strage fu accusata Lotta continua e naturalmente ci finirono dentro i dirigenti: quelli di Lotta Continua a quel punto cominciarono a fare delle inchieste per conto proprio e scoprirono che quella tentata strage era stata organizzata da una piccola fetta dei servizi segreti e da una piccola fetta dell’Arma dei carabinieri. Ad anni di distanza finirono arrestati ed accusati il colonnello Santoro dell’Arma dei carabinieri, il colonnello Pignatelli dell’Arma dei carabinieri ed altri.

Non era la prima volta che Lotta Continua fu messa , di proposito, in mezzo a fatti terribili.

Sempre nello stesso anno dell'omicidio Calabresi, ed esattamente il 7 Aprile, la politica della strage fa sfiorare la carneficina. Nella toilette del treno Torino-Roma una bomba esplode tra le mani di Nico Azzi, un giovane estremista di destra legato al gruppo La Fenice: stava collocando l'ordigno con ben in vista il giornale Lotta Continua, proprio con lo scopo di coinvolgerla.

Praticamente l'anno del 1972 fu contornato di eventi finalizzati al coinvolgimento di Lotta Continua: solo con l'omicidio Calabresi, e sopratutto con le "rivelazioni" di Marino,  l'operazione riuscì. Il resto della storia, compresa l'idiozia di definirla una lobby, è puro chiacchiericcio.

venerdì 21 marzo 2014

Amnistia ed eutanasia: ma quale "re Giorgio" !

Al  Presidente della Repubblica Napolitano gli va dato atto che ha avuto il coraggio di far entrare (meglio ancora: ha tentato di far entrare) nel dibattito parlamentare due temi importanti e impopolari: amnistia ed eutanasia. 

Sulla prima sappiamo come è andata a finire: dopo ennesimi rinvii si è approdata alla discussione parlamentare in quattro gatti e, grazie al "nuovo" governo Renzi, l'ipotesi di amnistia è stata definitivamente accantonata. Travaglio scrisse pure un editoriale dove festeggiava questa decisione e credo che abbia raggiunto una sorta di godimento orgasmico.

Sull'eutanasia solamente i soliti radicali (che non sono in parlamento) hanno rilanciato il tema. In parole  povere le raccomandazioni di Napolitano sono state respinte con indifferenza da parte della politica: ma non era stato definito il "re Giorgio"? 


giovedì 20 marzo 2014

Lode del dubbio.

Sia lode al dubbio! Vi consiglio, salutate 
serenamente e con rispetto chi 
come moneta infida pesa la vostra parola! 
Vorrei che foste accorti, che non deste 
con troppa fiducia la vostra parola.

Leggete la storia e guardate 
in fuga furiosa invincibili eserciti. 
In ogni luogo 
fortezze indistruttibili rovinano e 
anche se innumerabile era l'armata salpando, 
le navi che tornarono 
le si poté contare.

Fu così un giorno un uomo sulla inaccessibile vetta 
e giunse una nave alla fine 
dell'infinito mare.

Oh bello lo scuoter del capo 
su verità incontestabili! 
Oh il coraggioso medico che cura 
l'ammalato senza speranza!

Ma d'ogni dubbio il più bello 
è quando coloro che sono 
senza fede, senza forza, levano il capo e 
alla forza dei loro oppressori 
non credono più!

Oh quanta fatica ci volle per conquistare il principio! 
Quante vittime costò! 
Com’era difficile accorgersi 
che fosse così e non diverso! 
Con un respiro di sollievo un giorno 
un uomo nel libro del sapere lo scrisse.

Forse a lungo là dentro starà e più generazioni 
ne vivranno e in quello vedranno un'eterna sapienza 
e spezzeranno i sapienti chi non lo conosce. 
Ma può avvenire che spunti un sospetto, di nuove esperienze, 
che quella tesi scuotano. Il dubbio si desta. 
E un altro giorno un uomo dal libro del sapere 
gravemente cancella quella tesi.

Intronato dagli ordini, passato alla visita 
d'idoneità da barbuti medici, ispezionato 
da esseri raggianti di fregi d'oro, edificato 
da solennissimi preti, che gli sbattono alle orecchie 
un libro redatto da Iddio in persona, 
erudito da impazienti pedagoghi, sta il povero e ode 
che questo mondo è il migliore dei mondi possibili e che il buco 
nel tetto della sua stanza è stato proprio previsto da Dio. 
Veramente gli è difficile 
dubitare di questo mondo. 
Madido di sudore si curva l'uomo 
che costruisce la casa dove non lui dovrà abitare.

Ma sgobba madido di sudore anche l'uomo 
che la propria casa si costruisce. 
Sono coloro che non riflettono, a non 
dubitare mai. Splendida è la loro digestione, 
infallibile il loro giudizio. 
Non credono ai fatti, credono solo a se stessi. 
Se occorre, tanto peggio per i fatti. 
La pazienza che han con se stessi 
è sconfinata. Gli argomenti 
li odono con gli orecchi della spia.

Con coloro che non riflettono e mai dubitano 
si incontrano coloro che riflettono e mai agiscono. 
Non dubitano per giungere alla decisione, bensì 
per schivare la decisione. Le teste 
le usano solo per scuoterle. Con aria grave 
mettono in guardia dall'acqua i passeggeri dl navi che affondano. 
Sotto l'ascia dell'assassino 
si chiedono se anch'egli non sia un uomo.

Dopo aver rilevato, mormorando, 
che la questione non è ancora sviscerata vanno a letto. 
La loro attività consiste nell'oscillare. 
Il loro motto preferito è: l'istruttoria continua.

Certo, se il dubbio lodate 
non lodate però 
quel dubbio che è disperazione! 
Che giova poter dubitare, a colui 
che non riesce a decidersi! 
Può sbagliare ad agire 
chi di motivi troppo scarsi si contenta! 
ma inattivo rimane nel pericolo 
chi di troppi ha bisogno.

Tu, tu che sei una guida, non dimenticare 
che tale sei, perché hai dubitato 
delle guide! E dunque a chi è guidato 
permetti il dubbio!

Bertolt Brech


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martedì 18 marzo 2014

Scontro ai vertici della procura di Milano: il sistema giustizia in mano alle correnti.

Mio articolo pubblicato su "Gli Altri".

Tramite la denuncia al Csm del procuratore aggiunto Alfredo Robledo di Milano nei confronti del procuratore Edmondo Bruti Liberati, si è scoperto che all’interno della procura di Milano è in corso da tempo una vera e propria guerra interna tra fazioni, o meglio tra correnti. In realtà è il segreto di Pulcinella e, chi conosce bene l’ambiente togato , queste divisioni e assegnazioni a seconda la convenienza e “fratellanze”, sono guerre permanenti che avvengono in molte procure importanti.

Scontro ai vertici della procura di Milano <br/> Il sistema giustizia in mano alle correnti
A sinistra il procuratore aggiunto Alfredo Robledo; a destra il procuratore Edmondo Bruti Liberati. 

Il magistrato Robledo, che appartiene alla corrente di Magistratura indipendente, si è sentito espropriato dalle sue indagini che venivano sistematicamente assegnate ai suoi colleghi che appartengono alla corrente di Magistratura democratica: esisterebbe una sorta di “cerchio magico” composto dagli esponenti della Md come Bruti Liberati stesso, il capo del pool reati finanziari Francesco Greco, la Boccassini, il vice capo dell’ufficio gip Claudio Castelli e molti dei presidenti di sezione del tribunale civile e penale.

Tramite questa denuncia si mette in evidenza anche un altro aspetto importantissimo e grave. Robledo, tramite la lettera indirizzata al Csm, denuncia il fatto che aveva intenzione di far partire il prima possibile un indagine relativa ad un ipotesi di reato (scaturita da un’inchiesta giornalistica) nei confronti della gestione dell’ospedale milanese San Raffaele, e che Bruti Liberati gli avrebbe mandato una comunicazione: “In ragione della estrema delicatezza della complessiva vicenda San Raffaele” ordinava che “nel frattempo” non venisse “disposta alcuna nuova iscrizione, né, ovviamente, presa alcuna iniziativa d’indagine”. Quindi in questo caso l’obbligatorietà dell’azione penale non è stata rispettata: un motivo in più per abolirla visto che l’azione penale viene in realtà condotta a seconda la convenienza del momento.

In questa storia viene insomma a galla quel segreto di Pulcinella che riguarda l’intero apparato giudiziario. A causa di una sottocultura giustizialista e legalitaria che ha divinizzato l’Istituzione giudiziaria si è perso di vista che la magistratura è un potere dello Stato: e in barba della Costituzione stessa, è un organismo politico (iper lottizzato) potentissimo e che, come ogni potere, vige una lotta interna tra fazioni. Il problema è che, questa guerra corporativa, crea malagiustizia e stritola vite umane che sfortunatamente incappano in quel meccanismo dove è difficile uscirne fuori indenne fisicamente e mentalmente.

Ma in tutta questa storia c’è una questione a parer mio ridicola: ovvero la denuncia portata al Csm. E’ come se, per denunciare un dirigente industriale, uno si rivolgesse al manager che egli stesso ha voluto. Mi spiego meglio. La nomina dei capi delle procure (come Liberati) la fa il Csm stesso che decide forte di una maggioranza di due terzi eletta dagli stessi magistrati: nomine che avvengono in base agli equilibri all’interno del sindacato delle toghe, l’Anm, e delle correnti “politiche” come Magistratura democratica, Unicost, Area e Magistratura indipendente. Quindi è un cane che si morde la coda.

Senza una riforma seria dell’intero apparato giudiziario (e il Governo Renzi si tiene ben lontano dal farlo) e penitenziario non cambierà mai nulla. Nessuna denuncia né scandalo potrà portare qualche beneficio: la magistratura non si autoriformerà mai.


Niki Aprile Gatti: nuova interrogazione parlamentare del M5S

Mio articolo pubblicato su  "Agoravox" e "Osservatorio sulla repressione"

Ieri (il 17 marzo, ndr) l'onorevole Alessandro Di Battista del Movimento Cinque Stelle ha depositato una interrogazione parlamentare per chiedere un intervento del Ministro della Giustizia Orlando affinché faccia luce sulla morte di Niki Aprile Gatti. È una notizia importante visto che, con questa nuova iniziativa, siamo arrivati esattamente alla quarta interrogazione. Quelle precedenti, più due solleciti per avere la risposta, sono rimaste inevase: silenzio più totale dal parte degli scorsi Governi. Ci auguriamo che finalmente ci sia una risposta chiara, non di circostanza e soprattutto propositiva.

                              


Il parlamentare Di Battista così ha scritto sulla sua bacheca di Facebook:
"Qualche giorno fa ho parlato con la mamma di Niki Gatti. Niki il 22 giugno 2008 fu ritrovato morto nella sua cella. Il reato a lui contestato: frode informatica. Fu arrestato insieme ad altre 17 persone, solo Niki ha risposto ai magistrati durante l’interrogatorio di garanzia, tutti gli altri si sono avvalsi della facoltà di non rispondere. Tanti misteri: un livido a forma di cerchietto sul braccio, testimonianze dei compagni di cella divergenti, un furto nell’azienda dove lavorava e uno nella sua abitazione e tutti gli indagati sono tornati liberi. Niki ha collaborato con la giustizia, ma per lui giustizia ancora non c’e’ stata: la sua morte archiviata come suicidio. La madre Ornella Gemini chiede verità e giustizia da quasi 6 anni, il Ministro della Giustizia ha il dovere di intervenire per rispondere agli interrogativi. 
Io ho appena depositato un’interrogazione al riguardo. Mi auguro che il Ministro Orlando risponda rapidamente e che vi siano giornalisti e blogger interessati ad approfondire la vicenda e riaccendere dei riflettori su uno dei migliaia di casi italiani ancora troppo oscuri. Un abbraccio a Ornella e alla sua famiglia."

 La mattina di quel maledetto 24 giugno del 2008, Niki Aprile Gatti è stato ritrovato morto dentro la sua cella. Si sarebbe impiccato con un laccio che non avrebbe dovuto avere. Un laccio che, secondo la Magistratura , sarebbe bastato per sorreggere un peso di oltre 90 Kg. Sono passati, sei maledetti anni e la verità ufficiale è il suicidio: la Magistratura aveva definitivamente archiviato tutto. 

Ma la verità che si può intravvedere è un'altra e il contesto l'ho definito qui
Nel frattempo è accaduto un fatto strano ed inquietante: Ornella Gemini, la madre di Niki, aveva un blog che è stato cancellato recentemente da "qualcuno" che è riuscito ad acquisire la sua password. Non si è scoraggiata e ha aperto un altro blog (http://nikiaprilegatti.com/) e quello della sua neonata associazione (http://associazionenikiaprilegatti.com/niki-aprile-gatti/).

Niki non si è suicidato, secondo me: troppe anomalie e contraddizioni mai chiarite. Penso che Niki sia stato ucciso, forse perché, da innocente, poteva rivelare alcune cose che potevano recare fastidio. È stato l’unico tra i diciotto arrestati (inchiesta Premium) a non avvalersi della facoltà di non rispondere e a differenza degli altri diciassette, cui verranno concessi gli arresti domiciliari, sarà trasferito, stranamente, nel carcere di Sollicciano, a Firenze, e non in quello di Rimini. 

 L’Inchiesta Premium si andava ad intrecciare ad altre indagini che approdano ad un’altra inchiesta, a Perugia: gente mafiosa, broker che viaggiavano tra Londra e l’Italia, business di compagnie telefoniche, odor di riciclaggio di denaro sporco tramite società finanziarie, omicidi, conoscenze importanti come un esponente della Guardia di Finanza: inchieste giudiziarie mai unite e, forse, mai approfondite fino in fondo. Perché?

All'interno del carcere è possibile ammazzare su commissione le persone scomode e spacciarle per suicidio: il carcere, proprio per la sua aberrante condizione, è soprattutto una trappola. Rinchiudere, preventivamente, le persone con facilità è da irresponsabili: ma i magistrati se ne infischiano.

lunedì 17 marzo 2014

Niki Aprile Gatti: "Ma è arrivata la Morte, inaspettata, alle spalle…traditrice"

La mattina del 24 Giugno del 2008, Niki Aprile Gatti , è stato ritrovato morto dentro la sua cella. Si sarebbe impiccato con un laccio che non avrebbe dovuto avere. Un laccio che, secondo la Magistratura , sarebbe bastato per sorreggere un peso di oltre 90 Kg. Sono passati  sei maledetti anni e la verità ufficiale è il suicidio: la Magistratura aveva definitivamente archiviato tutto. Sono state fatte addirittura ben tre interrogazioni parlamentari e sono rimaste inevase, senza alcuna risposta.

Ma la verità che si può intravvedere è un'altra e il contesto l'ho definito in questo mio dossier:  http://incarcerato.blogspot.it/2012/06/dossier-dalla-ndrangheta-massoneria.html 
Nel frattempo è accaduto anche un altro fatto strano ed inquietante: Ornella Gemini, la madre di Niki, aveva un blog che è stato cancellato recentemente da "qualcuno" che è riuscito ad acquisire la sua password. Non si è scoraggiata e ha aperto un altro blog (http://nikiaprilegatti.com/) e quello della sua associazione (http://associazionenikiaprilegatti.com/niki-aprile-gatti/)

Per ricordalo ripropongo questo mio straziante scritto: si tratta di  un racconto ipotetico di Niki per far capire come avvenne l’omicidio. Ebbene, dopo qualche tempo arrivò la notizia dell’omicidio-suicidio di un carcerato: stessa modalità come il racconto ipotizzato. Questo per far capire che è possibile all'interno del carcere ammazzare su commissione le persone scomode e spacciarle per suicidio: il carcere, proprio per la sua aberrante condizione, è soprattutto una trappola. Rinchiudere, preventivamente, le persone con facilità è da irresponsabili: ma i magistrati se ne infischiano.

                              


Ecco mi trovo catapultato qui, e chi se lo immaginava? Ma pazienza probabilmente sarà un'esperienza che mi renderà ancor più forte nell'affrontare la vita, ne sono sicuro. Ma quanto è triste questo carcere! I miei compagni di cella sono molto simpatici ma distrutti, si vede che non hanno avuto vita facile. Non so ma penso che non sia il carcere la soluzione per loro, credo che valga la stessa cosa per tante altre persone. Mamma, non oso immaginare come stai ora! Per fortuna c’è il grande Roberto che con la sua calma ti starà tranquillizzando. Mi dispiace solo che non ti abbiano fatto parlare con me. Ma perchè si comportano così?
Ha ragione la mia cuginetta Sara, l’ho sempre detto che faceva bene a ribellarsi e cercare di cambiare qualcosa. Ecco tra poco il Magistrato mi riceverà: non vedo l’ora di dire tutto quello che facevo nel mio lavoro e sicuramente mi faranno uscire. Non vedo l’ora di riabbracciarti, mamma! Poi c’è il mio fratellino Nathan, immagino già le domande che mi farà. Gli racconterò la mia esperienza, lui sembra me da piccolo: così curioso del mondo…

L’ora d’aria! La sezione del carcere quasi deserta. Ci sono nel corridoio due uomini che sembrano detenuti in compagnia di un’ altra persona e che detenuto non lo era affatto. Si sentono dei passi metallici che pian piano pare che si avvicinino verso la cella dove c’era Niki. L’altro compagno era appena uscito per farsi il metadone. L’altro era a letto forse a dormire. Niki stava pensando se fosse il caso di cambiarsi il pigiama per uscire un po’ visto che era l’ora per i passeggi.

Certo è incredibile, tutto avrei immaginato che finire in prigione. Eppure amo così tanto il lavoro: ho ancora tanti progetti da fare! Ma uscito da qui ricomincerò tutto da capo. Già sto immaginando la gioia di mamma quando mi rivedrà. Sono sicuro che sta facendo di tutto per vedermi e farmi uscire. Ma non servirà, chi è nel giusto come me, uscirà no?

Ecco che entrano i tre uomini, uno ha una faccia particolarmente brutta. Non sembra affatto gente buona. Quello che sta al letto apre un attimo gli occhi. “Tu stronzo chiudi gli occhi e dormi, stai muto sennò ti rimandiamo in Africa. Drogato di merda!” Tremando richiuse gli occhi e si paralizzò nel letto.

Niki ebbe un brivido fastidioso lungo la schiena, c’era una situazione che non gli piaceva affatto. Una sensazione indescrivibile, come se fosse un presagio di qualcosa non proprio bella.
“Dai ragazzo vieni qui dentro al bagno con noi, ti dobbiamo parlare. Tranquillo, tutto ok!”

Ho paura, si ho paura! Mi sta battendo il cuore forte, sto sudando, cosa vogliono da me questi qui? Spero di sbagliarmi,ho una strana sensazione. Non posso credere a quello che penso. No, non posso…e poi perchè? Perchèèè?

I due si misero di fianco a Niki, e gli bloccarono braccia e spalle. Il terzo era dietro di lui e lo prese per la testa. “Dai ragazzo fermo e zitto, sarà un attimo, quasi indolore…”
Niki urlò a squarciagola, chiese un aiuto disperato che si propagò per tutta la sezione. Forse c’era qualche altro detenuto nelle celle limitrofe che lo sentì….

Si dice che quando si sta per morire, in un attimo, ti passa tutta la tua vita davanti. A me ora quello che sta passando è la paura fottuta della morte, della sofferenza,di quello che ci sarà dopo e non so nemmeno il perchè di tutto questo. Ho paura mamma, ho tanto paura! 
Ma durante questo mio urlo di aiuto e di paura sto vedendo te,mia dolce mamma! Quanto mi hai amato, ed è solo grazie a te che ho vissuto questa mia breve ma intensa vita piena di felicità. Se sono stato sempre un ragazzo sicuro di se è per l’amore della mia famiglia: loro hanno sempre creduto in me. 
Ma io so che da ora in poi tu sarai perennemente triste e straziata dal dolore. Non voglio questo mamma, non lo voglio! Oddio mamma, quanto vorrei essere ora vicino a te almeno per stringerti la mano durante il trapasso. Il mio ultimo pensiero a te, a Nathan e ai miei cari…
Voglio tanto abbracciarvi per l’ultima volta e dirvi che questi qui non valgono nulla e non la passeranno liscia: i vermi vivono sottoterra, ma alla fine affiorano sempre.  Ma è arrivata la Morte, inaspettata, alle spalle…traditrice.

La persona che era dietro cacciò fuori un laccio preso dalla scarpa di Niki, lo tenne ben teso e lo avvolse intorno al collo. Poi il buio…