mercoledì 21 maggio 2014

Il detenuto più "pericoloso"? E' quello che conosce e sa far valere i suoi diritti.

Un mio articolo pubblicato la settimana scorsa su "Gli Altri" e citato dalla rassegna stampa di Radio Radicale.

                        

Ce lo chiede l'Europa", il mantra che i tutti i Governi che sono succeduti usano per giustificare le politiche di "lacrime e sangue". Questa è l'Europa del mercato unico, dei tecnocrati e dell'esautorazione del potere politico al quale gli rimane esclusivamente la gestione repressiva dello Stato.
La crisi democratica è evidente, e per questo come reazione aumentano i nazionalismi e populismi di matrice xenofoba e securitaria.

Ma c'è anche l'altro volto dell'Europa che mira però a difendere la concezione del diritto, e per questo, attraverso la Corte di Strasburgo, ci bacchetta e condanna in continuazione. In questo caso i nostri governanti, per questioni vigliaccamente elettorali, fanno orecchie da mercante o, nel caso migliore, prendono provvedimenti insufficienti.

Adriano Sofri , in un suo prezioso scritto, cita un'intervista apparsa su Le Monde nei confronti di Jean-Marie Delarue, "Controllore generale dei luoghi di privazione della libertà", carica istituita in Francia nel 2008 (in Italia ancora stiamo aspettando l'istituzione del garante nazionale dei detenuti).
Illustrandone il sesto rapporto, all'ultimo anno del suo mandato, Delarue spiega che il detenuto che oggi "bisogna far tacere a tutti i costi" è il "procedurista", quello deciso a far uso di tutte le procedure, consentite dalla legge, quello che presenta esposti e denunce contro tutto ciò che nella condizione del carcere viola i suoi diritti.

In Italia, grazie soprattutto agli interventi dei Radicali, alcuni detenuti hanno imparato ad utilizzare l'arma non violenta: quella di rivendicare i propri diritti attraverso le vie legali. Sono loro i più pericolosi per il sistema visto che riescono a colpire la parte più sensibile dello Stato: i soldi dei contribuenti. E grazie alle loro denunce, il problema vergognoso delle nostre carceri è diventato una questione europea.

In questo mese c'è una scadenza importante perché il 28 maggio termina l'anno concesso all'Italia dalla stessa Corte di Strasburgo per cancellare la condizione "inumana" delle sue 205 carceri. Nel maggio 2013 la Cedu aveva condannato l'Italia a risarcire con 100 mila euro ben sette detenuti a Busto Arsizio e a Piacenza, sottoposti a "condizioni inumane e degradanti, e assimilabili alla tortura": i reclusi disponevano di soli 3 metri quadrati a testa.

L'allora governo italiano riuscì ad ottenere una proroga ottenendo la sospensione di altri 8mila ricorsi pendenti contro il sovraffollamento. Ora il tempo è scaduto e i dati sono sconfortanti visto che i decreti contro il sovraffollamento sono stati insufficienti (altro che svuota carceri come paventavano i giustizialisti creando allarmismo in cattiva fede) e recentemente il Consiglio d'Europa ha denunciato che l'Italia, quanto a sovraffollamento, è seconda solo alla Serbia.

Questa è la nostra situazione vergognosa del sistema carcerario, e se vogliamo evitare l'ulteriore condanna (che ci andrà a costare dai 100 ai 300 milioni di euro) l'unica strada immediata è quella di varare l'amnistia e l'indulto, accompagnandoli con riforme strutturali: quando una situazione è in stato comatoso, prima si pensa a salvare la vita (amnistia) e subito dopo la terapia (riforme). Ma il Governo Renzi non lo farà mai, soprattutto quando c'è un'altra imminente scadenza: quella elettorale. E si sa, difendere le condizioni inumane delle persone confinate nelle celle, non porta voti.

giovedì 15 maggio 2014

La trattativa Stato-mafia, l'altra verità.

Pubblico il mio articolo sulla trattativa uscito la settimana scorsa su "Gli Altri". Un atto dovuto visto la mistificazione dell'informazione e la pseudo contro - informazione della solita cricca legalitaria "di sinistra". Nei tempi della paranoia e del complottismo dove si è ridotta drasticamente la capacità critica e di analisi, forse sarebbe meglio diffidare dai nuovi guru dell'informazione e utilizzare la propria testa, magari studiando e approfondendo (capisco che sia faticoso, meglio recepire passivamente le notizie). Bisogna diffidare da coloro che seminano certezze, e mai nessun dubbio. Diffidiamo anche dal nuovo film (furbo) della Guzzanti che ha presentato a Cannes. Povera sinistra, ma come sei diventata?


Strage di Capaci
In questi giorni c’è una polemica in atto tra il giornalista Travaglio e il giurista Fiandaca in merito alla vicenda giudiziaria relativa alla cosiddetta trattativa mafia – stato; polemica nata dopo la pubblicazione del libro “La mafia non ha vinto” scritto a quattro mani dallo stesso Fiandaca e lo storico Lupo. Un libro che stigmatizza i rapporti tra  potere giudiziario e potere esecutivo, evidenziandone, a dispetto dell’indipendenza tra i poteri voluta dal Costituente, le vistose interferenze:  compete al potere esecutivo ricercare le strategie di intervento necessarie a prevenire la commissione di atti criminosi (come furono le stragi mafiose del terribile biennio 92-93)e senza che ci siano ingerenze dell’autorità  giudiziaria. La magistratura ha il solo compito di intervenire in caso di violazioni del codice penale, invece di fatto si insinua nello stabilire cosa competa al Governo per salvaguardare l’ordine pubblico: quando i tre poteri dello stato interferiscono tra di loro, è il principio di una svolta autoritaria e della sepoltura definitiva del diritto.

La presunta trattativa (per Travaglio, invece, dimenticando che ancora c’è un processo in corso, è un fatto acclarato,) sarebbe nata in un contesto ben preciso. Dopo la conferma in Cassazione del 30 gennaio 1992 delle pesanti condanne inflitte dai giudici del maxiprocesso, Cosa nostra avrebbe reagito realizzando un programma stragista avente come fine ultimo la ricostruzione di un rapporto di pacifica convivenza tra il mondo mafioso e quello politico-istituzionale: le stragi costituivano uno strumento necessario per piegare psicologicamente il ceto politico di governo e ottenere dei favori. Il piano stragista è iniziato con l’omicidio del parlamentare Salvo Lima nel marzo del 1992 e prevedeva anche l’uccisione di Giulio Andreotti, Claudio Martelli, Calogero Mannino e altri: tutti colpevoli di aver voltato le spalle a Cosa nostra, di averla tradita e di non aver mantenuto le promesse di aggiustamento del maxiprocesso presso la Corte di Cassazione. Così sarebbe nata l’iniziativa dei Ros - sollecitata, secondo i pm, da Calogero Mannino- di contattare l’ex sindaco di Palermo Vito Ciancimino come possibile tramite di comunicazione con il vertice mafioso corleonese. Questa presa di contatto, ammessa dagli stessi ufficiali dei carabinieri (Mori e De Donno) che ne sono stati protagonisti, avrebbe avuto la finalità di tentare qualche strada per far desistere la mafia dal portare a termine le azioni criminali programmate: è in questo momento che Ciancimino avrebbe consegnato il famoso papello contenente richieste specifiche per trattare con lo Stato.

Secondo Travaglio (e i Pm) è questa la prova incontrovertibile della trattativa visto che l’allora Ministro Conso avrebbe agito in conformità delle direttive. Cosa non assolutamente vera. Il papello prevedeva l’abolizione del 41 Bis (mentre sappiamo che purtroppo questa tortura di Stato, in barba al diritto internazionale, è vigente più che mai), carcerazione vicina ai familiari (sappiamo che non è così), nessuna censura della posta, abolizione del 416 bis (il reato di associazione mafiosa), chiusura delle supercarceri, riforma della giustizia all’americana e revisione del maxi processo a Casa Nostra. Nessun punto è stato mai applicato, tranne la chiusura delle super carceri di Pianosa e Asinara: atto necessario visto che erano la vergogna di un Paese che ha il coraggio di definirsi civile. Che trattativa ci sarebbe stata se, di fatto, la mafia non ha ricevuto nessun beneficio? I soldi di Cosa Nostra sono stati sequestrati, i boss dell’epoca sono tutti in galera, ininterrottamente sottoposti ai rigori del 41 bis. Altra provache ci sarebbe stata la trattativa è la mancata cattura di Provenzano  da parte dei Ros : il generale Mori è stato assolto in quanto non favorì in alcun modo Provenzano e comunque, giusto per ricordare, l’operazione era guidata dal magistrato Caselli.

La terza prova, che poi sarebbe l’architrave di tutto il processo in corso sulla presunta trattativa, è la testimonianza di Massimo Ciancimino, figlio dell’ex sindaco Vito, definito dai giudici che assolsero Mori, una persona inattendibile (in soldoni un falso testimone) ed è tuttora indagato per calunnia: perché invece dai Pm di Palermo è ritenuto attendibile (attendibile come Scarantino, il falso pentito della strage di via D’Amelio?) e addirittura, nei suoi confronti, Travaglio si scopre “garantista”? Dubbi legittimi e domande da porsi per il conseguimento della verità, soprattutto quando in ballo ci sono stragi, gli omicidi “spettacolari” nei confronti di Falcone e Borsellino (perché i loro colleghi, tra i quali il magistrato intellettuale Scarpinato, hanno richiesto e ottenuto l’archiviazione dell’inchiesta “mafia appalti”?). E, questione delicata, quando si prova a rendere umane le carceri e mettere in discussione lo strapotere giudiziario, subito rispunta il fantasma della “trattativa”. Una spada di Damocle davvero insostenibile.

sabato 10 maggio 2014

Diminuisce il welfare, aumenta la sorveglianza.

Un mio articolo pubblicato la settimana scorsa sul settimanale "Gli Altri", mentre oggi in edicola troverete un mio articolo dove smonto la tesi processuale sulla trattativa stato- mafia.

Il Panopticon
                                 

Essere di sinistra, per definizione, vuol dire mirare alla riduzione della strafottenza del potere, ai suoi abusi , alle disuguaglianze prodotte dal capitalismo e in particolare l’abuso del potere giudiziario e poliziesco. La sinistra da molti anni , grazie all’antiberlusconismo a senso unico, ha ridotto all’osso la sua cultura giuridica egualitaria perché ha difeso la magistratura dagli attacchi, molto spesso strumentali, riducendone di conseguenza la critica. 

Per questo motivo , durante questi anni, la cultura progressista ha perso la sua componente libertaria, quella che negli anni ’70 incorporò  alla propria lotta i movimenti  delle prigioni, e la cooptazione portò ad eccessi talmente romantici che si arrivò a considerare i carcerati come l'avanguardia della rivoluzione.  Le lotte operaie e studentesche esplosero all’interno del carcere e , come scrisse lo studioso Brossat ,“militanti politici, colpiti dalla  repressione hanno scoperto l’ universo penitenziario, si sono avvicinati ai detenuti comuni e hanno provocato l’apparizione fuori dal carcere di uno spazio pubblico nel quale in primo piano è posto all’attenzione proprio l’ordine penitenziario”:   misero in difficoltà perfino le gerarchie mafiose all’interno del carcere che garantivano ordine e disciplina. Sì, quell’ordine e disciplina che i legalitari di sinistra ( ossimoro oramai diventato realtà) odierni pretendono in nome di una certa antimafia.

Il carcere, per la sinistra, rappresentava un luogo da combattere perché era (e lo è tuttora) l’esatta rappresentazione del potere che si basa sul controllo sociale. Sempre in quegli anni scoppiarono numerose rivolte in qualsiasi latitudine del globo: è il caso della rivolta carceraria del ’69 alle “Nuove” di Torino, città operaia in cui qualche mese prima era avvenuta la prima occupazione universitaria, di quella nel penitenziario di Attica (Stato di New York) che fu repressa con la morte di decine di detenuti, o della rivolta a Toul come non se ne vedevano dal diciannovesimo secolo: un’intera prigione si ribellò. In quegli anni il filosofo Michael Foucault si trasferì a Tunisi dove ottenne una cattedra all’ Università, e lì iniziò a coltivare un particolare interesse per l’istituzione-carcere che ispirerà molti suoi libri come il celebre “Sorvegliare e punire”.

Oggi la realtà è completamente diversa, la base di sinistra ha messo da parte le sue battaglie per riformare il carcere e ha come portavoce uomini che sono contro ogni principio libertario come un Flores D’Arcais o Travaglio. Una sinistra che si oppone all’indulto, amnistia e con il passar del tempo ha inserito nel suo lessico parole che non rientravano nella sua cultura; al posto di parole come “giustizia sociale” sono entrati termini brutti e opachi come”pregiudicato”, “fedina penale”, “prescritto”; e invece di “certezza del  pane”, ora usa termini come “certezza della pena”. La spiegazione sta nel fatto che le politiche neoliberiste degli ultimi decenni hanno distrutto il Welfare State, destinando le sue risorse economiche alla sicurezza e quindi agli strumenti per preservarla. Mentre si consuma lo smantellamento dei sistemi Welfare, parallelamente o con uno scarto di pochi anni, i sistemi penali manifestano un movimento inverso e di espansione continua.  Tra i segnali più evidenti c’è lo spaventoso squilibrio tra le risorse destinate all’ azione repressiva e quelle destinate alle politiche di inclusione sociale. Emergenzialismo, proibizionismo,stato di eccezione sono i paradigmi in base ai quali gli Stati danno risposte securitarie alle domande, alle pulsioni, alle insicurezze sociali: la sicurezza sociale è stata fagocitata dal penale, dall’onnivora riduzione ad ordine pubblico permanente.


Il carcere moderno, come sempre, rappresenta l’attuale società “esterna” con tutte le sue frammentazioni e, in mancanza di lotte organizzate(esattamente come “fuori”) , i detenuti hanno come unica “arma” quella dell’autolesionismo, di bruciarsi e , spesso, di impiccarsi. Un tempo il carcere aveva bisogno di un’architettura carceraria simile al famoso Panopticon di Bentham ove i detenuti si sentivano sorvegliati 24 ore su 24 da un secondino che non potevano vedere, oggi invece il potere carcerario si basa all’auto distruzione come forma di visibilità: la stessa visibilità  che la società “esterna” rincorre e che porta a dire “intercettateci tutti” come quel famoso slogan populista figlio dell’antiberlusconismo.  

In pratica il potere si rafforza  grazie alla servitù volontaria, poi poco importa che in questa maniera si alimenta lo Stato “paternalistico” penale che porta a rinchiudere nelle carceri gli individui resi superflui dall’attuale assetto economico e sociale. Tutto questo accade, perché il populismo penale ha tratto in inganno tutti:  quello di far credere che le leggi carcerocentriche e repressive servissero per far condannare i potenti (e non sarebbe comunque giusto sostituire la lotta politica a quella giudiziaria), mentre in realtà non fanno altro che schiacciare i più deboli. Per  tutti questi motivi la sinistra deve riscoprire il garantismo come atto di resistenza.


venerdì 18 aprile 2014

ADDIO, GABRIEL GARCIA MARQUEZ !

Questa è una bellissima e intensa poesia del grande Gabriel Garcia Marquez. E' del 2001 e l'aveva inviata a tutti i suoi amici perchè pensava che a breve, avendo contratto il tumore, sarebbe morto. Da ieri, però, la sua esistenza è finita.

Se per un istante Dio si dimenticherà che
sono una marionetta di stoffa e
mi regalerà un pezzo di vita, probabilmente non
direi tutto quello che penso,
ma in definitiva penserei tutto quello che dico.

Darei valore alle cose, non per quello che valgono,
ma per quello che significano.

Dormirei poco, sognerei di più, andrei
quando gli altri si fermano,
starei sveglio quando gli altri dormono,
ascolterei quando gli altri parlano e
come gusterei un buon gelato al cioccolato!!

Se Dio mi regalasse un pezzo di vita,
vestirei semplicemente,
mi sdraierei al sole lasciando scoperto non solamente
il mio corpo ma anche la mia anima.

Dio mio, se io avessi un cuore, scriverei
il mio odio sul ghiaccio e
aspetterei che si sciogliesse al sole.

Dipingerei con un sogno di Van Gogh
sopra le stelle un poema di Benedetti
e una canzone di Serrat sarebbe la serenata
che offrirei alla luna.

Irrigherei con le mie lacrime le rose,
per sentire il dolore delle loro spine
e il carnoso bacio dei loro petali.

Dio mio, se io avessi un pezzo di vita
non lascerei passare un solo giorno
senza dire alla gente che amo,
che la amo.

Convincerei tutti gli uomini e le donne
che sono i miei favoriti e
vivrei innamorato dell'amore.
Agli uomini proverei
quanto sbagliano al pensare
che smettono di innamorarsi
quando invecchiano, senza sapere
che invecchiano quando smettono di innamorarsi.

A un bambino gli darei le ali,
ma lascerei che imparasse a volare da solo.

Agli anziani insegnerei
che la morte non arriva con la vecchiaia
ma con la dimenticanza.

Tante cose ho imparato da voi, gli Uomini!

Ho imparato che tutto il mondo ama vivere
sulla cima della montagna
senza sapere che la vera felicità
sta nel risalire la scarpata.
Ho imparato che
quando un neonato stringe con il suo piccolo pugno,
per la prima volta, il dito di suo padre,
lo tiene stretto per sempre.
Ho imparato che un uomo
ha il diritto di guardarne un altro
dall'alto al basso solamente
quando deve aiutarlo ad alzarsi.

Sono tante le cose
che ho potuto imparare da voi,
ma realmente,
non mi serviranno a molto,
perché quando mi metteranno
dentro quella valigia,
infelicemente starò morendo.

GABRIEL GARCIA MARQUEZ

domenica 13 aprile 2014

Proroga Opg: gli ospedali psichiatrici giudiziari vanno chiusi per davvero!

Il mio articolo apparso su "Gli Altri"!

Entro il 31 Marzo del 2013 , per una legge approvata dopo un’indagine parlamentare allora condotta da Ignazio Marino, gli Ospedali psichiatrici giudiziari dovevano essere immediatamente chiusi; con un decreto legge ci fu una proroga al 1 Aprile del 2014. Arrivati a tale data, a causa delle Regioni che non sono state in grado di attuare la norma, c’è stato un ulteriore rinvio di un anno: il rischio maggiore è che i termini di questa nuova proroga possano essere disattesi, innestando così un circolo vizioso senza fine.

                         

Ma quale inadempienza c’è stata? Il buon senso potrebbe far immaginare che le Regioni non siano state in grado di veicolare il denaro nelle strutture comunitarie e terapeutiche, rafforzando così i servizi territoriali frutto della Legge 180 (conosciuta come Legge Basaglia) che prevede l’alternativa ai manicomi. Purtroppo non è così per due motivi principali. Il primo è che i manicomi criminali (perché questi sono gli Opg, seppur hanno cambiato denominazione ) non rientrano nella categoria della legge 180: nel 1974 in parlamento era stato presentato un disegno di legge per far confluire gli Opg nel sistema sanitario, ma fu respinto; il secondo motivo è che la legge prevede come alternativa l’apertura dei Rems (residenze per l’esecuzione della misura di sicurezza sanitaria), ovvero dei micro Opg : se di facciata i nuovi edifici dovrebbero essere più simili a cliniche terapeutiche di educazione e riabilitazione degli internati, nella realtà queste strutture saranno istituzionali esattamente come le precedenti e l’unica cosa che cambierà sarà il passaggio della gestione dallo stato alla regione.

Questa legge, ulteriormente prorogata, che prevede la chiusura degli Opg è in realtà molto debole e rischia di essere inevasa non perché incrementa la massima applicazione di misure di sicurezza non detentive con inclusione  sociale e territoriale dei percorsi di cura, ma semplicemente perché si riduce ad un problema di  edilizia pubblica e privata. E ci vogliono tanti soldi che le Regioni non riescono a reperire: il costo stimato per un Rems è di 6 milioni di euro (per la sola costruzione) con una capienza di 40 posti letto rispetto al centinaio abbondante degli attuali. I tempi di progettazione e appaltabilità sono fissati in 18 mesi e quelli di realizzazione sono definiti in 24 mesi. Il continuo del progetto è poi di realizzarne 21, uno per ogni regione. Ancora una volta l’alternativa non è quella di un percorso sociale, ma di edilizia carceraria (i Rems saranno sempre considerati istituti carcerari e il personale sanitario, come gli Opg che dovrebbero essere superati,  rischia di essere adibito a ruolo di “secondino”) e penale.

La questione penale riguardante i manicomi criminali è interessante, e andrebbe conosciuta per comprendere il suo necessario superamento.  I manicomi giudiziari affondano le loro radici nell’800 e sono sorti per due ragioni: “accogliere” i detenuti folli e per accogliere anche, a differenza dei folli “normali”, gli autori di reati poi prosciolti per vizio totale di mente.  Per quest’ultimi l’allora codice Zanardelli non prevedeva alcuna conseguenza penale, ma il solo ricovero in un ospedale psichiatrico civile. Poi correvano gli anni ’20, quelli del regime fascista che chiedeva “ordine e disciplina”: non potendo accettare l’idea che i “pericolosi” potessero recar danno alle persone “perbene”, occorreva essere più autoritari  a cominciare dai nuovi codici. Alfredo Rocco, l’allora Guardasigilli fascista,  esortava i tecnici del diritto a “svincolarsi dai limiti garantistici della pena”(il garantismo è stato sempre inviso dalla cultura fascista, ma molti a sinistra se lo dimenticano) e introdusse il concetto del “doppio binario” nei confronti dei folli: ovvero affiancare alla pena , fondata sulla colpevolezza, un’ulteriore sanzione chiamata “misura di sicurezza”. Il legislatore , in definitiva, chiede al giudice di stabilire quanto sia probabile che il soggetto compia nuovi reati in futuro:  il concetto del “doppio binario” del Codice fascista Rocco, se non viene abolito, è un rubinetto che alimenta l’Opg o i futuri Rems.


Gli Ospedali psichiatrici giudiziari devono essere chiusi attraverso il rafforzamento di una cultura della responsabilità e della presa in carico delle persone internate da  parte dei dipartimenti di salute mentale, insieme ad un aumento delle risorse verso gli stessi. Inoltre bisogna pretendere dai Magistrati che favoriscano condanne alternative alle pene, e magari ricordare ai “partigiani della Costituzione” che si rifanno, per accusare e punire, a un codice penale che porta ancora la firma di Mussolini e del Re.

domenica 6 aprile 2014

Gli Ospedali Psichiatrici Giudiziari

Venerdì prossimo sul settimanale Gli Altri uscirà un mio articolo sull'ennesima proroga della legge che prevede la chiusura degli Opg. In realtà spiegherò che comunque non è una vera e propria chiusura, ed è la solita legge debole quando riguardano i diritti. L'Italia è un Paese eternamente emergenzialista con pulsioni di una certa etica fascista dello Stato. D'altronde ancora oggi si emettono condanne attraverso un codice penale che ancora conserva la firma di Mussolini e del Re. Ricordiamo cosa disse il Guardasigilli Alfredo Rocco: "Bisogna svincolarsi dai limiti garantistici della pena". Qualcuno lo dica a chi si definisce di sinistra e legge Il Fatto quotidiano.

Ps probabilmente ci saranno delle novità personali, quando si concretizzeranno sarò contento di parlarne e forse mi toccherà riaprire il profilo Facebook: ma in questo caso c'è un senso...

lunedì 31 marzo 2014

Perchè il carcere non serve a niente.

Questo è il mio articolo per l'abolizione del carcere apparso sul giornale Gli Altri.


Il più bel gioco di gruppo che tutti noi abbiamo fatto da bambini è stato quello del “nascondino”, bello perché confidavamo che alla fine arrivasse un amico che dicesse “Tana libera tutti!” per liberarci dallo stato di restrizione dei nostri più impensabili nascondigli: per capire la necessità dell’abolizione dell’istituzione carceraria bisogna ritornare un po’ bambini e percepire  che qualsiasi tipo di restrizione è innaturale e soprattutto inconcludente. Se pensiamo di risolvere il problema (perché è chiaramente un problema) carcerario attraverso la costruzione di altri penitenziari più moderni, oppure semplicemente predicare il rispetto della legalità al loro interno, vuol dire non aver capito quasi nulla: in tutti questi discorsi, davanti c’è sempre la menzogna comprensibile, e dietro l’incomprensibile verità.  Il carcere è paragonabile, nel senso letterario del termine, ad un campo di concentramento: per definizione è l'eliminazione della vita privata, la crudeltà e la violenza sono soltanto un aspetto secondario (e per nulla necessario).

Il sistema penitenziario è un luogo, di concentramento appunto, dove vengono stipate le persone e 24 ore su 24 non hanno nessuna sfera privata, nessuna intimità, ci si spersonalizza e "infantilizza" (devono compilare le domandine per ogni cosa: una matita, un quaderno, etc..); devono comportarsi bene, e per bene vuol dire che non devono lamentarsi, devono essere costretti ad ubbidire agli umori del direttore di turno o a quello del secondino, non devono fare perfino lo sciopero della fame (c'è chi lo fa e viene punito, oppure c'è chi ha continuato ed è stato lasciato morire senza che nessun magistrato di "sorveglianza" intervenisse per farlo liberare e curare in ospedale). Ho per caso elencato reati contemplati dal codice penale ? No, questa è l'Istituzione ed è del tutto legale. Se un domani i secondini violenti smettessero di riempire di botte un detenuto, il problema rimarrebbe esattamente come prima: l'istituzione carceraria è l'essenza della tortura (soprattutto psicologica) e del "sorvegliare e punire" come ci ha spiegato Foucault. In definitiva l’obiettivo non dovrebbe essere rendere le carceri luoghi migliori in cui vivere, ma  mettere in discussione la loro esistenza.

Parlare, oggi che prevale l’ideologia carcerocentrica che vorrebbe trasformare l’intera società in un’aula di tribunale, dell’abolizione del carcere è una sfida importante e per questo cerchiamo di rispondere alle principali obiezioni che giustamente vengono poste.

                          



Il carcere è inevitabile che ci sia, soprattutto per una civiltà complessa e piena di pericoli come la nostra!

Partiamo dal fatto incontestabile che qualsiasi tipo di Istituzione è parsa inevitabile agli occhi della maggior parte delle persone, così come era apparso inevitabile l’Istituto del manicomio e qualche secolo prima l’istituzione della schiavitù. Dal punto di vista sociologico queste sono delle sovrastrutture che mascherano le classi dominanti  che attuano un controllo sociale sulle classi subalterne. Il carcere per questo ci pare inevitabile perché siamo nati con la sua esistenza e quindi come unica soluzione per punire chi ha commesso un reato. In realtà il carcere ha come utilità quella di darci l’illusione di giustizia e nello stesso tempo sentirci al sicuro perché sappiamo che esiste un luogo dove vengono confinate le persone asociali e pericolose.  In parole povere crediamo a questa truffa istituzionalizzata: il mito che il carcere ci renda sicuri e sia una parte essenziale dello scenario sociale.

E’ giusto che il carcere esista per come è stato concepito, se non ci fosse le persone non avrebbero paura di commettere reati!

In realtà è stato dimostrato che non è così. Il carcere, compreso quello duro e incostituzionale come il 41bis, non funge da deterrente. Una persona decisa a commettere un reato  di certo non si fa condizionare dall’esistenza del carcere e non parliamo di chi per un raptus di follia commette un omicidio: figuriamoci se in quel momento pensa alla carcerazione a vita.  L’istituzione carceraria non è  assolutamente sinonimo di prevenzione.  


Sì d’accordo, ma almeno quando una persona ci finisce dentro poi ci ripenserà due volte a delinquere!

Anche in questo caso è del tutto falso. I dati parlano chiaro: la recidiva ordinaria dei detenuti è al 70%, ovvero sette su dieci continuano a delinquere. Già questo dato dimostra chiaramente il fallimento del Sistema Carcerario.  La recidiva scende vertiginosamente quando come “punizione” c’è meno carcerazione possibile; l’indulto ha avuto come effetto il 30 per cento delle persone che è tornata a delinquere: meno della metà rispetto a quella ordinaria. Per quelli che usufruiscono delle pene alternative, la recidiva diminuisce ancora di più. Come viene tradotto tutto ciò? Il carcere non garantisce la sicurezza, invece l’alternativa ad esso sì! In realtà l’idea dell’alternativa alla pena carceraria è già contemplata dalla nostra legislazione ed è un percorso che non deve assolutamente esaurirsi. L’abbandono della concezione carcerocentrica del sistema delle pene dovrebbe costituire la grande svolta culturale nella concezione della pena del XXI secolo.  La prima grande svolta in materie di pene si è avuta alla fine del ‘700 con l’illuminismo, che ha  cancellato le pene-tortura, le pene degradanti e le pene infamanti, e ponendo la sanzione detentiva (il carcere) al centro del sistema delle pene.  Tale funzione è stata concepita come educativa e di reinserimento alla società attraverso la Costituzione: ora sappiamo che anche questo passaggio andrebbe superato visto il suo fallimento e quindi contemplare l’idea di una vera e propria alternativa al Sistema Penitenziario.


Sinceramente sembra pura utopia credere al superamento del carcere. Che alternativa concreta esiste?

Chiaro che la de-carcerazione  non può avvenire all’improvviso, ma in maniera graduale. Il movimento abolizionista del carcere dovrebbe raggruppare più realtà possibili per  approdare in un progetto politico su larga scala. Innanzitutto esistono due realtà contrapposte e poco produttive: c’è l’area più radicale che vorrebbe chiudere all’istante le galere, infischiandosene dell’indulto e amnistia perché ritenute una concessione dello Stato e quindi sempre funzionali al carcere, e quella riformista che vorrebbe arrivare alla chiusura delle carceri attraverso l’umanizzazione delle stesse. Credo che le due realtà dovrebbero trovare un compromesso per marciare unite.  Si può benissimo combattere per l’amnistia, l’alternative alle pene, alla denuncia delle vessazioni all’interno del carcere, alla malagiustizia e nello stesso tempo chiedere di destrutturare l’istituzione carceraria proponendo  di dirottare i soldi dell’edilizia carceraria nelle comunità sociali, l’istruzione, la sanità e tutte quelle condizioni che permettono davvero di prevenire la delinquenza. Attraverso questi interventi, si può cominciare a creare la pena non detentiva ma “aperta”: esattamente come avvenne inizialmente con la de-istituzionalizzazione dei manicomi. La pena “aperta” può essere indirizzata proprio in quelle comunità che operano nel sociale dove sono stati dirottati i soldi. Solo attraverso questo progressivo superamento si potrà sperare che un domani, gli Istituti Penitenziari, diventeranno pezzi da museo destinati agli studi dei sociologi.


Ma non ci sono i soldi, con questa crisi figuriamoci se abbiamo milioni di euro da spendere per  le comunità sociali e similari!

E’ vero, siamo in piena crisi e non ci possiamo permettere di sperperare i soldi. Questa crisi crea maggiori diseguaglianze sociali e di conseguenza la delinquenza è destinata ad aumentare: Il punto è che se continuano a persistere le condizioni che creano l’incarcerazione come soluzione  ai conflitti sociali e alle disuguaglianze economiche ogni sforzo di decarcerizzazione verrà alla fine  eroso e saranno costruite ancora più carceri. Ma proprio la spesa carceraria è quella che andrebbe totalmente abolita visto che abbiamo appurato la sua inutilità. Quanto spendiamo per il carcere? Nel 2013 abbiamo speso quasi tremila miliardi di euro per mantenere in vita l’insostenibile sistema penitenziario: basterebbero meno della metà di quei soldi per mettere in moto il servizio sociale e forme di cooperazione che oltre  all’incarcerazione non  oppressiva basata sulla comunità, abbatterebbe il disagio sociale e favorirebbero nuovi posti di lavoro. Cambiare si può, basta volerlo per davvero.

mercoledì 26 marzo 2014

Sul giornale, prossimamente, un articolo sull'abolizione del carcere.

Venerdì prossimo, in edicola,  uscirà su "Gli Altri Settimanale" uno speciale sulle carceri e ci sarà un mio lungo articolo sulla necessità del loro superamento. Argomenterò per ribadire l' inutilità dell'Istituzione carceraria e perché conviene, per la nostra sicurezza stessa, abolirlo. Una convenienza persino economica visto l'enorme sperpero pubblico e del tutto fallimentare. 

                                     

Che dire? Ai tempi dell'ideologia carcerocentrica della società che va di moda anche a sinistra, credo che sia un argomento dirompente e, per certi versi, coraggioso. Ringrazio la redazione del giornale per aver sposato questa battaglia impopolare.

Ps I risultati elettorali francesi che portano nuovamente all'ascesa il partito di estrema destra della Le Pen è un campanello d'allarme che non dovrebbe destare stupore: nei tempi dell'incertezza economica e della sfiducia nelle istituzioni (la colpa principale è la loro) è naturale che le persone trovino conforto nei vari populismi. Trovo del tutto innaturale invece quando anche i partiti o alcuni movimenti antagonisti tentano di scopiazzare il populismo (e il giustizialismo), invece di creare un'alternativa attraverso una nuova alfabetizzazione culturale che si è completamente persa dagli anni 80 in poi.

domenica 23 marzo 2014

Lotta Continua: come la verità storica non coincide con quella giudiziaria.

Ogni qual volta si legge qualcosa su Adriano Sofri e Lotta Continua, subito si nota l'ignoranza del tema e immediatamente c'è chi ci sguazza come fa il solito Travaglio. 

Chi ne sa poco, subito associa Lotta Continua al terrorismo e Adriano Sofri ad un omicida. Pensate quanto sia davvero relativa la condanna di un Tribunale: senza entrare nello specifico delle incongruenze del giudizio, proprio a livello procedurale, se il processo fosse stato celebrato negli Stati Uniti – dove vige l’inappellabilità dell’innocenza – Sofri, Bonpressi e Pietrostefani sarebbero stati dichiarati innocenti. 

Da noi, solo grazie all'unica parola di un pentito (si chiama Marino) c'è stata la condanna; belle le parole di Leonardo Sciascia a tal proposito: "Chi conosce Sofri e lo stima, si sente in diritto di avere l'opinione, fino a contraria e netta prova, che Marino sia un personaggio che ha trovato il suo autore nella legge sui pentiti."


Sofri, Bonpressi e Pietrostefani
                                 

Lotta Continua è stato il gruppo più spontaneista della sinistra extraparlamentare, decisamente il meno marxista leninista e sicuramente il più aperto a numerose istanze con una buona dose di idee libertarie. Si occupava dello sfruttamento operaio, entrava nell'esercito per cambiarlo dall'interno (i famosi proletari in divisa), si occupava della situazione carceraria pensando ai detenuti comuni. E faceva contro-inchieste giornalistiche molto fastidiose: un giornalismo che ha fatto scuola. Si occupò infatti della Strage di Stato, della morte di Pinelli e riuscirono a portare alla luce determinate verità.

Ma raccontiamo qualche episodio per capire quanto Lotta Continua fosse bersagliata.

 Lo stesso anno dell’omicidio Calabresi fu tentata una strage con delle bombe al tribunale di Trento, proprio durante una manifestazione degli studenti. Di questa tentata strage fu accusata Lotta continua e naturalmente ci finirono dentro i dirigenti: quelli di Lotta Continua a quel punto cominciarono a fare delle inchieste per conto proprio e scoprirono che quella tentata strage era stata organizzata da una piccola fetta dei servizi segreti e da una piccola fetta dell’Arma dei carabinieri. Ad anni di distanza finirono arrestati ed accusati il colonnello Santoro dell’Arma dei carabinieri, il colonnello Pignatelli dell’Arma dei carabinieri ed altri.

Non era la prima volta che Lotta Continua fu messa , di proposito, in mezzo a fatti terribili.

Sempre nello stesso anno dell'omicidio Calabresi, ed esattamente il 7 Aprile, la politica della strage fa sfiorare la carneficina. Nella toilette del treno Torino-Roma una bomba esplode tra le mani di Nico Azzi, un giovane estremista di destra legato al gruppo La Fenice: stava collocando l'ordigno con ben in vista il giornale Lotta Continua, proprio con lo scopo di coinvolgerla.

Praticamente l'anno del 1972 fu contornato di eventi finalizzati al coinvolgimento di Lotta Continua: solo con l'omicidio Calabresi, e sopratutto con le "rivelazioni" di Marino,  l'operazione riuscì. Il resto della storia, compresa l'idiozia di definirla una lobby, è puro chiacchiericcio.

venerdì 21 marzo 2014

Amnistia ed eutanasia: ma quale "re Giorgio" !

Al  Presidente della Repubblica Napolitano gli va dato atto che ha avuto il coraggio di far entrare (meglio ancora: ha tentato di far entrare) nel dibattito parlamentare due temi importanti e impopolari: amnistia ed eutanasia. 

Sulla prima sappiamo come è andata a finire: dopo ennesimi rinvii si è approdata alla discussione parlamentare in quattro gatti e, grazie al "nuovo" governo Renzi, l'ipotesi di amnistia è stata definitivamente accantonata. Travaglio scrisse pure un editoriale dove festeggiava questa decisione e credo che abbia raggiunto una sorta di godimento orgasmico.

Sull'eutanasia solamente i soliti radicali (che non sono in parlamento) hanno rilanciato il tema. In parole  povere le raccomandazioni di Napolitano sono state respinte con indifferenza da parte della politica: ma non era stato definito il "re Giorgio"?